Zlatan Ibrahimovic e con David Lagercrantz.
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Io, Ibra.
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Parte 2.
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Titolo originale dell'opera: JAG R ZLATAN. 2011.
Traduzione dallo svedese di: Carmen Giorgetti Cima.
2011. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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13.
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Non avevo idea che polizia e magistratura stessero tenendo sotto controllo il telefono di Moggi, ed era una fortuna. Noi e il Milan lottavamo per lo scudetto, e intanto, per la prima volta nella mia vita, mi ero messo seriamente a convivere. Helena aveva preteso troppo da se stessa: di giorno lavorava per Fly Me a Gteborg e la sera nei ristoranti, e contemporaneamente studiava e faceva la pendolare con Malm. Si era ammazzata di lavoro e non stava bene, e io le avevo detto: Adesso basta. Adesso ti trasferisci quaggi da me, e anche se era un gran cambiamento credo che lo consider un sollievo. Come se finalmente potesse riprendere fiato. 
All'epoca mi ero trasferito dalla casa di Inzaghi a un fantastico appartamento dagli alti soffitti nello stesso palazzo di piazza Castello. Sembrava un po' una chiesa. Al pianterreno c'era il Caff Mood dove lavoravano dei ragazzi che diventarono nostri amici: certe volte ci portavano la colazione e anche se non avevamo ancora i bambini avevamo Hoffa, il nostro carlino, e quel ciccione era forte. Eravamo capaci di prendere tre pizze per cena, una per me, una per Helena e una per Hoffa, e lui se la divorava tutta, dal centro verso l'esterno, ma avanzando i bordi; su quelli sbavava soltanto, trascinandoli in giro per l'appartamento. Lui era il nostro bimbo grassoccio.
Io e Helena stavamo bene insieme, ma  chiaro, venivamo da due mondi diversi. Una volta con la mia famiglia andammo a Dubai in business class, io ed Helena sapevamo perfettamente come ci si comporta in aereo e via dicendo. Ma i miei sono un po' diversi: alle sei del mattino mio fratello minore voleva un whisky e nel sedile davanti al suo era seduta mia madre, e mamma  meravigliosa, naturalmente, ma non  tipo con cui si possa scherzare. Non le piace che beviamo alcolici, e lo si pu anche capire, considerato quello che ha dovuto passare. Perci si lev una scarpa, era il suo modo di affrontare il problema, e cominci a darla in testa a Keki, bang, bang, finch Keki s'infuri e pass al contrattacco. Scoppi un parapiglia in business class alle sei del mattino e io lo lessi in faccia a Helena: avrebbe voluto sprofondare.
A Torino avevo l'abitudine di uscire di casa intorno alle dieci meno un quarto per andare all'allenamento, ma un giorno ero in ritardo e giravo come un pazzo per l'appartamento: forse c'era odore di bruciato, Helena ricorda cos, io non so. Quello che so con certezza  che quando aprii il portone per mettermi in marcia, fuori c'era davvero qualcosa che bruciava. Qualcuno aveva radunato delle rose e aveva appiccato il fuoco, e sapete, avevamo tutti il gas nel palazzo, e nell'atrio, sotto la veranda, c'era una bombola del gas contro il muro. Sarebbe potuta finire veramente male. Andammo a prendere dell'acqua con dei secchi e spegnemmo le fiamme, e io potevo solo rammaricarmi di non essere uscito mezzo minuto prima, cos avrei potuto beccare quell'idiota e massacrarlo. Accendere un fuoco proprio sotto casa nostra? Pazzesco! E con delle rose per di pi, che sarebbero diventate nere col fuoco. Che razza di dannato messaggio poteva essere? Rose nere!
La polizia non scopr mai i responsabili, e a quei tempi i club non erano scrupolosi con la sicurezza come lo sono ora. Comunque ci dimenticammo dell'episodio, non si pu passare tutto il tempo a preoccuparsi. C'era altro a cui pensare, novit quasi ogni giorno. Nei primi tempi in citt avevo fra l'altro ricevuto la visita di due pagliacci dell'Aftonbladet, quando stavo ancora all'Hotel Le Mridien. L'Aftonbladet voleva riannodare i nostri rapporti, dissero, io per loro significavo denaro, e Mino pensava che fosse ora di fare la pace. Ma lo sapete, io non dimentico. Le cose mi restano impresse. Io ricordo e restituisco sempre il colpo, magari anche a distanza di dieci anni.
Quando i tizi dell'Aftonbladet arrivarono io ero ancora su in camera e credo che fecero in tempo a scambiare quattro chiacchiere con Mino prima che scendessi. Fin dal primo momento ebbi questa sensazione: non ne vale la pena. Un annuncio personale! Una denuncia alla polizia studiata a tavolino! Vergognati, Zlatan! sparato in tutto il Paese! Quando li incontrai non salutai nemmeno, mi incazzai ancora di pi. Si erano forse comportati con stile, quelli? Misi su la mia vecchia aria da bad boy e credo davvero che li spaventai a morte. Tirai perfino una bottiglia di acqua minerale sulla testa di uno dei due.
Se foste venuti da dove vengo io, non avreste vissuto a lungo dissi, e forse era un tantino pesante.
Ma ero furioso nero e probabilmente  impossibile riuscire a spiegarvi lo stress a cui ero sottoposto. Non c'erano soltanto i media, c'erano i tifosi, l'allenatore, la dirigenza del club, i compagni, i soldi. Dovevo rendere, e se mancavano i gol me le sentivo dire da tutte le parti.
Avevo bisogno di trovare delle valvole di sfogo. Avevo Mino, Helena, i compagni, e poi anche cose pi semplici, come le mie automobili. Mi davano un senso di libert. Fu in quel periodo che arriv la mia Ferrari Enzo. La macchina era stata una delle mie richieste in sede di trattativa. C'eravamo io, Mino, Moggi e Antonio Giraudo, l'amministratore delegato, e Roberto Bettega, il vicepresidente e uomo-immagine del club, seduti in una stanza a discutere del mio contratto, quando Mino era saltato fuori: Zlatan vuole anche una Ferrari Enzo.
Tutti si erano guardati in faccia senza fiatare. Non ci aspettavamo niente di diverso.
La Enzo era l'ultima creazione della Ferrari, l'auto pi aggressiva della Casa, prodotta in soli trecentonovantanove esemplari; sul momento persino noi pensammo che forse la nostra richiesta era un po' esagerata. Ma Moggi e Giraudo sembravano considerarla ragionevole, perch la Ferrari fa parte dello stesso gruppo che possiede la Juventus. Chiaro che il ragazzo avr la sua Enzo, tipo.
Nessun problema. Te ne procuriamo una dissero, e io pensai: Wow, in che club sono arrivato!.
Ma  ovvio, non avevano capito bene. Dopo la firma del contratto, Giraudo disse en passant: Quella macchina che dicevi  la vecchia Ferrari? e io sussultai e guardai Mino.
No rispose lui.  il modello nuovo, quello che viene prodotto in trecentonovantanove esemplari, e Giraudo deglut.
Allora credo che abbiamo un problema disse, e l'avevamo s. Erano rimasti solo tre esemplari e c'era una lunga lista d'attesa per averli, tutti pezzi grossi. Cos telefonammo a Luca di Montezemolo e gli spiegammo la situazione, ed era molto difficile, disse lui, quasi impossibile. Ma poi si arrese. Ne avrei avuta una, ma solo se promettevo di non venderla mai.
La terr finch muoio risposi, e, detto onestamente, io adoro quella macchina.
Helena invece non la ama.  troppo sportiva e aggressiva per i suoi gusti. Ma io ci vado pazzo, e non solo per i soliti motivi:  bella, grintosa, veloce. La Enzo mi ricorda che devo lavorare pi duro per meritarmela. Mi impedisce di sentirmi soddisfatto, e mi capita di guardarla e pensare: Se non ce la metto tutta, me la porteranno via. Quella macchina divent un'ulteriore forza motrice, uno stimolo. 
Come alternativa mi facevo un tatuaggio.
I tatuaggi diventarono come una droga. Dovevo averne sempre di nuovi. Non si trattava mai di decisioni impulsive, era tutto ben ponderato. Eppure all'inizio i tatuaggi non mi piacevano, li trovavo di cattivo gusto. Ma alla fine mi lasciai tentare. Fu Alexander stlund che mi aiut a orientarmi nel settore, e il mio primo tatuaggio fu il mio nome sulla pancia in bianco. Si vede solo quando sono abbronzato. Era pi che altro una prova.
Poi iniziai a osare. Sentii parlare dell'espressione Only God Can Judge Me. Potevano scrivere quello che volevano sui giornali, urlare qualsiasi cosa dagli spalti, non mi avrebbe comunque toccato. Solo Dio poteva giudicarmi! Mi piaceva. Uno deve andare per la sua strada, e cos mi feci tatuare quelle parole. Mi feci fare anche un drago, perch nella cultura giapponese simboleggia il guerriero e io ero un combattente.
Ci aggiunsi anche una carpa, il pesce che va controcorrente, poi uno di quei simboli buddisti che proteggono dalla sofferenza e i cinque elementi: legno, terra, fuoco eccetera. Inoltre mi feci tatuare la mia famiglia: le date di nascita degli uomini sulla mano destra, la destra che sta per forza - pap, i miei fratelli, col tempo i figli - e sulla sinistra quelle delle donne, la sinistra che sta pi vicino al cuore - la mamma, Sanela, ma non le sorellastre che avevano rotto con la famiglia. Allora mi pareva ovvio, ma pi avanti ci avrei pensato su un bel po': chi fa parte della famiglia e chi no? Ma questo, appunto, successe pi avanti.
Allora ero concentrato sul calcio. Spesso  gi chiaro a inizio primavera chi vincer il campionato, qualche squadra prende il largo. Ma quell'anno fu una lotta fino all'ultimo. Noi e il Milan eravamo entrambi a settantasei punti, e i giornali ci scrivevano sopra parecchio,  ovvio. Era tutto molto drammatico. L'8 maggio dovevamo incontrarci a San Siro per la partita che sembrava dover diventare un'autentica finale di campionato, e i pi ritenevano che il Milan avesse maggiori possibilit, non soltanto perch giocava in casa. All'andata, al Delle Alpi, era finita zero a zero, ma era stato il Milan a dominare. Molti consideravano i rossoneri la migliore squadra d'Europa, perci nessuno era rimasto stupito quando il Milan aveva raggiunto nuovamente la finale di Champions. Avevamo i pronostici contro, si diceva, e la situazione non era certo migliorata dopo il match con l'Inter. 
Era stato il 20 aprile, solo qualche giorno dopo la mia tripletta contro il Lecce, e ancora venivo osannato dappertutto. Ma Mino mi avvert che non avrei avuto vita facile contro l'Inter. Io ero la star. L'Inter era costretta a cercare di bloccarmi e a mettermi pressione psicologica.
Se vuoi sopravvivere, devi rispondere con il doppio della forza con cui ti colpiscono. Altrimenti non ce la farai mi spieg Mino, e io come sempre risposi: Nessun problema. I modi duri mi stimolano.
Ma  chiaro, c'era nervosismo. Fra Inter e Juventus c' un odio antico, e quell'anno l'Inter aveva una difesa davvero tosta. C'era fra gli altri Marco Materazzi, che era noto per giocare in modo aggressivo. Un anno pi tardi, nel 2006, sarebbe diventato famoso in tutto il mondo per la testata che gli rifil Zidane nella finale dei Mondiali. Materazzi usava la provocazione sistematica e il gioco duro, non a caso spesso veniva soprannominato il Macellaio.
Gli altri difensori erano Ivan Cordoba, un colombiano basso e rapidissimo, e poi Sinisa Mihajlovic. Mihajlovic era serbo, e ovviamente si versarono fiumi d'inchiostro su questa cosa: che il match sarebbe stato una guerra balcanica in miniatura eccetera eccetera. Tutte stronzate. Quello che succedeva in campo non aveva niente a che fare con la guerra. Io e Mihajlovic saremmo diventati amici nell'Inter, e per me non  mai stato importante da dove viene la gente. Me ne sbatto di questi discorsi etnici, e, detto in tutta franchezza, come potrebbe essere diversamente? Nella nostra famiglia  tutto un mix: pap  bosniaco, mamma croata e il padre del mio fratellino  serbo. No, no, non si trattava certo di cose del genere.
Ma Mihajlovic in campo era tosto davvero. Sulle punizioni era uno dei migliori specialisti al mondo, e poi gli piaceva provocare. Aveva chiamato Patrick Vieira Negro di merda in una partita di Champions ed era finito sotto inchiesta per razzismo. Un'altra volta aveva sputato su Adrian Mutu, che tra l'altro aveva appena cominciato a giocare per noi, ed era stato squalificato per otto partite. Insomma, Mihajlovic aveva un caratteraccio. Si accendeva come una bomba. Non che io dia cos tanto peso a queste cose,  ok per me: quello che accade sul campo rimane sul campo.  la mia filosofia. Se sapeste esattamente quello che succede laggi non ci credereste: ci sono colpi proibiti e insulti,  una lotta continua, ma per noi giocatori  normale, e se dico questa cosa dei difensori dell'Inter  solo perch possiate capire che quelli non erano tipi con cui scherzare. Erano capaci di giocare sporco e duro, e capii subito che l si andava davvero sul brutale, non era un incontro qualsiasi.
Infatti fu tutto un insultare me e la mia famiglia, e io rispondevo per le rime. Non c' altra soluzione in circostanze del genere. Se fai finta di niente, sei fregato. Devi sfruttare la tua rabbia per dare ancora di pi in campo, e io quella sera giocai con grande grinta, aiutandomi in tutti i modi con il fisico. A quell'epoca poi mi ero irrobustito parecchio, non ero pi l'esile dribblatore dell'Ajax. Ero pi incisivo e pi veloce. Non ero un cliente facile, insomma, e nel dopopartita Mancini, che allora allenava l'Inter, disse: Quel fenomeno, Ibrahimovic, quando gioca a questo livello  impossibile da marcare.
Ma Dio sa se non ci provarono, mi facevano di quelle entrate... e io rispondevo con altrettanta grinta. Ero un selvaggio. Ero il Gladiatore, come scrissero i giornali. Gi al quarto minuto io e Cordoba ci scontrammo testa a testa e rimanemmo entrambi a terra. Io mi rialzai tutto intontito, Cordoba sanguinava un bel po' e zoppic fuori del campo per essere ricucito. Ritorn con una benda intorno alla testa, e non  che le acque si calmarono, anzi ci fu il rischio che ne venisse fuori qualcosa di pi serio, ci lanciavamo sguardi ancora pi cattivi. Era la guerra, nervi tesissimi e aggressivit a mille, e a un certo punto io e Mihajlovic finimmo a terra dopo esserci strattonati a vicenda.
Per un attimo rimanemmo confusi, tipo, Cos' successo?. Ma poi scoprimmo di essere a terra uno accanto all'altro e allora l'adrenalina schizz a mille. Lui fece un movimento in avanti con la testa e anche io risposi accennando una testata: l'intenzione era quella di apparire minaccioso, ma senza colpirlo davvero. Credetemi, se davvero gli avessi dato una testata, non si sarebbe rialzato. Era pi uno sfioramento, un modo per fargli capire: Non ho paura di te, bastardo!. Ma Mihajlovic si port la mano sul volto e croll a terra. Era tutta una recita, ovviamente, voleva farmi espellere. Ma io non ebbi nemmeno un cartellino giallo, non in quell'episodio.
L'ammonizione mi arriv qualche minuto pi tardi, dopo un corpo a corpo con Favalli. In generale era una brutta partita, ma io giocavo bene, ed ero coinvolto in quasi tutte le nostre azioni d'attacco, per anche Toldo, il portiere dell'Inter, stava giocando da dio. Poi, su un contropiede, Julio Cruz segn di testa l'uno a zero per l'Inter. Cercammo il pareggio in tutti i modi, ci andavamo vicini ma non riuscivamo a segnare, e la tensione si tagliava a fette.
Cordoba voleva vendicarsi e mi tir un calcio sull'anca beccandosi un giallo. Materazzi cercava di condizionarmi con la sua guerra psicologica e Mihajlovic continuava con i suoi insulti e i suoi tackle e io facevo una fatica bestiale. Mi facevo strada a gomitate e, lottando su ogni pallone, mi capit una buona occasione subito prima dello scadere del primo tempo. Ma nulla di fatto.
Nel secondo, prima tirai un missile dalla lunga distanza colpendo l'esterno del palo, proprio all'incrocio, poi ci provai con un calcio di punizione su cui Toldo salv con un riflesso incredibile.
Ma il gol non arriv e perdemmo. Classifica alla mano, la sconfitta avrebbe potuto costarci lo scudetto. Inoltre, quando mancava da giocare solo un minuto, io e Cordoba ci eravamo scontrati di nuovo. Subito, come per un riflesso, lo avevo caricato con un colpo contro il mento, oppure sul collo... Niente di grave, pensai, era parte della nostra guerra in campo, e l'arbitro non vide. Ma il gesto ebbe delle conseguenze. 
La Commissione Disciplinare esamin i filmati dello scontro con Cordoba e decise di squalificarmi per tre giornate con la prova tv, e questo era un disastro. Mi sarei perso la volata finale per lo scudetto, compreso il match decisivo contro il Milan dell'8 maggio a San Siro. Non  una condanna onesta dissi ai giornalisti. Con tutto quello che avevo dovuto sopportare in campo, finiva pure che a essere punito ero io.
Considerata l'importanza che avevo avuto fino a quel momento per la squadra, era un duro colpo per tutti, e la dirigenza fece ricorso rivolgendosi al celebre avvocato Luigi Chiappero. Chiappero, che aveva difeso la Juve gi all'epoca delle vecchie accuse di doping, prov a sostenere non solo che il mio colpo era arrivato in un'azione di gioco e non a palla lontana (cosa che avrebbe reso inapplicabile la prova tv), ma anche che ero stato oggetto di attacchi fisici e verbali per tutto il corso della gara. Si rivolse persino a un consulente esperto di lettura del labiale per scoprire che cosa mi gridava Mihajlovic. Ma non era facile, gran parte di ci che mi aveva detto era in serbocroato, e allora Mino se ne usc con la dichiarazione che Mihajlovic aveva detto cose talmente pesanti da essere irripetibili, cose sulla mia famiglia e mia madre.
Raiola  soltanto un pizzaiolo rispose Mihajlovic.
Mino non aveva mai fatto il pizzaiolo. Aveva solo dato una mano nel ristorante dei genitori e contrattacc: L'aspetto migliore della dichiarazione di Mihajlovic  che finalmente ha dimostrato ci che tutti gi sapevano, ossia che ha un'intelligenza molto ridotta. Non nega nemmeno di aver provocato Zlatan.  un razzista, come ha gi dimostrato in passato. 
Era un gran casino. Uno scambio continuo di accuse, e Luciano Moggi, che non aveva mai avuto paura di niente, accenn addirittura a una cospirazione pro Milan, un colpo di mano. Le telecamere che avevano filmato il colpo a Cordoba erano quelle di Mediaset, azienda di Berlusconi, e le immagini non erano forse giunte un po' troppo rapidamente alla commissione disciplinare? Perfino il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, comment pubblicamente l'episodio, e sui giornali c'erano battaglie quotidiane.
Ma non ci fu nulla da fare. La squalifica venne confermata, io mi sarei perso il match decisivo contro il Milan ed era uno schifo. Era stata la mia stagione, e non desideravo altro che poter partecipare alla conquista dello scudetto. Invece avrei visto la partita dalla tribuna, ed era pesante.
C'era una pressione spaventosa, le accuse continuavano a piovere da tutte le parti e non si trattava pi solo della mia squalifica. 
Succedeva davvero di tutto. Questa era l'Italia. La Juve impose il silenzio stampa. Nessuno del club poteva parlare con i media. Niente, nessuna nuova dichiarazione sulla mia squalifica o sul caso Cannavaro doveva disturbare la preparazione del match di San Siro. Tutti dovevano concentrarsi al massimo sulla partita considerata una delle pi importanti dell'anno in Europa. Sia noi sia il Milan avevamo settantasei punti, era un vero finale da brividi. La partita era l'argomento principale di conversazione in Italia e quasi tutti erano d'accordo, anche i bookmaker: il Milan era favorito. Io, che ero ritenuto il giocatore pi importante, ero squalificato. Anche Adrian Mutu lo era. Zebina e Tacchinardi erano infortunati. Di certo non avevamo la squadra al top, mentre il Milan aveva una splendida formazione con Cafu, Nesta, Stam e Maldini in difesa, Kak al centro, Filippo Inzaghi e Shevchenko in avanti. 
Avevo cattivi presentimenti, e non fu divertente quando scrissero che i miei scatti d'ira potevano costarci la vittoria in campionato: Deve imparare a controllarsi. Deve darsi una calmata... tutto il tempo la solita solfa, perfino da Capello, ed ero a pezzi per quell'esclusione forzata.
Ma la squadra era incredibilmente motivata. La rabbia per quello che era successo sembrava aver infiammato tutti. Al ventisettesimo minuto del primo tempo Del Piero entr in area da sinistra e prov a mettere la palla in mezzo, ma il cross venne respinto da Gattuso. Del Piero rincorse il pallone che si era alzato a campanile e lo colp in rovesciata, mettendolo in area, dove Trezeguet anticip tutti di testa e infil in rete. Ma mancava ancora molto alla fine della partita.
Il Milan inizi il forcing del secolo e all'undicesimo del secondo tempo Inzaghi si trov libero di fronte alla porta. Tir a colpo sicuro ma Buffon in uscita salv tutto, la palla rimbalz oltre e Inzaghi la riprese. Ebbe una nuova occasione ma stavolta il tiro fu respinto sulla linea da Zambrotta, prese il palo e usc.
Ci furono occasioni a ripetizione da una parte e dall'altra, ma il risultato rimase invariato: uno a zero per noi. Improvvisamente, eravamo tornati i favoriti per lo scudetto, e in pi sarei rientrato dalla squalifica. Il 15 maggio dovevamo incontrare il Parma in casa al Delle Alpi, e la pressione su di me era enorme. Non solo perch era il mio ritorno in campo, ma perch dieci tra le pi prestigiose testate sportive mi avevano eletto terzo miglior attaccante in Europa dopo Shevchenko e Ronaldo, e girava perfino voce che avrei potuto vincere il Pallone d'Oro. Comunque fosse, avrei avuto gli occhi addosso, in particolare dopo che Capello aveva deciso di mettere in panchina Trezeguet, l'eroe della partita con il Milan. Sentivo che ci si aspettava da me una grande prestazione. Dovevo essere carico, ma entro un certo limite: non dovevano esserci nuove esplosioni di rabbia e nuove squalifiche, tutti me l'avevano messo bene in chiaro. Ogni singola telecamera intorno al campo mi avrebbe esaminato nel dettaglio, e quando entrai in campo sentii i tifosi cantare: Ibrahimovic, Ibrahimovic, Ibrahimovic.
Ero circondato dal casino. Avevo una voglia incredibile di giocare e segnammo quasi subito l'uno a zero; pi avanti, al ventitreesimo, dopo un calcio di punizione di Camoranesi, la palla arriv alta verso di me in area di rigore e sapete, ero stato criticato perch nonostante la mia statura non ero molto bravo a colpire di testa. Salii in cielo a prendere quella palla e segnai, e fu meraviglioso. Ero tornato. Qualche minuto prima del fischio di chiusura sul tabellone elettronico dello stadio si accese una luce intermittente: il Lecce aveva segnato il gol del due a due contro il Milan, lo scudetto sembrava ormai nostro. 
Bastava battere il Livorno nella successiva giornata per vincere il titolo, ma non ce ne fu nemmeno bisogno. Il 20 maggio il Milan pareggi tre a tre contro il Palermo e noi diventammo campioni d'Italia. A Torino la gente piangeva per strada, e noi girammo per la citt su un autobus scoperto. Non si riusciva quasi ad avanzare. C'era gente ovunque, e tutti cantavano e festeggiavano come pazzi. Io mi sentivo felice come un bambino, andammo fuori a mangiare e a fare festa con tutta la squadra e io non bevo molto spesso. Ho troppi brutti ricordi. Ma quella volta tutte le barriere crollarono.
Avevamo vinto il campionato, era incredibile. Nessuno svedese ci era mai riuscito dopo il 1968, quando Kurt Hamrin aveva vinto con il Milan, e sa Dio se non avevo fatto la mia parte. Fui nominato dall'Associazione Italiana Calciatori miglior giocatore straniero del campionato e calciatore pi amato dell'anno, era il mio scudetto, e bevevo e bevevo, incitato senza sosta da David Trezeguet: Altra vodka, altri shottini continuava; lui  francese e molto chiuso come persona, ma vorrebbe essere argentino - in Argentina c' nato - e quella sera era veramente scatenato. Era tutto un vodka di qua, vodka di l. Non era possibile dire di no, cos io mi ubriacai di brutto, e quando arrivai in piazza Castello mi girava tutto intorno e pensai: Adesso mi faccio una doccia, magari aiuter. Ma non appena muovevo la testa il mondo intero mi veniva dietro, e alla fine mi addormentai nella vasca da bagno. Fui svegliato da Helena che stava ridendo di me come una matta. Ma le ho fatto giurare di non dire mai una parola su questa cosa.
14
Moggi era quello che era, ma si faceva rispettare, e chiacchierare con lui era piacevole. Era un uomo che faceva succedere le cose. Era diretto, aveva molto potere e capiva al volo. Il rinnovo del mio contratto ovviamente era un appuntamento importante. Speravo di ottenere delle condizioni migliori, e davvero non volevo provocare Moggi, piuttosto tenere un atteggiamento cortese e trattarlo come il pezzo grosso che era. 
Ma c'era un dettaglio: avevo con me Mino, e Mino non  precisamente uno che s'inchina.  matto come un cavallo. Entr nell'ufficio di Moggi e and a sedersi al suo posto con i piedi sulla scrivania, come se fosse a casa sua.
Oh! gli feci, lui sar qui a momenti, stai buono. Siediti qui con me.
Va' a farti fottere e stattene tranquillo mi rispose, e in realt non mi aspettavo niente di diverso. 
Mino  fatto cos, ma ormai sapevo che a trattare  un genio. Un vero maestro. Eppure temevo che potesse rovinarmi le cose, e quasi mi sentii male quando Moggi entr, con il suo sigaro e tutto il resto, e rugg: Ma che cavolo ci fai, l al mio posto?.
Siediti e cominciamo a discutere. Ovviamente Mino sapeva quel che faceva, si conoscevano bene, lui e Moggi. 
Avevano tutta una sfilza di gag di quel genere, e alla fine io migliorai concretamente il mio contratto, ma soprattutto ottenni una promessa: continuando a giocare bene e a essere importante per il club, sarei diventato il giocatore meglio pagato della squadra, disse Moggi, e io fui soddisfatto. Ma poi cominciarono i casini, e fu il primo segnale che qualcosa non andava. 
Quel secondo anno stavo spesso in camera con Adrian Mutu in albergo e in ritiro, e non mi capitava spesso di annoiarmi. Mutu  romeno, ma  arrivato in Italia, all'Inter, gi nel 2000, conosceva la lingua e tutto il resto ed era un grande aiuto anche per me. Ma era anche uno a cui piaceva divertirsi. Quante storie aveva da raccontare! Io me ne stavo l sdraiato sul letto della nostra stanza d'albergo e ridevo e ridevo. Era assolutamente pazzesco. Nel periodo al Chelsea era un continuo far festa. Sei sere su sette usciva. Ma, ovviamente, alla lunga non poteva durare: fu beccato positivo alla cocaina e il Chelsea lo mise alla porta chiedendo un risarcimento milionario per la rottura unilaterale del contratto. Ma adesso era di nuovo pulito e tranquillo e potevamo ridere di tutta quella follia. Come potrete capire, io non avevo molto da dire su quel fronte: che cos'era, al confronto, essersi addormentati una volta nella vasca da bagno?
Al club, nel frattempo, era arrivato anche Patrick Vieira, e posso dire che si sent subito: era un tipo tosto, non a caso ci scontravamo spesso in allenamento. Io non me la prendo con il pi debole, ma con i duri rispondo testa a testa, e alla Juventus ero diventato peggio che mai. Ero un guerriero. Un giorno stavo correndo sul campo e Vieira aveva la palla. 
Passami quella cazzo di palla! gridai.
Patrick Vieira era stato il capitano dell'Arsenal. Con i Gunners aveva vinto tre titoli in Premier League ed era diventato campione del mondo e d'Europa con la Francia, quindi non era certo uno qualsiasi, ma io non mi facevo problemi a parlargli chiaro. Me lo potevo permettere, voglio dire, eravamo tutti delle star, non aveva senso che ci leccassimo il culo a vicenda.
Chiudi il becco e corri mi grid di rimando.
Tu passami la palla e io mi calmo risposi, e allora scatt la rissa e dovettero intervenire per dividerci.
Ma non era niente, solo la dimostrazione che avevamo tutti e due una mentalit vincente. Non puoi essere gentile, in questo sport. Se c'era qualcuno che lo sapeva, quello era Vieira: lui  il tipo che d tutto in ogni situazione, e io vidi che impatto ebbe il suo arrivo su tutta la squadra. Per pochi giocatori ho oggi lo stesso rispetto. C'era una meravigliosa qualit nel suo gioco, ed era una sensazione incredibile avere lui e Nedved dietro di me a centrocampo. 
Iniziai bene anche la mia seconda stagione alla Juve.
Contro la Roma ricevetti una palla da Emerson proprio sulla linea di met campo, ma invece di metterla gi la colpii di tacco facendola passare sopra la testa di Samuel Kuffour. Feci quel campanile perch avevo visto che la met campo della Roma era vuota. Partii come una freccia e Kuffour cerc di starmi dietro. Non aveva nessuna possibilit di tenermi, prov a tirarmi per la maglia e cadde. Io misi gi il pallone e continuai a correre finch il portiere, Doni, venne fuori in uscita disperata e allora, bang, tirai una mina di esterno destro all'incrocio. Mamma mia, che gol, come dissi pi tardi ai giornalisti, sembrava veramente iniziata una grande stagione. 
Ricevetti il Pallone d'Oro svedese, il premio come miglior giocatore dell'anno, e ovviamente fu bello ma non privo di complicazioni. Era l'Aftonbladet a organizzare la cerimonia, e io con loro avevo un conto aperto. Cos me ne restai a casa. Torino stava organizzando i Giochi olimpici invernali dell'anno seguente. La citt brulicava di gente, c'erano feste e concerti in piazza Castello e la sera io ed Helena ce ne stavamo in terrazza a guardare. Stavamo bene insieme, e decidemmo di fare un figlio. Cio, decidere  una parola grossa. Lasciammo che succedesse, credo che una cosa del genere non si possa programmare. Deve capitare e basta. Quand' che si sa, di essere pronti?
Certe volte andavamo a Malm per fare visita ai miei. Helena all'epoca aveva venduto la sua tenuta e spesso stavamo a casa di mia madre, nella villetta a schiera che le avevo comperato a Svgertorp. Di tanto in tanto mi divertivo un po' con il pallone sul suo prato, ma un giorno tirai una bordata improvvisa. Cos calciai con una forza incredibile e feci un grosso buco nello steccato. Mamma naturalmente voleva ammazzarmi, ha carattere, quella donna.
Adesso mi aggiusti immediatamente lo steccato. Su, marsch! mi grid, ed  chiaro, in situazioni del genere esiste un'unica via d'uscita: obbedire. Io ed Helena prendemmo la macchina e andammo in un centro di bricolage l vicino, ma non era possibile comprare delle singole assi. Fummo costretti a prendere un intero steccato e nella macchina non entrava in nessun modo. Cos me lo caricai sulla schiena e lo portai per due chilometri, come quando mio padre aveva portato in spalla il mio letto. Arrivai a casa sfinito, ma mamma fu soddisfatta, e quella era la cosa principale. 
Andava tutto bene, ma in campo stavo perdendo buona parte della mia scioltezza. Cominciavo a sentirmi pesante. Ero arrivato a novantotto chili e non tutti di muscoli. Spesso mangiavo pasta due volte al giorno ed era troppo, mi resi conto, e cos diminuii sia gli esercizi in palestra sia l'alimentazione per cercare di ritrovare la forma. Ma c'erano anche altri casini. Che cosa stava succedendo a Moggi, per esempio? Stava facendo qualche giochetto dei suoi? Non capivo. 
C'era ancora in ballo il rinnovo del mio contratto, ma lui tirava per le lunghe. Continuava ad accampare pretesti per rimandare. Era sempre stato un amante dei dribbling, ma adesso stava esagerando. La prossima settimana diceva. Poi diventava: Il mese prossimo. C'era sempre qualcosa. Era un'altalena continua e alla fine mi stancai. Dissi a Mino: Chi se ne fotte. Firmiamo! Non ne posso pi di queste cose. 
Avevamo messo a punto un contratto che sembrava decente e io pensai: Ora basta, voglio liberarmi di questo peso. Ma non successe niente neppure allora, o, per essere pi precisi, Moggi fece sapere che bene, ottimo, nel giro di poco avremmo firmato. Ma prima dovevamo giocare in Champions contro il Bayern Monaco. Eravamo in casa, a Torino. Il loro centrale, Valrien Ismael, non mi moll un istante, e all'ennesima entrata dura io gli tirai un calcio e mi beccai il giallo. Per purtroppo le cose non finirono l.
Al novantesimo minuto ero gi in area di rigore e chiaro, avrei dovuto mantenermi calmo. Conducevamo per due a uno e il match era quasi terminato. Ma ero arrabbiato con Ismael, gli mollai un calcetto e l'arbitro mi mostr il secondo cartellino giallo. Venni espulso, e, ovvio, Capello non fu affatto contento. Mi strigli. Ma ci stava, era stato un gesto inutile e stupido, e naturalmente era compito suo riprendermi. 
Ma Moggi, che c'entrava lui con questa faccenda? Invece se ne usc che a quel punto il nostro accordo non valeva pi. Avevo bruciato la mia occasione, disse, e io vidi rosso. Dovevo perdere un accordo da milioni di euro a causa di un unico errore?
Di' a Moggi che non firmer, qualsiasi proposta mi faccia dissi a Mino. Voglio essere venduto.
Pensa bene a quello che dici replic Mino. 
Ci avevo pensato. Non accettavo questo trattamento, e la cosa significava guerra, nient'altro. Perci Mino and da Moggi e disse come stavano le cose: Sta' attento con Zlatan, lui  cocciuto, e un po' matto, rischi di perderlo, e due settimane pi tardi Moggi si fece effettivamente vivo con il contratto. Ce lo aspettavamo. Non voleva perdermi. Per non era ancora finita. Mino prendeva appuntamento per degli incontri e lui li rimandava, tirando fuori delle scuse. Era in viaggio, doveva fare questo e quest'altro, ricordo tutto perfettamente. Mino mi chiam: C' qualcosa che non quadra disse.
In che senso? Che cosa?
Non l'ho ancora capito. Ma Moggi  un po' strano e presto non sarebbe stato l'unico a pensarlo.
Lo si sentiva nell'aria. All'interno del club stava succedendo qualcosa, e non si trattava della vicenda di Lapo Elkann, anche se quella era gi stata abbastanza grossa. Lapo l'avevo incontrato qualche volta, ma non posso dire che ci fu un vero contatto fra noi. Un ragazzo del genere vive su un pianeta tutto suo. Era un playboy e un'icona della moda, e con la Juve non aveva praticamente nulla a che fare. Erano Moggi e Giraudo a comandare, non gli Agnelli. Ma  chiaro, il ragazzo era un simbolo per il club e per la Fiat, pi avanti sarebbe entrato nella classifica degli uomini pi eleganti del mondo, aveva lavorato con Kissinger, e tutto questo genere di cose. Le sue vicende facevano scalpore.
Era scoppiato il famoso scandalo della cocaina e dei trans e Lapo era stato portato in ambulanza all'Ospedale Mauriziano, dov'era rimasto ricoverato in rianimazione. La notizia era giunta in prima pagina su tutti i giornali italiani e Del Piero e altri giocatori juventini avevano rilasciato dichiarazioni esprimendo il loro sostegno a Lapo. Ovviamente questo episodio non aveva nulla a che fare con il calcio, ma pi tardi venne visto come l'inizio della catastrofe che invest il club.
Quando fu che Moggi stesso venne a sapere dei sospetti, non ne ho la pi pallida idea. Ma ragionevolmente la polizia doveva aver cominciato a interrogarlo molto prima che la storia esplodesse sui media. Da quanto mi pare di capire, inizi tutto con il vecchio scandalo del doping - per il quale alla fine la Juventus era stata assolta. In relazione a quella vicenda, la polizia aveva messo sotto controllo il telefono di Moggi e appreso delle cose che non avevano a che fare con il doping, ma che suonavano comunque losche. Sembrava che Moggi cercasse di ottenere gli arbitri giusti per le partite della Juventus, e perci la polizia continu con le intercettazioni: chiaramente salt fuori tutto il marcio, o almeno, cos sembr a leggere tutto in una volta, anche se io ho le mie riserve su quelle prove. Il punto fermo era che la Juventus era la squadra pi forte. Di questo sono convinto. 
Come sempre, quando qualcuno domina, altri vogliono tirarlo nel fango, e non mi stupiva affatto che le accuse venissero fuori quando stavamo per vincere di nuovo il campionato. Stavamo per portare a casa il secondo scudetto consecutivo quando scoppi lo scandalo, e la situazione era grigia, lo capimmo subito. I media trattavano la faccenda come una guerra mondiale. Ma erano balle, almeno per la gran parte. Arbitri che ci favorivano? Ma andiamo! Avevamo lottato duramente, l in campo. Avevamo rischiato le nostre gambe, e senza avere nessun aiuto dagli arbitri, queste sono cazzate! Io dalla mia parte non li ho avuti proprio mai, detto in tutta franchezza. Sono troppo grosso. Se uno mi viene addosso io rimango fermo, ma se finisco io addosso a qualcuno quello fa un volo di quattro metri. Io ho contro di me il mio corpo e il mio stile di gioco.
Non sono mai stato amico degli arbitri, nessuno della nostra squadra lo era. No, no, eravamo semplicemente i migliori e ci dovevano affondare, ecco la verit. C'erano anche un sacco di aspetti poco chiari in quell'indagine. Per esempio il fatto che fosse condotta da un certo Guido Rossi, uno che aveva degli stretti legami con l'Inter, e l'Inter guarda caso, in quel casino riusc a sbrogliarsela in modo stranamente facile.
Molte cose non furono portate a galla oppure furono esagerate per far apparire la Juventus come l'artefice di tutto. Anche Milan, Lazio, Fiorentina e la Federazione arbitri finirono nei guai. Ma a noi and peggio, perch erano le telefonate di Moggi a essere state intercettate e spulciate da cima a fondo. Eppure le prove non furono mai schiaccianti. Certo, l'impressione su Moggi non poteva essere esattamente positiva, questo  vero. Sembrava che facesse pressione sul capoccia italiano degli arbitri perch mandasse quelli che voleva lui per le partite, e nelle intercettazioni lo si sente anche lamentarsi di quelli che non si erano comportati a dovere, fra gli altri di uno che si chiamava Fandel e che aveva arbitrato il preliminare di Champions contro il Djurgrden nell'agosto 2004.
Si diceva anche che, dopo la partita persa con la Reggina, nel novembre 2004, Moggi e Giraudo avessero chiuso negli spogliatoi dello stadio l'arbitro e i guardalinee, e poi c'era pure quella faccenda del papa. Giovanni Paolo II stava morendo e si era deciso di fermare il campionato, cosicch il Paese potesse raccogliersi intorno a lui. Ma venne fuori che Moggi aveva telefonato al ministro dell'Interno, Pisanu, per chiedere di giocare comunque, a quanto si sosteneva perch il nostro avversario, la Fiorentina, aveva due giocatori infortunati e due squalificati. 
Non ho idea di quanto ci sia di vero in tutta questa storia. Di sicuro sono cose che succedono dappertutto nel mondo del calcio, e, sinceramente, chi  che non d mai la colpa agli arbitri? E chi non cerca di fare gli interessi del proprio club? 
Anche il figlio di Moggi, Alessandro, fu trascinato nei casini. C'era di tutto un po', c'erano sospetti di reati fiscali, c'era dentro persino Aldo Biscardi, il conduttore del programma televisivo sul calcio pi popolare d'Italia: si sosteneva che avesse ricevuto pressioni da Moggi per insabbiare degli episodi scomodi nella sua trasmissione.
Insomma, era un casino senza fine. Si inizi a parlare di Moggiopoli, tipo Moggi-gate, e ovviamente, tutt'a un tratto, salt fuori anche il mio nome. Me lo aspettavo. Chiaro che avrebbero cercato di coinvolgere anche i giocatori migliori. Si disse che Moggi era stato intercettato a parlare con qualcuno del mio litigio con Van Der Vaart, e a dire qualcosa sul fatto che avevo agito con grinta e usato lo stile giusto per liberarmi dal club. Il ragazzo ha le palle aveva detto, o qualcosa del genere. Sembrava quasi alludere che era stato lui a inventarsi l'idea del battibecco per far partire la trattativa, e naturalmente la gente se la bevve. La classica mossa alla Moggi, si diceva, e anche alla Ibra, probabilmente. Tutte stronzate. Lo scontro era stato una cosa fra me e Van Der Vaart, punto. Ma in quel periodo si poteva dire qualsiasi cosa contro il club, e le cose iniziarono a precipitare molto rapidamente. 
La mattina del 18 maggio ricevetti una telefonata. Io e Helena ci trovavamo a Montecarlo con Alexander stlund e la sua famiglia, e venni a sapere che c'erano alcuni poliziotti davanti alla porta di casa mia, a Torino. Volevano entrare. Avevano perfino l'ordine di perquisire l'appartamento, e a quel punto che cosa dovevo fare? Partii senza indugi,  ovvio. Arrivai a Torino il prima possibile, incontrai i poliziotti davanti a casa e devo dire che furono molto gentili, stavano solo facendo il loro lavoro. Ma non  che la cosa diventasse pi piacevole per questo. Dovevano verificare tutti i pagamenti che avevo ricevuto dalla Juventus, come se fossi un criminale o qualcosa del genere. Mi chiesero se avevo accettato dei soldi in nero, e io dissi la verit: Mai! e poi cominciarono a frugare in giro. Alla fine chiesi: State cercando queste?.
Avevo tirato fuori le carte della banca mie e di Helena e si accontentarono di quelle. Dissero: Grazie e arrivederci, ammiriamo il tuo gioco, tipo.
La dirigenza della Juventus, Giraudo, Bettega e Moggi, si dimise in blocco, e faceva uno strano effetto. Erano finiti dritti nel fango. Moggi disse ai giornali: Non ho pi l'anima, me l'hanno uccisa. Il giorno dopo le azioni della societ crollarono a picco alla Borsa di Milano. La societ organizz una riunione di crisi nella nostra saletta fitness, in palestra, e non la dimenticher mai.
Moggi all'apparenza sembrava quello di sempre, ben vestito e forte. Ma era un altro Moggi. Proprio allora era venuto a galla un nuovo scandalo che riguardava suo figlio, una qualche storia di infedelt matrimoniale, e lui ne parl, di come fosse offensivo, ed ero d'accordo: erano faccende personali che non avevano nulla a che fare con il calcio, ma non fu quello a colpirmi di pi.
Fu il fatto che cominci a piangere, proprio lui, fra tutti noi. Fu come un pugno nello stomaco. Non l'avevo mai visto debole prima. Quell'uomo aveva sempre avuto padronanza di s, aveva irradiato potere e forza. Ma allora... come spiegarlo? Non era passato molto tempo da quando aveva giocato sporco con me invalidando il contratto e tutto il resto. E invece adesso all'improvviso, ero io a provare compassione per lui. Il mondo si era rovesciato, e forse non avrei dovuto curarmi di lui pi di tanto, avrei dovuto dirgli: Puoi solo incolpare te stesso, o qualcosa del genere. Ma mi dispiaceva davvero per Moggi. Faceva male veder cadere in quel modo un uomo come lui, e dopo ci pensai su parecchio, e non secondo il solito: Non si pu dare mai nulla per scontato!. Le cose cominciarono anche ad apparirmi sotto una luce diversa. Perch aveva continuato a rimandare la nostra trattativa? Perch tante storie?
Forse per proteggermi?
Cominciavo a crederlo. Non lo sapevo, ma scelsi di interpretarla cos. Doveva aver saputo gi allora che lo scandalo stava per scoppiare. Doveva aver capito che la Juventus non sarebbe rimasta la squadra di prima, che sarebbe finita per me se lui mi avesse legato al club, perch allora sarei dovuto rimanere alla Juventus qualsiasi cosa fosse successa. Sono convinto che lui avesse pensato a queste cose. Moggi forse non era uno che frenava sempre davanti al rosso, o ligio a ogni regola, ma era un professionista in gamba, si prendeva cura dei suoi giocatori, questo lo so, e senza di lui la mia carriera si sarebbe bloccata. Di questo lo ringrazio, e ora che tutto il mondo lo critica io sto dalla sua parte. Luciano Moggi mi piaceva.
Nel frattempo la catastrofe prese corpo. La Juventus era una nave che stava affondando, e cominci a girare voce che il club rischiava di essere retrocesso in Serie B se non addirittura in C. C'era un caos pazzesco, eppure non era possibile arrivare subito alla verit, non in un colpo solo. Davvero noi che avevamo costruito una squadra del genere, e vinto due scudetti consecutivi, avremmo perso tutto per via di qualcosa che non aveva avuto niente a che fare con il campo? Era troppo, e sembr passare del tempo prima che la nuova dirigenza del club afferrasse la gravit della cosa. Ricordo una telefonata da parte di Alessio Secco. 
Alessio Secco era stato il nostro team manager, era lui che mi chiamava quando si fissavano gli allenamenti: Domani attacchiamo alle dieci e trenta! Vedi di arrivare puntuale. Erano questi i discorsi che ero abituato a sentire da lui. Adesso all'improvviso era il nuovo direttore, una cosa veramente bizzarra, e mi era difficile prenderlo sul serio. Ma allora, in quella prima conversazione, mi diede una dritta: Se ricevi un'offerta, Zlatan, accetta. Questo  il mio consiglio.
Ma fu anche l'ultima cosa gentile che mi sentii dire da lui. Subito dopo i toni s'inasprirono, e si pu anche benissimo capire. Uno a uno i giocatori se ne stavano andando: Thuram e Zambrotta passarono al Barcellona, Cannavaro ed Emerson al Real Madrid, Patrick Vieira all'Inter, e molti altri telefonavano di continuo ai loro agenti: Vendimi, vendimi. Quali possibilit ci sono?.
C'era preoccupazione e disperazione nell'aria. C'erano nuove voci e nuove indiscrezioni ogni giorno, e di consigli spassionati come quello che aveva dato a me Alessio Secco non se ne sentirono pi. Il club aveva cominciato a lottare per la propria sopravvivenza.
La dirigenza cominci a fare di tutto per tenersi stretti quelli che erano rimasti, sfruttando ogni clausola favorevole dei nostri contratti. Era un autentico incubo.
La mia carriera era in ascesa. Stavo per sfondare definitivamente. Sarebbe tutto crollato? Fu un periodo inquieto, e ogni giorno che passava mi rendevo conto che dovevo combattere. Non avevo nessuna intenzione di sacrificare un anno in B. Che poi, fosse stato solo un anno... Invece pensavo: un anno per ritornare su se ci avessero retrocessi, ancora un anno o due per tornare ai vertici della Serie A e guadagnare un posto in Champions, e ancora probabilmente non avremmo avuto una squadra molto competitiva... I miei migliori anni da giocatore rischiavano di andare in fumo e continuavo a ripetere a Mino: Fa' qualsiasi cosa. Ma portami via di qui.
Ci sto lavorando.
Ti conviene...
Era il giugno del 2006. Helena era incinta ed ero felice. Il bambino sarebbe arrivato verso fine settembre, ma per il resto mi trovavo in una terra di nessuno. Che cosa sarebbe successo? Non ne avevo idea. In quel periodo mi stavo preparando con la Nazionale in vista dei Mondiali in Germania. Buona parte della mia famiglia mi avrebbe raggiunto per assistere al torneo: mamma, pap, Sapko, Sanela, suo marito e poi Keki. Come al solito, per, dovevo pensare io a tutto quanto: alberghi, viaggio, soldi, auto a noleggio e via dicendo. 
La cosa mi diede sui nervi quasi da subito, e all'ultimo minuto pap rinunci. Cos ci furono un sacco di altre storie per i suoi biglietti: che cosa dovevamo farne? A chi potevamo darli? Di certo tutte queste cose non mi rendevano pi sereno.
Inoltre cominciai a sentire di nuovo qualche fastidio agli adduttori, lo stesso disturbo per il quale ero stato operato ai tempi dell'Ajax, e ne parlai con i dirigenti della Nazionale. Ma decidemmo che avrei giocato. Io ho un principio fondamentale: se va male, non do la colpa a qualche infortunio. Sarebbe stupido. Voglio dire: se non te la senti per l'infortunio, perch giochi allora? Comunque tu risponda, sar sbagliato. Si tratta solo di stringere i denti e andare avanti, ma  vero, quel periodo fu pi pesante che mai. 
Poi, il 14 luglio, in Italia arriv la sentenza sulla Juve. Ci toglievano i nostri due ultimi scudetti e perdevamo il posto in Champions, ma soprattutto venivamo retrocessi in Serie B e avremmo iniziato la stagione con una sfilza di punti di penalizzazione, tipo una trentina.* Ero a bordo di una nave che stava affondando.
* Poi ridotti a 9 dall'Arbitrato del CONI.
15
Qualche mese prima, nel settembre 2005, avevamo giocato contro l'Ungheria nelle qualificazioni per i Mondiali allo stadio Ferenc Pusks di Budapest. Eravamo pi o meno costretti a vincere per qualificarci, e ci eravamo preparati per giorni in vista del match. Ma una volta in campo, le cose non giravano e io non riuscivo a entrare nel gioco. Ero fiacco e fuori fase e al novantesimo eravamo ancora sullo zero a zero. Il pubblico aspettava solo il fischio finale.
Alcuni giornali mi avrebbero chiaramente dato un voto insufficiente. Ero stato una delusione, e molti l'avrebbero vista di sicuro come una conferma: Quello  soltanto un divo sopravvalutato. Ma poi ricevetti una palla dentro l'area di rigore da Mattias Jonson, mi pare. Ero defilato sulla destra e sembrava che potessi far poco. Avevo addosso un difensore, e dribblai all'indietro senza guadagnare un metro utile. Ma mi voltai, bam, di colpo, perch non dovete dimenticarlo,  per vivere situazioni del genere che gioco, e se a volte sembro girare a vuoto per il campo  solo per poter scattare via in azioni rapide, improvvise. Mi portai verso il fondo lasciando dietro il difensore e mi procurai lo spazio per il tiro. Ma la posizione era assurda, ero tutto a destra e il portiere era piazzato bene. Compagni e avversari si aspettavano un cross, invece sparai una cannonata e sapete, da quella posizione la palla normalmente non va dentro. Al massimo finisce sull'esterno della rete. Questo dovette pensare anche il portiere, che non si mosse, non sollev nemmeno le braccia. Per una frazione di secondo credetti di aver tirato fuori. Non ero il solo. Non ci fu alcun boato nello stadio, e Olof Mellberg scroll la testa, come per dire:  andata. Si gir perfino, aspettava la rimessa dal fondo dell'Ungheria, e gi in fondo il nostro portiere Andreas Isaksson pens: C' troppo silenzio, e Olof scuote la testa. Sar andata fuori. Ma poi io alzai le braccia e iniziai a correre come un pazzo dietro la porta con il sorriso sulle labbra, allora lo stadio si ridest.
La palla non era affatto finita sull'esterno della rete, si era infilata all'incrocio da quell'angolazione impossibile e Gabor Kiraly non aveva neppure fatto in tempo a stendere una mano. Non molto tempo dopo l'arbitro fischi la fine dell'incontro e non ci fu nessuna insufficienza.
Quel gol  diventato un altro pezzo pregiato del mio repertorio e ci serv per arrivare ai Mondiali in Germania. Speravo veramente che saremmo andati lontano. Avevo bisogno di un successo. 
Effettivamente all'inizio sembrava andare tutto bene, nonostante la preoccupazione per la Juventus. Avevamo un nuovo viceallenatore da quando si era rotta la coppia Lagerbck-Sderberg, e non era uno qualsiasi. Era Roland Andersson, vi ricordate? Zlatan,  ora che smetti di giocare con i mocciosi, era quello che al Malm mi aveva portato in prima squadra, e il suo arrivo fu per me una grandissima emozione. Non lo vedevo dal giorno del suo esonero al Malm, ed era bello potergli dire: Avevi ragione, Roland. Valeva la pena puntare su di me. La critica lo aveva massacrato per avermi dato fiducia, ai tempi, molti avevano pensato che fossi l'ultimo su cui fare affidamento. Ma ecco che eravamo di nuovo l, Roland e io. Le cose si erano messe bene per tutti e due, e le sensazioni della vigilia erano buone. Era pieno di nostri tifosi, in Germania, e si sentiva dappertutto la canzone cantata dal ragazzino, che a quei tempi era un tormentone nazionale:
Nessuno gioca a calcio come Zlatan, ho detto Zlatan
Era un bel motivetto. Ma avevo ancora male agli adduttori, e in pi la mia famiglia mi dava un sacco di problemi. Era pazzesco. Per quanto io sia uno dei pi piccoli - solo Keki  pi giovane - sono diventato un po' un pap per tutti, e l in Germania c'era continuamente qualcosa che non andava. C'era pap che aveva deciso di non venire e i suoi biglietti che erano ancora inutilizzati, c'era l'albergo che era troppo lontano dal ritiro, Sapko che aveva bisogno di soldi e che poi quando li ebbe non era capace di cambiarli... Inoltre Helena era incinta al settimo mese e avevamo sempre troppo casino intorno. Prima della partita contro il Paraguay, mentre veniva allo stadio, tutti i tifosi si accalcarono come impazziti e lei si sent a disagio e il giorno dopo se ne torn a casa. Insomma, piccoli e grandi problemi.
Zlatan, per favore, non potresti organizzare questo e quest'altro?
Ero il capocomitiva della famiglia e non potevo concentrarmi sul gioco. Invece il telefono squillava di continuo, erano lamentele e richieste di ogni tipo. Dovevo giocare un dannato Mondiale eppure ero costretto a occuparmi di autonoleggi e cazzate varie!
In tutto questo, rischiavo di non giocare affatto. Gli adduttori continuavano a darmi problemi, eppure Lagerbck era sicuro: dovevo scendere in campo. Il match d'esordio era contro Trinidad-Tobago, ovviamente avremmo dovuto vincere e non solo con una rete di scarto. Invece ci and tutto storto: il loro portiere fece una gran partita e non riuscimmo a segnare neppure quando rimasero in dieci. L'unica cosa positiva di quella partita accadde dopo il fischio dell'arbitro, quando andai a salutare l'allenatore avversario, il grande Leo Beenhakker. Rivederlo era fantastico. Mi fanno incazzare tutti quelli che vogliono prendersi il merito del mio successo. Ma ci sono persone che hanno veramente significato molto per me: Roland Andersson  una e Leo Beenhakker un'altra. Hanno creduto in me quando altri non mi volevano vedere neppure in foto. Spero di poter fare anch'io qualcosa di simile con qualche talento quando sar pi vecchio, di certo non mi lagner di quelli che sono diversi, guarda, ecco che sta dribblando di nuovo, ecco che adesso fa questo e quest'altro, senza pensare un passo pi in l. 
In un'immagine di quel dopopartita ci sono io senza maglietta che stringo la mano a Beenhakker e ho il volto illuminato, nonostante la delusione per il pareggio.
Peccato non esserci visti in circostanze migliori. Non mi gir nulla per il verso giusto durante quel maledetto Mondiale. Alla seconda pareggiammo con l'Inghilterra e ok, fu un buon risultato. Ma negli ottavi la Germania ci distrusse e io giocai male, non cerco alibi. Mi assumo tutta la responsabilit. Una famiglia  una famiglia,  giusto prendersene cura. Ma non avrei dovuto fare il capocomitiva e quei Mondiali furono anche una lezione per il futuro. Tornati a casa chiarii a tutti quanti: Potrete ancora accompagnarmi in giro, e io cercher di organizzare tutto per il meglio in anticipo; ma una volta l, i vostri problemi ve li gestite da soli.
Ritornai a Torino e non mi sembrava pi di ritornare a casa. Dovevo andarmene in fretta, anche perch le cose non erano certo migliorate. Anzi.
Gianluca Pessotto era alla Juve dal 1995. Con quella maglia aveva vinto tutto, ed era uno degli uomini simbolo della squadra. Lo conoscevo piuttosto bene. Avevamo giocato insieme due anni ed era un bravissimo ragazzo. Era incredibilmente sensibile e gentile e teneva sempre un basso profilo, era molto riservato. Quello che successe davvero non lo so. 
Pessotto aveva appena smesso di giocare ed era diventato il nuovo team manager succedendo ad Alessio Secco, che era stato nominato direttore, e forse non era stato facile per lui passare a un lavoro d'ufficio dopo una vita da giocatore. Ma soprattutto Pessotto aveva preso molto male la faccenda dello scandalo e la retrocessione della Juve in Serie B, e poi erano successe delle cose in famiglia.
Uno di quei giorni si trovava nel suo ufficio, al secondo piano, proprio come al solito. Sal sul tetto con in mano un rosario e si lanci nel vuoto, sbattendo prima sull'Alfa 147 di Roberto Bettega e poi su un'altra macchina prima di toccare terra. Un salto di venti metri.  un miracolo che sia sopravvissuto! Fin all'ospedale con fratture ed emorragie interne, ma se la cav, e tutti poterono tirare un sospiro di sollievo. Eppure il suo tentato suicidio fu considerato un ulteriore segnale inquietante.
Nell'aria c'era un senso di disperazione, ma il nuovo presidente, Giovanni Cobolli Gigli, teneva ancora duro: il club non intendeva lasciar andare altri giocatori. La dirigenza avrebbe lottato con le unghie e coi denti per trattenerci, e io ovviamente ne parlai con Mino. Ne discutevamo di continuo, ed eravamo d'accordo, c'era soltanto una cosa da fare: dovevamo replicare, passare al contrattacco. Perci Mino fece una dichiarazione alla stampa: Siamo disposti a intraprendere le vie legali per liberarci dal club.
Non dovevamo mostrarci deboli. Se la Juventus seguiva la linea dura, avremmo risposto con altrettanta durezza. Ma non era una guerra facile. C'era in gioco parecchio, e io parlai di nuovo con Alessio Secco, quello che cercava di fare il novello Moggi con me e che fino a poco prima mi comunicava solo gli orari degli allenamenti, e vidi subito che il suo atteggiamento era cambiato.
Tu devi restare alla Juve. Lo pretendiamo da te. Vogliamo che dimostri lealt alla squadra.
Prima delle vacanze avevi detto l'opposto. Che avrei dovuto accettare un'eventuale offerta.
Ma adesso la situazione  cambiata. Stiamo attraversando un momentaccio. Ti offriremo un nuovo contratto. 
Io non rimango dissi, a nessuna condizione.
La pressione aumentava di ora in ora, di giorno in giorno, ed era una situazione terribile, potete credermi, ma io lottavo con tutto quello che avevo, con Mino, con la legge, con ogni arma possibile. Ma non era per niente semplice. Ricevevo ancora lo stipendio dal club, e la grossa questione era ovviamente: fin dove potevo spingermi? Anche di quello parlai con Mino. 
Decidemmo che intanto mi sarei allenato con la squadra, ma senza giocare nessuna partita. Secondo Mino, nel contratto poteva esserci qualche clausola da sfruttare a nostro favore, e cos, nonostante tutto, partii con gli altri per il ritiro precampionato. Gli italiani che giocavano in Nazionale non erano ancora arrivati, erano ancora in Germania e sarebbero tornati con la Coppa. Una bella dimostrazione di forza, considerato lo scandalo Calciopoli, c'era solo da congratularsi. Ma la cosa comunque non mi aiutava.
Nel frattempo alla Juve era arrivato Didier Deschamps come nuovo allenatore. Da giocatore era stato anche lui un uomo-Juve, oltre che capitano della Francia campione del mondo nel 1998, ed era arrivato per riportare subito la Juve in Serie A. Aveva addosso una pressione tremenda, e venne da me gi il primo giorno.
Ibra disse.
S.
Voglio costruire il gioco intorno a te. Tu sei il mio giocatore pi importante. Tu sei il futuro. Devi aiutarci a ritornare grandi.
Grazie, ma...
Nessun ma. Tu devi rimanere qui. Non accetto altro continu, e anche se ovviamente mi dispiaceva, perch capivo quanto fosse importante per lui, non mollai di un centimetro.
No, no, no. Io andr via.
In ritiro dividevo la stanza con Nedved. Eravamo amici, avevamo entrambi Mino come agente. Ma ci trovavamo in situazioni diverse. Nedved, proprio come Del Piero, Buffon e Trezeguet, aveva deciso di rimanere alla Juventus, e ricordo che un giorno Deschamps venne da noi, forse per metterci a confronto, che so. Era evidente che non aveva intenzione di arrendersi.
Ascolta disse, io ho grandi aspettative su di te, Ibra. Ho accettato questo incarico in buona parte perch qui ci sei tu.
Andiamo risposi. L'hai accettato perch  la Juve, non per me.
Giuro. Se vai via tu, vado via anch'io continu, e allora non potei fare a meno di sorridere, nonostante tutto.
Ok, allora fai le valigie e chiama un taxi risposi. Lui rise, come se avessi fatto una battuta.
Ma non ero mai stato cos serio in vita mia. Se la Juventus lottava per la propria sopravvivenza come grande club, io lottavo per la mia come giocatore. Lo ripeto ancora, un anno in Serie B avrebbe bloccato tutto, sarebbe stato un disastro per me.
Un altro giorno in ritiro vennero da me Alessio Secco e Jean-Claude Blanc. Jean-Claude aveva studiato a Harvard, era un bel cervello che la famiglia Agnelli aveva chiamato per tirare la Juventus fuori da quel casino, e ovviamente era stato molto pignolo. Le sue carte erano in perfetto ordine e aveva preparato una proposta di contratto con tanti zeri! Io pensai subito: non leggere neanche! Fai storie, piuttosto! Pi fai casino, pi vorranno liberarsi di te.
Non voglio neanche vederla. Non firmo niente dissi subito.
Vorrai almeno dare un'occhiata. Abbiamo un'offerta grandiosa per te!
 inutile.
Questo non lo puoi sapere prima di averci almeno dato uno sguardo.
Invece s. Perch io andr via comunque, anche se mi offrite venti milioni.
Questo  irrispettoso da parte tua sibil Blanc.
Pensatela come volete dissi, e me ne andai. Ovviamente sapevo di esserci andato gi duro, questo  sempre un rischio: nel peggiore dei casi a settembre mi sarei trovato senza squadra. Ma ero costretto a puntare forte, dovevo assolutamente andare avanti anche se sapevo benissimo che il mio valore sul mercato era un po' in calo. Avevo giocato male ai Mondiali e nell'ultima stagione con la Juventus non ero stato granch. Ero troppo pesante e avevo segnato poco. Eppure speravo che la gente riconoscesse le mie potenzialit: soltanto l'anno prima ero stato fortissimo, mi avevano eletto miglior giocatore straniero del campionato! Deve pur esserci l'interesse di qualche grande club pensavo, e Mino lavorava duro dietro le quinte.
Ho l'Inter e il Milan in ballo diceva, e naturalmente andava benissimo! Una luce nel tunnel!
Ma per il momento erano solo chiacchiere vaghe, e ancora non sapevamo come fosse realmente la mia situazione contrattuale con la Juventus. Quali possibilit avevo di liberarmi, se il club non voleva farmi andare? Era tutto incerto, ogni giorno un giro sulle montagne russe. Ma Mino era ottimista. Faceva parte del suo lavoro, e io non potevo fare altro che aspettare con fiducia e continuare a lottare. A quell'epoca era ormai noto ai giornali che volevo andar via a qualsiasi costo, ma cominci anche a trapelare che mi stava cercando l'Inter, e i tifosi juventini che venivano a seguire gli allenamenti in ritiro iniziavano a urlarmi di tutto: Traditore, Pezzo di merda pi tutta una serie di cose su mia madre, e certo non era divertente. Ma dopo un po' che giochi ti abitui, e te le fai scivolare addosso.
A un certo punto dovevamo giocare un'amichevole contro lo Spezia, e che cosa avevo detto sulle partite? Che non ne avrei giocate. Perci rimasi nella mia stanza incollato alla PlayStation. Fuori era in attesa il pullman che doveva portarci allo stadio ed erano gi scesi tutti, anche Nedved. A quanto mi pareva di capire, il pullman stava l con il motore acceso e c'era grande impazienza. Dove diavolo  Ibra, tipo? Aspettarono e aspettarono e alla fine Didier Deschamps venne personalmente su in camera mia. Era furibondo.
Perch sei ancora qui? Stiamo andando!
Io non mi voltai nemmeno. Continuai solo a giocare.
Hai sentito che cosa ho detto?
Hai sentito tu, che cosa ho detto io? risposi. Mi alleno, ma non gioco. L'ho detto almeno dieci volte.
Invece giocherai! Tu fai parte di questa squadra! Adesso muoviti! Alzati!
Mi si avvicin ma io non mi mossi. Continuai a giocare.
Che razza di rispetto sarebbe questo, stare seduto qui a giocare? rugg. Ti becchi una multa, hai capito?
Ok.
Come, ok?
Multatemi pure. Io resto qui.
Soltanto allora se ne and. Era fuori di s, e io rimasi l con la mia PlayStation mentre finalmente il pullman si mosse. Se la situazione non era tesa prima, a quel punto lo era diventata di sicuro. La storia fu riferita ai boss, ovviamente, e dovetti pagare una multa di trentamila euro, mi pare. Divent una vera e propria guerra, e come in tutte le guerre si trattava di pensare in modo strategico. Come posso rispondere? Qual  il prossimo passo? I pensieri mi ronzavano in testa senza posa.
Ricevetti delle visite segrete. Ariedo Braida, un pezzo grosso del Milan, venne a conoscermi di nascosto durante il ritiro. Uscii senza farmi beccare e ci trovammo in un altro albergo delle vicinanze per parlare di come sarebbe stato far parte del Milan. Ma, in tutta franchezza, il suo stile non mi piaceva. Era un continuo Kak  una stella. Tu no. Ma il Milan pu farti crescere. Il senso era un po' che avevo pi bisogno io del Milan che il Milan di me: non mi sentii particolarmente considerato n desiderato e avrei detto volentieri Grazie e arrivederci anche subito. Ma la mia posizione nella faccenda non era cos favorevole. Volevo disperatamente andarmene dalla Juventus. Ma non avevo assi nella manica e, alla fine del ritiro, fui costretto a rientrare a Torino senza nessuna offerta concreta.
Faceva caldo, era agosto, Helena si avviava al parto ed era sotto stress. Avevamo sempre addosso dei paparazzi e io cercavo di sostenerla pi che potevo, ma mi trovavo in una terra di nessuno. Non avevo idea di che cosa mi avrebbe riservato il futuro, e sembrava tutto difficile. 
Intanto la Juve aveva un nuovo centro sportivo: tutto quello che riguardava Moggi andava cancellato, anche i suoi vecchi spogliatoi malandati. Io continuavo ad allenarmi. Che altro potevo fare? Solo restare fedele alla mia linea. Ma era strano. Nessuno, giustamente, mi considerava pi uno della squadra, e dietro le quinte il dramma continuava. L'unica cosa positiva era che la Juventus sembrava non lottare pi allo stesso modo per trattenermi.
Chi vuole avere tra i suoi un ragazzo che se ne frega di tutto e gioca solo alla PlayStation?
C'era per ancora molta strada da fare e la questione era: Milan oppure Inter? Apparentemente era una scelta facile. L'Inter non vinceva uno scudetto da diciassette anni, non era pi esattamente una squadra di punta. Il Milan era uno dei club pi blasonati d'Europa. Chiaro che devi andare al Milan diceva Mino. Ma io non ero altrettanto sicuro. L'Inter era stata la squadra di Ronaldo e sembrava sinceramente interessata a me, mentre ripensavo a quello che Braida mi aveva detto lass in montagna: Tu non sei ancora una vera stella!. Il Milan aveva la squadra pi forte, eppure propendevo per l'Inter. Volevo andare dalla sfavorita. 
Ok disse Mino. Ma sappi che l'Inter sar una sfida totalmente diversa. Non otterrai nessun titolo senza lottare, l.
Ma io non volevo niente senza lottare. Volevo avere sfide e responsabilit. Quella sensazione mi cresceva dentro sempre pi forte, e gi allora capivo che cosa poteva significare arrivare in un club che non portava a casa lo scudetto da diciassette anni e vincere. Sarebbe stato fantastico. Ma appunto, non c'era ancora nulla di definito, e soprattutto non c'era tempo. Dovevamo abbandonare la nave che affondava e prendere al volo ci che veniva.
Il Milan doveva fare i preliminari di Champions, come conseguenza di Calciopoli. In realt il club avrebbe dovuto partecipare di diritto al torneo, ma la sentenza gli aveva tolto dei punti in classifica e cos era costretto a giocarsi la qualificazione contro la Stella Rossa di Belgrado. L'andata era a San Siro, ed era una partita importante anche per me: se il Milan fosse entrato in Champions, il club avrebbe avuto pi fondi a disposizione per la campagna acquisti, e Adriano Galliani mi aveva detto: Aspettiamo di vedere i risultati, poi ci faremo nuovamente sentire.
Fino a quel momento era stata soprattutto l'Inter a mostrare interesse, ma non erano molto facili neppure loro. Moratti naturalmente sapeva della mia disperazione e ne aveva approfittato per abbassare gi quattro volte la sua offerta. 
Quel 9 agosto mi trovavo nel nostro appartamento di piazza Castello, a Torino. La partita del Milan contro la Stella Rossa iniziava alle venti e quarantacinque. Io non la vidi, avevo altro da fare. Ma al ventiduesimo, su assist di Kak, Inzaghi segn l'uno a zero, e un po' di tensione nel club si allent. Poco dopo squill il mio telefono. Aveva suonato tutto il giorno e il pi delle volte era Mino. Infatti era ancora lui, mi comunicava che Silvio Berlusconi voleva vedermi quella sera stessa. Io feci un salto, chiaro. Non solo perch si trattava di lui, ma anche perch era una chiara dimostrazione di interesse da parte del Milan. Eppure non ero convinto. L'Inter restava ancora la mia prima scelta. Per quel colloquio con Berlusconi non ci avrebbe danneggiati. Anzi.
Possiamo sfruttare questa cosa? dissi.
Ci puoi scommettere rispose Mino, e si gett sul telefono.
Chiam subito Moratti, perch se c' qualcosa che pu mettere in moto quell'uomo  la possibilit di arrivare davanti al Milan e a Berlusconi.
Volevamo solo informarla che Ibrahimovic sta per cenare con Berlusconi a Milano gli disse Mino. 
Cosa?
Hanno un tavolo prenotato da Giannino.
All'inferno rispose Moratti. Vi mando immediatamente uno dei miei.
E cos mand a Torino Marco Branca, il direttore sportivo dell'Inter. Un'oretta dopo era da me. Branca  uno dei fumatori pi incalliti che abbia mai incontrato. Andava avanti e indietro nel nostro appartamento e riempiva il posacenere di mozziconi in un attimo. Ma lo capisco, in quel momento aveva addosso una pressione pazzesca. Aveva ricevuto dal suo capo l'ordine di chiudere l'affare prima che Berlusconi si chiudesse il nodo alla cravatta e uscisse per cenare da Giannino, e non era proprio rilassato all'idea di dover beffare l'uomo pi potente d'Italia. Mino sfrutt la situazione, ovvio. Gli piace quando la controparte  sotto pressione, perch la pressione ammorbidisce la gente. Comunque part una sfilza infinita di telefonate con cifre e clausole che rimbalzavano avanti e indietro. Era il mio contratto. Erano le mie condizioni, e l'orologio ticchettava e Branca fumava e fumava.
Accetti? chiese alla fine.
Controllai con Mino.
Mino disse: Vai!.
Ok, accetto.
Branca diede un'altra botta alle sue sigarette, e poi contatt Moratti. Si poteva proprio sentire l'eccitazione nella sua voce.
Zlatan ha accettato disse.
Erano buone notizie. Anzi, era grandioso. Lo si capiva dal tono del presidente. Ma non era ancora finita. Adesso i due club dovevano trovare l'accordo sul cartellino. Quanto costavo? Questa era un'altra partita, e ovvio, se la Juventus doveva perdermi, avrebbe preteso un signor incasso. Ma prima che tutto fosse sistemato, Moratti mi chiam.
Sei contento?
Moltissimo ripresi.
Allora permettimi di darti il benvenuto! disse, e, potete capire, tirai un gran respiro di sollievo.
Tutta l'incertezza della primavera e dell'estate vol via in un secondo, e adesso a Mino non restava altro da fare che telefonare al Milan. Certamente Berlusconi non avrebbe insistito per cenare con me, a quel punto: se ho ben capito, non era del tempo che avremmo dovuto parlare intorno a quel tavolo. Al Milan furono presi del tutto alla sprovvista, tipo: Ma che succede? Adesso Ibra se ne va all'Inter?.
Certe volte le cose possono andare molto in fretta disse Mino.
Alla fine la Juve mi lasci andare per ventisette milioni di euro, circa duecentocinquanta milioni di corone. Fu la cifra pi alta del calciomercato italiano di quell'anno, e potei anche evitare quella famosa multa che avevo preso in ritiro con la Juve per aver giocato alla PlayStation. Ci pens Mino a farla sparire come per incanto. 
Moratti dichiar alla stampa che il mio arrivo all'Inter aveva la stessa importanza di quando aveva acquistato Ronaldo, e questo naturalmente mi and dritto al cuore. Ero pronto per l'Inter. Ma prima dovevo andare in raduno con la Nazionale a Gteborg e contavo su un viaggio assolutamente tranquillo prima di cominciare a far sul serio.
16
Giocammo a Gteborg contro la Lettonia, vincemmo per uno a zero con gol di Kim Kllstrm e il giorno seguente eravamo liberi. Era il 3 settembre. Il nostro compagno Olof Mellberg, capitano dell'Aston Villa, compiva ventinove anni. Ci eravamo conosciuti in Nazionale e all'inizio lui era un tipo piuttosto chiuso, un po' come Trezeguet, ma poi si era sciolto ed eravamo diventati amici. Adesso voleva che io e Chippen uscissimo con lui a festeggiare, e perch no?, ci aggregammo entrambi.
Finimmo in un locale sull'Avenyn con le pareti tappezzate di fotografie. I giornali in seguito lo descrissero come un posto in. Tutti i locali dove passo io il giorno dopo diventano in, chiss come mai. Invece era un posto abbastanza anonimo. E quasi deserto.
Eravamo praticamente soli e ci sedemmo a bere un drink in tutta tranquillit, niente di che. A forza di chiacchierare si fecero le undici. Alle undici scattava il coprifuoco e dovevamo essere tutti in albergo, secondo le regole della Nazionale. Ma andiamo, ci dicemmo, saranno pure un po' elastici! Eravamo gi stati fuori in precedenza e rientrati in ritardo senza che per questo scoppiasse nessun casino. E poi era il compleanno di Olof, ed eravamo sobri, tranquillissimi... A mezzanotte e un quarto rientrammo e ce ne andammo a letto come bravi bambini. Tutto qui. I miei amici di Rosengrd non avrebbero neanche avuto la pazienza di ascoltare, se gliel'avessi raccontato.
Il vero problema  che io non posso nemmeno uscire a comprare il latte senza che i giornali lo vengano a sapere. Ho gente che mi spia ovunque. E che manda sms e fotografie. Ho visto Zlatan di qua e di l, davvero? e per non rendere la cosa noiosa si esagera un po' e la si racconta agli amici che esagerano ancora un altro po'. Il tutto dev'essere piccante, almeno un pochino, altrimenti che senso ha?
Ma quella volta i giornali furono pi furbi del solito.
Girarono la frittata: telefonarono al nostro team manager, e non gli chiesero a che ora eravamo tornati in albergo, ma quando scattava il coprifuoco. Lui disse la verit: Tutti devono essere in albergo entro le undici.
Ma Zlatan, Chippen e Mellberg ieri sono rientrati pi tardi. Abbiamo dei testimoni.
Il team manager  un bravo ragazzo, di solito ci difende. Ma quella volta non fu abbastanza pronto, non lo si pu nemmeno pretendere. Chi fa sempre la cosa giusta?
Se fosse stato furbo e avesse fatto come nei club italiani, avrebbe chiesto di poter richiamare e poi avrebbe fornito una buona spiegazione del perch eravamo stati fuori di pi, per esempio perch avevamo un permesso speciale, senza dire che l'avremmo fatta franca. Un: Se hanno sbagliato pagheranno sarebbe andato benissimo. Ma il principio basilare dovrebbe sempre essere di fare muro verso l'esterno. Noi siamo una squadra, siamo un'unit compatta e al nostro interno ok, se qualcuno sbaglia  giusto che paghi.
Ma il team manager rispose che nessuno poteva restare fuori dopo le undici e che quindi avevamo violato le regole. Da l scoppi il casino. Il mattino dopo mi chiam: Siete stati convocati a un incontro con Lagerbck disse, e si sa che non amo questo tipo di convocazioni. D'altro canto, ho ormai una certa pratica.  dall'asilo che mi convocano.  normale, per me,  cos da una vita, e stavolta sapevo pure di che cosa si trattava. La presi con tutta calma. Telefonai a uno dei ragazzi della sicurezza che conosco e che di solito  bene informato. 
Come butta?
Credo che dovrai fare le valigie rispose, e io non capivo.
Fare le valigie? Perch ero tornato un po' pi tardi? All'inizio non volevo crederci, ma poi lo ascoltai. Che altro potevo fare? Preparai le valigie, e non cercai neppure di inventarmi qualche scusa. La faccenda era troppo stupida per meritare lo sforzo. Per una volta, la verit andava benissimo. Quindi andai all'incontro e c'erano l Lagerbck e tutta la compagnia, naturalmente con Olof e Chippen. Loro non erano tranquilli come me. Non avevano la mia abitudine a quelle situazioni. Invece io mi sentivo come a casa. Era quasi come se ne avessi sentito la mancanza, come se fossi stato troppo diligente anzich vivere al limite.
Abbiamo deciso di rispedirvi a casa attacc Lagerbck. Che cosa avete da dire?
Io vorrei chiedere scusa disse Chippen.  stata veramente una cosa stupida.
Anch'io chiedo scusa fece Mellberg. Ma...
Ma cosa?
Ma come pensate di gestire la faccenda con i media? continu lui, e ci fu una lunga discussione in merito. Per tutto il tempo io me ne restai zitto. Non avevo niente da dire e forse Lagerbck lo trov un po' strano, di solito non sono certo un tipo impacciato. 
E tu allora, Zlatan, tu che cosa dici?
Io non dico nulla.
Come, non dici nulla?
Proprio cos. Nulla e mi accorsi immediatamente che questo li rendeva nervosi.
Sarebbero stati di sicuro pi a loro agio se avessi dato di matto. Era quello che si aspettavano. Invece la mia reazione li spiazzava, ma pi loro diventavano confusi pi io mi sentivo tranquillo. Il mio silenzio turbava l'equilibrio, mi metteva in posizione di vantaggio.  che tutto all'improvviso mi sembrava cos familiare! Era come ai vecchi magazzini Vessel, come a scuola, come nelle giovanili del Malm! Ascoltavo le pippe di Lagerbck su quanto erano stati chiari con le loro regolette con lo stesso interesse con cui avevo ascoltato gli insegnanti a scuola, tipo: Parla, parla pure, tanto io me ne sbatto. Ma una cosa mi mand in bestia. Fu quando lui disse: Abbiamo deciso di rispedirvi a casa con effetto immediato. Contro il Liechtenstein non giocherete. 
Non era per la partita, capiamoci, io avevo gi pure fatto le valigie. Lagerbck avrebbe potuto spedirmi anche a Kiruna e non mi sarei lamentato, poi, chi se lo inculava questo Liechtenstein? Fu quell'abbiamo a irritarmi. Chi c'era oltre lui?
Era lui il capo. Perch si nascondeva dietro altri? Avrebbe dovuto essere abbastanza uomo da dire: Io ho deciso eccetera, allora l'avrei rispettato, ma cos era da vigliacchi. Lo fissai negli occhi con sguardo duro senza dire niente, poi andai in camera mia e telefonai a Keki. In situazioni del genere uno ha bisogno della famiglia. 
Vieni a prendermi.
Che hai combinato?
Sono rientrato tardi ieri sera.
Prima di partire parlai con il team manager. Io e lui abbiamo sempre avuto un buon rapporto, mi conosce meglio di chiunque altro in Nazionale e conosce la mia storia e il mio modo di pensare. Sa che non dimentico cos facilmente.
Senti, Zlatan disse, io non sono preoccupato per Chippen e Mellberg. Sono ragazzi normali, si prenderanno la loro punizione e poi torneranno, ma tu, Zlatan... Ho paura che Lagerbck si stia scavando la fossa da solo...
Vedremo mi limitai a rispondere, e nel giro di un'ora ero sparito dall'albergo. Io e mio fratello caricammo in macchina anche Chippen. Eravamo lui, io, Keki e un altro mio amico: ci fermammo a una stazione di servizio, ricordo, e l vedemmo le prime pagine dei giornali.
Dev'essere stato il ritardo che ha suscitato pi scalpore della storia! In quei giorni restai in contatto costante con Chippen e Mellberg. Volevo rassicurarli: nonostante fossi il pi piccolo, ero un po' come un fratello maggiore per loro: Calma, ragazzi. Questa cosa rientrer in nostro favore. A nessuno piacciono i bravi bambini. 
Ma ero sempre pi arrabbiato per come era stata gestita la cosa. Lagerbck e gli altri facevano il gioco del noi-contro-loro. Era ridicolo. Nel primo anno al Milan mi azzuffai con un compagno, Oguchi Onyewu. Ne racconter pi avanti, ma fu uno scontro piuttosto duro, e nessuno pens che fosse un bello spettacolo. Poteva finire male. Per con i media la dirigenza mi difese, disse che era un bene che io fossi cos carico, o qualcosa del genere. Tennero unita la squadra,  cos che si fa in Italia. Ci si difende dall'esterno e, come si dice, i panni sporchi si lavano in famiglia. Invece con quella storia del ritardo diventammo i cattivi ragazzi contro i buoni. Era stata gestita malissimo, e lo dissi anche a Lagerbck quando mi telefon. 
Per me  tutto dimenticato fece lui. Sei di nuovo il benvenuto.
Davvero? Ma io non torner. Avreste potuto darmi una multa, avreste potuto fare qualsiasi cosa, ma siete andati dai giornali e ci avete messo alla gogna. E questo non lo accetto. Cos fu.
Rifiutai l'offerta di tornare in Nazionale e quella storia spar dalla mia testa. Avevo altro a cui pensare. C'era solo una cosa di cui mi pentivo, avrei dovuto mettere pi classe in quello scandalo: starsene seduti in un locale praticamente deserto con un unico drink, e rientrare un'ora in ritardo... Cos', una fiaba? Avrei dovuto almeno distruggere un bar e sfasciare una macchina contro la fontana su in fondo all'Avenyn, e ritornare in albergo barcollando in mutande. Questo s, sarebbe stato uno scandalo al mio livello, non quelle cazzate.
Il rispetto non lo chiedi. Te lo prendi.  facile sentirsi piccoli quando si  nuovi in un club: tutto  nuovo, ognuno ha il suo ruolo e il suo posto, delle gag consolidate... La cosa pi semplice  fare un passo indietro, ascoltare e assorbire. Ma cos perdi l'iniziativa. E perdi tempo. Ma io ero andato all'Inter per fare la differenza e ridare al club lo scudetto dopo diciassette anni, non potevo stare in disparte, oppure aver paura di muovermi solo perch i media mi aspettavano al varco e perch la gente aveva dei preconcetti: Zlatan  un bad boy, Zlatan ha problemi con il suo caratteraccio e via dicendo.  facile farsi influenzare e cercare di dimostrare che sei tutto l'opposto, un ragazzo gentile. Ma allora ti lasci manipolare e non va bene.
Non fu il massimo che quella storia di Gteborg rimbalzasse su ogni giornale italiano proprio appena mi ero trasferito all'Inter. Guarda, guarda, il ragazzo se ne infischia delle regole, proprio lui che  costato cos tanto. Non  che sar un po' sopravvalutato? Oppure addirittura un acquisto sbagliato? Questo si iniziava a mormorare. Peggio di tutti fece un cosiddetto esperto svedese che disse: Per come la vedo io, l'Inter ha sempre fatto degli acquisti un po' strani, puntano su giocatori individualisti... E adesso si sono portati in casa un altro problema.
Ma io avevo sempre in mente le parole di Capello: il rispetto bisogna prenderselo. Quindi ok, era come entrare in un nuovo campetto a Rosengrd: non puoi tornare indietro, o preoccuparti che un idiota abbia detto questo o quest'altro su di te. Devi metterti subito al centro della scena. Cos esordii con quel tono che mi portavo dietro dalla Juventus: Sono venuto qui per vincere.
In allenamento ce la mettevo tutta, entusiasmo e forza di volont a mille. Ero peggio che mai. Diventavo matto se la gente non dava il massimo in campo. Urlavo e facevo casino quando perdevamo o facevamo una brutta partita e, in un modo del tutto diverso rispetto al passato, ottenni il ruolo di leader. Lo vedevo negli occhi dei tifosi, dei compagni... si aggrappavano a me. Io li avrei condotti in battaglia, e al mio fianco avevo di nuovo Patrick Vieira. Con lui accanto, nessun'impresa  impossibile. Eravamo due mostri vincenti, che davano tutto per aumentare la motivazione e trasmettere la mentalit vincente alla squadra.
C'era per un problema nel club: Moratti, il presidente e proprietario, ha fatto di tutto per l'Inter, ha sborsato oltre trecento milioni di euro in questi anni. Ha portato ad Appiano gente come Baggio, Ronaldo, Crespo, Vieri, Figo e Maicon, puntando moltissimo sull'attacco. Il problema  che era troppo generoso, troppo buono. Era capace di distribuirci dei ricchi bonus per una singola vittoria, e io glielo feci notare. Non che abbia nulla contro bonus e altri vantaggi, come disse Mourinho: Non sono pirla, ma non si potevano distribuire premi per cos poco.
Secondo me dava un segnale sbagliato, solo che non  che un giocatore prende e va a parlare col presidente tutte le volte che vuole. Ma io avevo acquisito una posizione tale nel club che lo feci comunque. Moratti poi non  certo una persona difficile, si pu parlare con lui, e cos gli dissi: Presidente!.
S, Ibra.
Lei deve darsi una calmata!
In che senso?
Con i bonus! Questi poi non corrono pi! Diavolo, una partita vinta non  niente. Siamo pagati per vincere e ok, se portiamo a casa lo scudetto ci dia pure un premio se vuole, ma non dopo una sola vittoria. Moratti parve capire e apprezzare.
Ci diede un taglio, e non fraintendetemi, non  che credessi di dover insegnare il mestiere a Moratti, figuriamoci. Ma se vedevo qualcosa di sbagliato, qualcosa che poteva influire negativamente sulla motivazione della squadra, lo facevo notare.
La vera sfida era rompere quei cazzo di gruppetti. Li odiai fin dal primo giorno, e non dipendeva soltanto dal fatto che io venivo da Rosengrd, dove ci si mischiava senza problemi: turchi, somali, jugoslavi, arabi. Era anche perch l'avevo visto gi molto chiaramente, sia alla Juventus sia all'Ajax: tutte le squadre rendono molto meglio quando fra i giocatori c' coesione. All'Inter era l'opposto. L in un angolo stavano seduti i brasiliani; gli argentini stavano in un altro e tutti gli altri in un terzo. Era cos stupido.
Ok, a volte si formano un po' dei gruppetti nello spogliatoio. Non  un bene, ma succede. In quel caso per sei tu che scegli di stare con quelli con cui ti trovi meglio. All'Inter, invece, i giocatori si raggruppavano per nazionalit. Era una roba da et della pietra, spesso non si salutavano nemmeno, fra gruppi. Giocavano insieme a calcio. Stop. Per il resto vivevano in mondi separati, e questa cosa mi faceva innervosire tremendamente, e capii subito che per vincere bisognava cambiare. Alcuni forse pensavano: Che importanza ha con chi ci sediamo o no a tavola?. Credetemi, ha importanza. Se non c' coesione fuori dal campo, dentro si nota. Influisce sulla motivazione e sul senso di squadra. Il calcio  questione di dettagli e questo genere di cose pu essere decisivo. Cos considerai come mio primo grande test da leader porre fine a quella situazione. Ma mi accorsi che le parole non bastavano.
Andavo in giro e dicevo: Cos' questa storia? Perch state l seduti tra di voi come dei bambini?. E certamente, molti concordavano con me, altri rimanevano un po' imbarazzati, ma non succedeva nulla. Le abitudini erano ormai consolidate. Quelle barriere invisibili erano troppo nette. Perci andai nuovamente da Moratti, e stavolta fui pi chiaro possibile. L'Inter non vinceva il campionato da secoli. Volevamo andare avanti cos? Dovevamo essere dei perdenti solo perch la gente non aveva voglia di parlarsi?
Ovviamente no disse Moratti.
Ma allora bisogna rompere questi dannati gruppetti. Non possiamo vincere se lo spogliatoio non  unito.
Non credo che Moratti avesse compreso esattamente quanto fosse grave la situazione, ma cap il mio ragionamento, ed era perfettamente in linea con la sua filosofia. Disse: Dobbiamo essere come una famiglia unita, nell'Inter. Parler con gli altri, ed effettivamente non molto tempo dopo venne da noi. Sapete, si vedeva subito che rispetto avessero tutti per lui. Moratti era il club. Lui non era solo quello che prendeva le decisioni, come Moggi, eravamo proprio suoi, in un certo senso. Tenne un piccolo discorso. Era veramente infiammato: parl di coesione e tutti mi lanciarono delle occhiate, ovviamente. Sembravano le mie parole.  Ibra, che sta parlando? Molti probabilmente ne erano convinti. Ma non m'importava. Io volevo solo mettere insieme i pezzi della squadra.
Lentamente la situazione miglior, passo dopo passo. I gruppetti si sciolsero e tutti cominciarono a stare con tutti. Diventammo pi carichi e compatti, e io andavo in giro e parlavo con tutti e cercavo di compattare l'ambiente ancora di pi. Ma  chiaro, non  che si potesse vincere il campionato solo con quello. Ricordo la prima partita, a Firenze. Era il 9 settembre, e la Fiorentina naturalmente voleva batterci a ogni costo. Anche loro erano stati coinvolti nello scandalo di Calciopoli, e iniziavano il campionato con quindici punti di penalizzazione: il pubblico dell'Artemio Franchi era carico di rancore. 
L'Inter aveva schivato lo scandalo, molti pensavano che ci fosse sotto del marcio, e la sensazione era che entrambe le squadre fossero subito costrette a vincere: la Fiorentina per iniziare a fare punti e noi per metterci in corsa per lo scudetto.
Io giocai titolare con Hernn Crespo accanto. Cominciammo bene insieme, almeno in campo, e verso la met del secondo tempo raccolsi un lungo passaggio in area di rigore e incrociai in rete di destro. Il gol all'esordio mi diede grande tranquillit, e da quel momento diventai sempre pi una cosa sola con la squadra: rifiutare l'invito a giocare in Nazionale nelle qualificazioni agli Europei contro Spagna e Islanda fu una scelta ovvia. Volevo dedicarmi completamente all'Inter e alla famiglia.
Io e Helena allora stavamo contando i giorni per la nascita del nostro primo figlio, e avevamo deciso che lei partorisse all'ospedale di Lund. Nonostante tutto, ci fidavamo di pi della sanit svedese. Ma non era cos semplice. C'erano i media, e i paparazzi, c'era tutta la solita isteria che ci accompagnava, cos ingaggiammo dei bodyguard e informammo la direzione dell'ospedale che chiuse il reparto della clinica. Tutti quelli che entravano venivano controllati. All'esterno l'area era pattugliata dalla polizia e noi eravamo parecchio nervosi. C'era un odore speciale, l dentro. La gente correva avanti e indietro nei corridoi e si sentivano voci e urla, non capivo se di gioia o cosa... Ho gi detto che odio gli ospedali? Be', odio gli ospedali. Io sto bene quando gli altri stanno bene. Se la gente intorno a me sta male, comincio a stare male anch'io, o almeno  questa la sensazione. Non riesco a spiegarlo. Ma gli ospedali mi fanno venire il mal di pancia. C' qualcosa nell'aria che non mi piace, e se sono costretto a starci cerco di andarmene prima che posso.
Avevo deciso di partecipare a tutte le fasi del parto, e questo mi rendeva nervoso. Sapete, io ricevo molte lettere da tutto il mondo, e il pi delle volte non le apro nemmeno, per una questione di equit: siccome non posso leggere e rispondere a tutte, le lascio spesso l cos come arrivano. Non  giusto favorire qualcuno e non altri. Ma a volte capita che Helena non riesca a resistere e aprendone qualcuna abbiamo appreso storie terribili, tipo quella di un bambino a cui resta solo un mese di vita e che dice che sono il suo idolo... Allora Helena mi chiede sempre: Che cosa possiamo fare? Procurare dei biglietti per la partita? Mandare delle maglie firmate?. Cerchiamo veramente di fare qualcosa. Ma confrontarmi con il dolore degli altri mi fa stare male.  una mia debolezza, lo ammetto. Pensate cosa volesse dire, quindi, passare la notte l all'ospedale: mi preoccupavo per quello, ma per Helena chiaramente era anche peggio. Era agitata. Non  facile sentirsi braccati quando si sta per mettere al mondo il proprio primo figlio. Pensi che se qualcosa va male, tutto il mondo lo verr a sapere.
Se qualcosa va male? Anch'io avevo questo genere di pensieri, ovviamente, ma and tutto bene, e poco dopo provai una gioia indescrivibile. Era un bellissimo maschietto, ce l'avevamo fatta! Eravamo genitori. Ero pap, e l'ipotesi che il bambino potesse avere qualche problema non la contemplavo nemmeno, non dopo che eravamo riusciti a superare tutte le difficolt, ma i medici e le infermiere sembravano allegri e contenti. E invece, qualche mese dopo, scoprimmo che non era finita per niente.
Chiamammo il piccolo Maximilian. Non so esattamente dove fossimo andati a prenderlo, quel nome, ma suonava importante. Ibrahimovic era gi importante in s, Maximilian Ibrahimovic lo era ancora di pi. Era al tempo stesso un nome bello e potente, ed  vero che finimmo presto per chiamarlo Maxi, ma... be', suonava bene anche quello.
Tutto sembrava perfetto e io lasciai l'ospedale quasi subito. Non che fosse cos semplice, fuori c'erano giornalisti ovunque. Ma i ragazzi della nostra sicurezza mi infilarono un camice bianco, tipo dottor Ibrahimovic, ecco, poi mi fecero accucciare dentro un cesto della biancheria sporca, una cosa folle, un enorme, stramaledetto cesto. Nascosto l dentro mi portarono attraverso tunnel e corridoi fino gi al garage. Qui saltai fuori, mi cambiai e ripartii per l'Italia. Riuscimmo a imbrogliare tutti.
A Helena non and altrettanto bene. Era stato un parto laborioso, e poi non era abituata come me a stare sotto i riflettori. Io non me ne accorgevo quasi pi, ormai faceva parte della mia vita, ma per Helena non era cos. Quando lasciarono la clinica, lei e Maxi furono portati fuori di nascosto e accompagnati a casa di mia madre a Svgertorp, su due macchine diverse. Credevamo che una volta fuori di l Helena avrebbe potuto tirare il fiato. Poveri ingenui! Pass un'ora soltanto. Poi i giornalisti cominciarono ad affollarsi fuori dalla casa, e lei giustamente si sentiva braccata e in gabbia, e poco dopo ripart per Milano.
Io ero gi l e per la quarta giornata avevamo il Chievo a San Siro. Sarei partito dalla panchina. Non avevo dormito granch, Roberto Mancini non mi vide concentratissimo sul match e giustamente non mi schier titolare. Ero seduto sovrappensiero e, a un certo punto, lasciai scorrere lo sguardo sul campo e sul pubblico. Gli ultras dell'Inter avevano srotolato un enorme striscione bianco, sembrava una bandiera di pirati al vento, e sopra c'era scritto qualcosa in lettere nere e azzurre. Era Benvenuto Maximilian, e io mi domandai: Chi cavolo  'sto Maximilian? Abbiamo preso uno nuovo?.
Poi capii. Era mio figlio. Gli ultras stavano dando il benvenuto nel mondo a mio figlio! Era una cosa cos bella che volevo piangere. Quei tifosi non sono gente con cui si possa scherzare. Sono ragazzi tosti, e io avrei avuto degli scontri anche molto duri con loro. Ma quel giorno... che cosa posso dire? Con quel gesto mi fecero vedere l'Italia al suo meglio, il loro amore per il calcio e per me, per la mia famiglia. Tirai fuori il cellulare e scattai una foto e la mandai a Helena. Poche cose le sono arrivate cos dritte al cuore. Le vengono ancora le lacrime agli occhi quando lo racconta. Era come se San Siro le stesse mandando il suo amore.
Avevamo anche preso un nuovo cucciolo, Trustor, perci adesso avevo una vera famiglia. Avevo Helena, Maxi, Hoffa e Trustor, e poi la mia console. A quell'epoca giocavo di continuo all'Xbox. Passavo il limite, molto semplicemente. Divent una vera e propria droga. Non riuscivo a smettere, e spesso stavo seduto a giocare con il piccolo Maxi sulle ginocchia.
Abitavamo ancora in albergo a Milano, in attesa di un appartamento tutto nostro, e quando telefonavamo gi per ordinare da mangiare ce ne rendevamo sempre pi conto: loro erano stanchi di noi e noi di loro. L'albergo ci dava sui nervi, e cos cambiammo, trasferendoci al Nhow di via Tortona: l era un po' meglio, ma ancora troppo caotico. 
Tutto era nuovo con Maxi. Ma iniziammo a notare che vomitava parecchio e che non cresceva di peso, semmai il contrario. Dimagriva. Ma nessuno di noi sapeva come sarebbe dovuta andare. Magari era normale cos. Qualcuno ci aveva detto che i neonati possono perdere peso per un certo periodo dopo la nascita, e lui sembrava forte, o no? Ma il cibo gli tornava su, e il suo vomito era denso e aveva un aspetto strano. Vomitava di continuo. Era normale? Non ne avevamo la pi pallida idea. Telefonavo alla mia famiglia e ai miei amici e tutti mi tranquillizzavano: di sicuro non  niente di grave. Anch'io lo credevo, o per lo meno volevo crederlo, e cercavo delle spiegazioni rassicuranti.
Va tutto bene.  mio figlio. Che cosa pu andare storto? Ma la paura non se ne andava: era sempre pi evidente che Maxi non riusciva a trattenere il cibo e continuava a perdere peso. Alla nascita pesava tre chili, adesso era sceso a due chili e otto, e io me lo sentivo nelle viscere: qui non va bene, ma proprio per niente, finch non riuscii pi a tenermelo dentro.
C' qualcosa che non quadra, Helena!
Lo penso anch'io rispose lei, e come posso spiegarlo?
Ci che prima era stato un sospetto, una sensazione, divenne una certezza, e la stanza sembr tremare. Mi sentivo un unico nodo dalla testa ai piedi. Non avevo mai provato una sensazione del genere, neanche lontanamente. Prima di avere un figlio mi sentivo un supereroe. Potevo incazzarmi e dare di matto, provare tutti i sentimenti possibili, ma avevo sempre pensato che tutto si poteva risolvere, se solo mi mettevo d'impegno. Invece improvvisamente non era pi cos. Ero impotente. Non potevo far guarire Maxi con la forza di volont. Non potevo fare niente. 
Il bimbo diventava sempre pi debole, era diventato pelle e ossa. Sembrava che potesse morire da un momento all'altro. Telefonammo in giro come disperati finch un medico, una donna, venne su nella nostra camera. Io non ero l in quel momento, dovevo giocare una partita. Ma credo che fummo fortunati.
La dottoressa annus il vomito, lo esamin, riconobbe i sintomi e disse: Dovete portarlo immediatamente all'ospedale, e ricordo perfettamente cosa accadde. Io ero con la squadra, dovevamo incontrare il Messina in casa. Suon il cellulare, Helena era isterica: Maxi dev'essere operato subito disse, e io mi chiesi: Lo perderemo?  veramente possibile?. I pensieri si affollavano in testa, tutte le domande e le paure possibili e immaginabili, e andai a dirlo a Mancini. Come molti altri allenatori, era un ex giocatore, e aveva iniziato nella Lazio di Sven-Gran Eriksson. Cap, aveva un cuore.
Il mio bambino sta male gli dissi, e lui mi guard negli occhi: ero uno straccio. 
Non avevo pi in testa solo l'idea di vincere. Anzi, in testa avevo Maxi e nient'altro, il mio piccolino, il mio amatissimo figlio, e Mancini lasci che fossi io a decidere se giocare oppure no. Fino a quel momento avevo segnato sei gol, stavo andando bene. Ma adesso cosa dovevo fare? Avevo il cervello che bolliva. 
Da Helena ricevevo degli aggiornamenti. Si era precipitata all'ospedale e nessuno parlava inglese, mentre Helena non sapeva quasi una parola di italiano. Era completamente persa. Non capiva niente, se non che c'era una gran fretta, e che un medico le aveva chiesto di firmare una certa carta. Che carta? Non ne aveva la pi pallida idea. Non c'era tempo per pensare. Firm. In certe situazioni si firma qualsiasi cosa, immagino. Poi arrivarono altre carte, firm anche quelle e le portarono via Maxi, e per lei fu terribile. Che cosa gli avrebbero fatto? Era totalmente sconvolta. Ma Helena strinse i denti. Non poteva fare nulla. Doveva accettare la situazione e sperare mentre Maxi veniva portato via in un'altra stanza insieme a medici e infermiere, e solo lentamente lei riusc ad afferrare qual era il problema. Il suo pancino non funzionava e doveva essere operato.
Io intanto ero in campo a San Siro e non era facile trovare la giusta concentrazione. Ma avevo deciso di giocare e partii titolare. O almeno credo. Tutto  nebuloso, e non credo di aver giocato granch bene. Come avrei potuto! Ricordo che a un certo punto Mancini si alz dalla panchina e mi fece un segno: Ti tiro fuori fra cinque e io annuii: Certo, esco, qui in campo non sono di nessuna utilit.
Ma un minuto pi tardi segnai una rete e pensai: Mancini, va' all'inferno! Tirami fuori, adesso!. Continuai a giocare e fin due a zero per noi. Io ero in piedi a rabbia e adrenalina, al fischio dell'arbitro andai via di corsa. Non dissi una parola negli spogliatoi e non ricordo quasi la strada che feci poi. Il cuore martellava. Ma ho ancora davanti agli occhi il corridoio dell'ospedale, e l'odore che c'era, e che mi precipitai dentro e domandai: Dove? dove? e alla fine arrivai in una grande sala dove Maxi stava insieme a un sacco di altri bambini, dentro un'incubatrice. Era pi piccolo che mai, come un uccellino. Aveva cannule nel corpo e nel naso. Mi sentii come se mi stessero strappando il cuore. Guardai lui e poi Helena, e cosa credete? Che in quel momento fui il duro di Rosengrd? Dissi: Vi amo. Voi siete tutto per me. Ma non ce la faccio. Sto per impazzire. Telefonami alla minima cosa e scappai via. 
Non fu carino nei confronti di Helena, lo so, era l sola con Maxi. Ma non ce la feci, fui preso dal panico. Odiavo gli ospedali come non mai, mi rifugiai in albergo e di sicuro giocai all'Xbox. Di solito in situazioni del genere riesce a calmarmi. Per tutta la notte mi tenni accanto il cellulare, e ogni tanto sobbalzavo, come in attesa di qualche notizia terribile.
Ma and bene. L'operazione riusc e Maxi da allora sta bene. Ha una cicatrice sulla pancia, ma per il resto  sano come un pesce. A volte ripenso a tutto quello che abbiamo passato. Mi d un po' di prospettiva. Vincemmo veramente lo scudetto quel mio primo anno con l'Inter, e pi tardi in Svezia fui nominato per il Premio Jerring, assegnato allo sportivo dell'anno.
Non  una giuria a scegliere il vincitore, ma il popolo svedese, e ovviamente vincono quasi sempre atleti che praticano sport individuali, come Ingemar Stenmark, Stefan Holm, Annika Srenstam e via dicendo. Per essere precisi, un paio di volte  stata anche premiata un'intera squadra, la Nazionale di calcio lo fu nel 1994 dopo il terzo posto ai Mondiali americani. Ma nel 2007 fui nominato come singolo. All'inizio del 2008 ci fu il Gran Gal dello Sport, io ed Helena ci andammo insieme, elegantissimi, e prima della premiazione me ne andai un po' in giro a socializzare e incontrai Martin Dahlin.
Martin Dahlin  un ex calciatore svedese, un grande. Era nella Nazionale che vinse il bronzo ai Mondiali e il Premio Jerring nel 1994, e ha giocato nella Roma e nel Borussia Mnchengladbach, segnando un sacco di gol. Ma sapete com', c' sempre questa cosa del conflitto fra generazioni: i vecchi vogliono sempre essere stati i migliori. Ma anche i giovani lo vogliono, non vogliono farsi fare una testa cos con i vecchi campioni, non vogliono sentirsi dire: Dovevate esserci a quei tempi e stronzate del genere. Vogliamo che il calcio di oggi sia il pi bello della storia, e mi sembr di avvertire una punta di sarcasmo nella voce di Martin.
Ohil, tu qui?
Perch era sorpreso?
E anche tu? replicai con la stessa ironia, come se fossi altrettanto stupito che l'avessero fatto entrare.
Noi abbiamo vinto il Premio, sai, nel '94.
Come squadra, s. Io sono stato nominato come singolo atleta ribattei, e sorrisi. Non era niente, eh, solo un piccolo screzio.
Ma in quell'attimo me lo sentii in tutto il corpo, volevo vincere quel premio e lo dissi anche a Helena quando tornai al nostro tavolo: Cavolo, spero di vincere!. Non ho mai detto niente del genere, nemmeno di un campionato o di una coppa. Ma quella volta s. Quel premio tutt'a un tratto divent importante, come se veramente avesse potuto cambiare qualcosa nella mia vita. Non riesco a spiegarlo con esattezza. Avevo ricevuto un sacco di altri premi ma non mi ero mai sentito toccato cos da vicino. Forse, che so, capivo che poteva diventare una conferma, il segno che ero stato accettato per davvero, non solo come calciatore ma come persona, nonostante tutti i casini che avevo combinato e le mie origini. Perci me ne stavo seduto l tutto teso mentre sul palco leggevano i nomi dei candidati. 
C'eravamo io e quella ragazza che salta gli ostacoli, la Kallur, e poi Anja Prson, la sciatrice, e io non avevo la pi pallida idea di come sarebbe andata a finire. In vista dei miei Palloni d'Oro svedesi di solito ricevo informazioni in anticipo, non voglio fare un viaggio in Svezia per niente, ma stavolta non sapevo nulla, proprio nulla, e i secondi passavano. Diavolo, ditelo, su, avanti! Il vincitore ...
Venne gridato il mio nome, e allora mi salirono le lacrime agli occhi. Credetemi, non sono uno che piange cos facilmente, non mi hanno abituato a questo genere di emozioni da bambino; ma quella volta mi lasciai travolgere totalmente e mi alzai in piedi. Tutti in sala urlavano e applaudivano. Intorno a me c'era un gran casino. Passai di nuovo accanto a Martin Dahlin e allora non riuscii a trattenermi e gli dissi: Scusa Martin, permesso, devo andare su a ritirare un premio. 
Una volta sul palcoscenico ricevetti il premio dalle mani del principe Carl Philip e presi il microfono: non sono proprio il tipo che si prepara i discorsi di ringraziamento. Parlo e basta, e all'improvviso cominciai a pensare a Maxi, a tutto quello che avevamo passato, e iniziai a riflettere, che era strano, in effetti. Avevo ricevuto il premio perch avevo aiutato l'Inter a vincere lo scudetto dopo diciassette anni, e mi domandai se Maxi era nato in quella stessa stagione. Era come se all'improvviso non lo sapessi pi, e lo domandai a Helena.
Ma Maxi  nato nella stagione dello scudetto? e lei quasi non riusciva nemmeno ad annuire in risposta.
Aveva le lacrime agli occhi, e questo non lo dimenticher mai, credetemi.
17
Forse stavo crescendo e diventando adulto, forse no. Ormai lo avrete capito, io ho sempre bisogno di nuovi stimoli.  cos fin da quando ero bambino, e certe volte vado fuori strada. Nel vero senso della parola. 
Ho un vecchio amico che aveva una pizzeria a Malm, pesa circa centoventi chili e con lui una volta stavo andando da Bstad a Malm con la mia Porsche. Devo dirlo, molti non amano venire in macchina con me, e non perch non sia un bravo guidatore.  che anche al volante ho molta grinta, e quella volta accelerai fino a toccare i trecento. Ma mi sembrava di andare piano, e allora continuai a pigiare, trecentouno, trecentodue... dopo un po' la strada cominci a restringersi. Ma io continuavo, e quando il tachimetro tocc i trecentoventicinque il mio amico esplose: Zlatan rallenta, porca puttana, io ho una famiglia!.
E perch io no, brutto ciccione? risposi.
Poi rallentai, controvoglia, ci rilassammo e sorridemmo. In fondo si trattava della nostra vita... Ma essere ragionevole per me non  sempre facile. Cose del genere mi danno la carica, e anche se non mi sono mai fatto droga o altre schifezze, forse ho anch'io una piccola dipendenza. Mi vengono delle manie. Attualmente  la caccia, ma a quei tempi era l'Xbox, e nel novembre di quell'anno usc un nuovo gioco. 
Si chiamava Gears of War, e mi prese totalmente. Costruii un'intera sala giochi e ci stavo chiuso dentro per ore: potevano farsi le tre, le quattro del mattino, avrei dovuto dormire e tenere dei ritmi pi sani per non arrivare all'allenamento del mattino dopo come un rottame. Ma me ne fottevo. Gears of War divent come un veleno, Gears of War e Call of Duty. Passavo tutto il mio tempo libero a giocarci.
Ero come intossicato. Non riuscivo a smettere, e spesso giocavo online con gente di tutto il mondo: inglesi, italiani, svedesi, tutte le nazionalit immaginabili, per sei, sette ore al giorno. Ovviamente, avevo il mio gamertag* e non potevo certo chiamarmi Zlatan in rete, perci nessuno sapeva chi si nascondesse dietro il mio nickname.
Ma giuro: facevo colpo sulla gente anche sotto falso nome. Ho sempre giocato ai videogiochi, e sono estremamente competitivo in tutto. Mi concentro sempre sul mio obiettivo, qualsiasi esso sia. Battevo tutti. Ma ecco, c'era un altro tizio, anche lui era bravo ed era sempre online, tutta la notte, proprio come me. Il suo gamertag era D e qualcos'altro, e a volte lo sentivo parlare in cuffia: tutti chiacchieravano durante le partite o fra l'una e l'altra. 
Io cercavo di tenere la bocca chiusa, senn immaginate? Ma non sempre era facile. Avevo l'adrenalina in corpo, e uno di quei giorni lui cominci a parlare di macchine. D aveva una Porsche 911 Turbo, disse, e allora non ce la feci pi. Era lo stesso modello che avevo passato a Mino dopo il nostro famoso primo pranzo ad Amsterdam. Cos cominciai a chiacchierare, ma capii subito che la gente iniziava a sospettare.
Dalla voce sembri Zlatan disse qualcuno.
No, no, non sono io.
Avanti, su ribatterono, e mi fecero delle domande. Io riuscii a svicolare ma poi passammo a parlare di Ferrari, e non  che fosse granch meglio.
Io ne ho una dissi a un certo punto. Non una qualunque, veramente...
Che modello?
Se te lo dico non ci credi risposi, e allora D s'incurios ancora di pi.
Avanti, su! Quale?
 una Enzo.
Rest in silenzio.
Non ci credo.
Te l'avevo detto!
Una Enzo?
Una Enzo!
Allora tu puoi essere una sola persona.
Chi?
Quello di cui si parlava.
Forse dissi io. O forse no. E poi continuammo a giocare. Quando non giocavamo chiacchieravamo, io cercavo di scoprire qualcosa in pi su di lui e venni a sapere che lavorava in Borsa. Parlare con lui era facile, mi accorsi che il calcio gli piaceva e amava le macchine veloci. Ma non era uno spericolato, piuttosto un tipo calmo, riflessivo. Un giorno finimmo a parlare di orologi, sono un'altra cosa per cui ho avuto un certo interesse. D avrebbe voluto un AP, un Audemars Piguet, un pezzo di gran pregio, e disse che stava pensando di prendere quell'orologio piuttosto particolare, e qualche altro giocatore che era online in quel momento disse: Ci sono tempi d'attesa molto lunghi, per quello e forse era anche vero, ma certo non per me. Un giocatore di calcio in Italia ha diversi bei vantaggi, uno di questi  che pu saltare qualsiasi coda. Cos mi intromisi di nuovo.
Posso procurartelo nel giro di una settimana per xxx euro.
Stai scherzando?
Assolutamente no!
E come fai?
Mi basta fare una telefonata. Pensai: Tanto cos'ho da perderci?.
Se D non avesse voluto pi l'orologio o diceva solo stronzate, potevo tenerlo io. Non era chiss quale affare e il ragazzo mi pareva affidabile: parlava di Ferrari e di altri giocattoli di lusso, eppure non mi sembrava un esaltato. Sembrava semplicemente che gli piacessero le cose belle, perci gli dissi: Senti, presto dovr andare a Stoccolma, star allo Scandic Park.
Ok disse.
Se il tal giorno ti farai trovare gi nella hall alle quattro, avrai il tuo orologio.
Stai dicendo sul serio?
Io sono un tipo serio! risposi.
Quindi telefonai al mio contatto e in pochi giorni mi consegnarono l'orologio, un piccolo gioiellino. Poi diedi i miei estremi bancari a D attraverso l'account Xbox. Non molto tempo dopo, come avevo detto andai a Stoccolma: dovevamo giocare una partita di qualificazione per gli Europei, e come al solito stavamo allo Scandic Park. Io e Lagerbck ci eravamo riconciliati, dopo tutti i casini, e arrivai in albergo e salutai gli altri ragazzi della squadra. Alle quattro scesi con l'orologio alla reception, secondo gli accordi. Ero assolutamente tranquillo, ma portai con me anche Janne Hammarbck, l'addetto alla sicurezza. 
Non avevo idea di che faccia avesse D o di che tipo fosse. Mi guardai in giro e l'unica persona che vidi fu un tipo bruno e mingherlino che stava seduto in una poltrona, e che pareva molto timido.
Sei qui per un orologio? dissi avvicinandomi.
S, io...
Si alz in piedi, e mi accorsi subito che era totalmente spiazzato. Immagino che ormai doveva aver capito chi fossi, ma in quel momento dovette pensare: Allora sei veramente tu!. Era una reazione che avevo gi visto. La gente diventa insicura con me, perde fiducia in se stessa, e allora io cerco di essere pi aperto e pi gentile. Cos ci mettemmo a parlare e cominciai a chiedergli un sacco di cose sul suo lavoro, quali posti frequentava quando usciva e questo genere di cose, e dopo un po' si rilass. Allora attaccammo a parlare di Xbox, e come dire? Fu piacevole. Era qualcosa di nuovo.
I miei amici di Rosengrd sono ragazzi di strada: hanno altri modi, s'incazzano facilmente, e di per s non c' niente di sbagliato in questo, assolutamente, io sono cresciuto con loro. Ma questo ragazzo era intelligente e posato, pensava in modo diverso, non era aggressivo per niente, non aveva bisogno di fare il figo. Normalmente non entro cos facilmente in confidenza con la gente. Ho preso diverse batoste per dare fiducia a chi non la meritava. Ma vidi subito che con D andavo d'accordo, e gli dissi: Lascio l'orologio alla reception, appena mi arrivano i soldi sul conto puoi ritirarlo e la cosa si risolse in fretta.
Da quel giorno restammo in contatto. Ci sentivamo via sms o per telefono e a un certo punto lui venne a trovarci a Milano. Lui era esattamente come avevo sospettato: un ragazzo svedese beneducato che dice: Piacere di conoscerti e cos via. Non c'entrava niente con i miei amici di Rosengrd, in compenso andava molto d'accordo con Helena. Finalmente un ragazzo che non lancia petardi nei chioschi di kebab! dovette pensare.
D divent cos una nuova presenza nella mia vita, e Helena lo chiama il mio amico di Internet.
Vi ricordate il Miglio del Malm, il tragitto di corsa che mi evitavo prendendo l'autobus o fregando qualche bicicletta? Non erano passati poi tutti quegli anni, e certe volte mi capitava di ripensarci: ripensavo non solo all'emozione del giorno in cui ero stato promosso in prima squadra ma anche all'insicurezza che avevo provato verso tante cose, a quei tempi. Prendiamo per esempio quei villoni in Limhamnsvgen che vedevo mentre correvo. All'epoca mi sembravano irraggiungibili, soprattutto quella famosa casa rosa grande come un castello. Ricordo che mi chiedevo: Che genere di persone pu permettersi di vivere cos? Avranno i soldi che gli escono dalle orecchie.
In un certo senso lo pensavo ancora. Non ero pi insicuro di fronte a quel genere di persone, al contrario, ma ricordavo la sofferenza: la sofferenza di stare al di fuori di tutto quel mondo e vivere in altre condizioni, con altre regole.  il genere di sensazione che non dimentichi. Io sognavo ancora la rivincita: volevo mostrare a tutti che non ero pi il ragazzino con la Fido Dido. Ero diventato uno che, come loro, poteva permettersi la villa pi bella. 
Tra l'altro io e Helena avevamo veramente bisogno di una casa a Malm. Non potevamo pi appoggiarci alla casa di mia madre a Svgertorp. Aspettavamo il secondo figlio. Volevo avere uno steccato da poter sfondare a pallonate quando mi girava, e io ed Helena cominciammo ad andare un po' in giro a vedere delle case. Era anche un divertimento. Mettemmo gi delle classifiche di gradimento e cosa credete, quale casa c'era in cima alla lista? La villa rosa in Limhamnsvgen, ovviamente, e non solo per via dei miei vecchi sogni. Era davvero la casa pi bella, la pi bella di tutta Malm ma... ovvio, c'era un problema. C'era della gente che ci abitava, e non erano intenzionati a vendere. Ma decidemmo di non arrenderci. Forse semplicemente facendo loro un'offerta che non potevano rifiutare, non certo mandandogli l qualche amico di Rosengrd. No, questa era una faccenda da trattare con stile. Uno di quei giorni Helena era all'Ikea e incontr un'amica: cominciarono a parlare di quella casa bellissima e dei nostri progetti e all'improvviso Helena si sent dire: Ma dai, ci abitano dei miei amici!.
Potresti organizzami un incontro? Vorremmo parlare con loro disse Helena.
Stai scherzando?
Neanche un po'.
E cos fu. L'amica di Helena chiam i tizi che abitavano la casa dei nostri sogni e questi le confessarono di non essere minimamente intenzionati a vendere: si trovavano bene l e i vicini erano gentili e l'erba era verde e la vista verso Ribersborg e l'resund fantastica e bla bla bla. Ma l'amica aveva ricevuto precise istruzioni e rispose che se non volevano vendere a nessuna cifra ok, nessun problema, bastava dircelo apertamente, ma anche in questo caso non sarebbe stato comunque simpatico incontrare Zlatan ed Helena per un caff?
Loro accettarono e ci invitarono a casa. Appena arrivammo intuii subito che ce la potevamo fare a convincerli, ma soprattutto varcando quel cancello ebbi una strana sensazione: mi sentii grande e piccolo al tempo stesso, il ragazzo che restava a bocca aperta guardando quelle case mentre percorreva il Miglio e la grande star. All'inizio gironzolai un po' per casa con Helena, tipo: Carino, carino, ma che bello, ero gentile e via dicendo. Ma poi, al momento del caff, non potei pi trattenermi.
Noi siamo qui perch voi abitate nella nostra casa dissi, e allora l'uomo scoppi a ridere, della serie: Ah ah, molto divertente!. Era una battuta, in un certo senso, ma io continuai: Rideteci pure, per io dico sul serio. Voglio acquistare la casa, far in modo che siate soddisfatti, ma dobbiamo averla. Allora lui ribad: Non  in vendita, a nessuna condizione.
Era molto deciso, o piuttosto fingeva di esserlo, ma io capii. Era come una trattativa di mercato. Era un gioco. La casa aveva un prezzo anche per lui, glielo si leggeva negli occhi. Io spiegai la mia idea: Non voglio occuparmi di cose che non conosco. Io faccio il calciatore, come negoziatore non valgo niente. Vi mander una persona a trattare.
Non Mino, se era a lui che pensavate. Non c'era bisogno di esagerare. Mandai un avvocato, e non crediate che io sia un pazzo che butta via i suoi soldi senza pensarci. Sono un tattico. Sono cauto. Non gli dissi: Vai e prendila a qualsiasi prezzo, ma: Vedi di averla al minor prezzo possibile, e ce ne restammo seduti l a casa, in attesa. Era un piccolo dramma familiare. Finalmente arriv la telefonata: Vendono per trenta. Ok, non c'era niente da discutere, allora compravamo per trenta. Francamente, per quella cifra, credo che la coppia se ne and di corsa. Io l'avrei fatto. Insomma, non  che la prendemmo gratis...
Ma quello fu soltanto l'inizio, rinnovammo tutto come dei pazzi, senza risparmiare su niente. A un certo punto salt fuori che non potevamo alzare il muro di cinta perch il Comune non dava il permesso. Perci che cosa potevamo fare? Noi volevamo un muro pi alto, a prova di stalker e di giornalisti. Cos ci abbassammo noi, o meglio, abbassammo il terreno.
Ci furono un sacco di altri lavori del genere, ci davamo dentro, e non erano sempre interventi ben visti dai vicini. In quella zona di solito le case passano di padre in figlio: l c' solo l'alta borghesia di Malm, e non una sola persona parla come me. Nessuno dice La miglior baracca del quartiere riferendosi a casa propria. Dicono tutti Distinta dimora, Magnifica e sofisticata e cose del genere. Ma io volevo dimostrare che un ragazzo come me poteva arrivare l con i propri mezzi. Ok, non mi aspettavo gli applausi, ma neppure commenti tipo: Diamine, devono proprio fare questo e questo e quest'altro? Non smettono un attimo. Continuavano a lamentarsi. Ma noi ce ne fregammo e ristrutturammo quella casa esattamente come la volevamo.
Fu Helena a occuparsene. Fu estremamente meticolosa e si fece aiutare anche da diversi musei e non so pi da chi altro. Io non ero interessato allo stesso modo. Non ho la sua stessa sensibilit per questo genere di cose, ma un contributo lo diedi anch'io: nell'ingresso, sulla tappezzeria rossa, appesi una foto gigantesca di due piedi sporchi, e quando i miei amici di Rosengrd venivano a trovarmi commentavano tutti: Forte, che bomba, gran bella baracca!.
Ma che razza di piedi schifosi sono quelli? Come puoi appendere al muro una simile porcheria?
Idioti rispondevo, sono quei piedi che hanno pagato tutto quanto.
* L'identit digitale degli utenti Xbox.
18
Ricordo quando lo vidi all'allenamento: fu veramente bello, devo ammetterlo. Ebbi la sensazione che qualcosa negli anni era rimasto uguale, nonostante tutte le squadre che avevo cambiato e i problemi che avevo dovuto superare. Ma non mi venne in mente niente di meglio che gridare: Allora, come la mettiamo, mi segui come un'ombra?.
Ovvio. Qualcuno deve pur fare in modo che tu abbia sempre dei cornflakes nel frigo.
Ma questa volta mi rifiuto di dormire in terra su un materasso.
Se fai il bravo, troveremo qualcosa di meglio.
Era bello aver ritrovato Maxwell all'Inter. Lui era arrivato qualche mese prima di me, ma si era fatto male al ginocchio quasi subito e aveva dovuto fare riabilitazione, per cui pass qualche tempo prima che lo vedessi. Non credo di conoscere un giocatore pi elegante.  il classico terzino brasiliano molto offensivo che osa la giocata anche vicino alla propria area, e spesso  un piacere guardarlo. Eppure - non ti offendere, amico - certe volte mi meraviglio che sia diventato tanto bravo: ragazzi cos buoni e gentili di solito faticano a farsi valere nel calcio. Devi essere duro e grintoso, e io sentivo di esserlo diventato davvero dopo gli anni alla Juve: mai come il primo anno all'Inter avevo contribuito alla vittoria di un titolo non solo in campo, ma attraverso il mio atteggiamento nello spogliatoio. 
Quella stronzata dei brasiliani in un angolo e degli argentini nell'altro era sparita, e ogni mese che passava la mia posizione nel club si faceva pi forte. Moratti ovviamente se ne rendeva conto. Mi trattava bene e faceva in modo che anche la mia famiglia fosse contenta. Anche perch in campo continuavo a brillare, e ormai eravamo tornati definitivamente ai vertici del campionato. I cupi anni Novanta in cui l'Inter non era mai riuscita ad aprire un ciclo vincente erano ormai spazzati via. Le cose erano andate come avevo sperato, con il mio arrivo era decollata la squadra intera, e io e Mino avevamo capito di essere in un'ottima posizione per negoziare il rinnovo del contratto.
Era ora di ridiscutere il contratto, e in questo nessuno  pi bravo di Mino. Con Moratti us tutti i suoi trucchi. Non ho idea di che cosa si dissero, non partecipavo mai alle trattative, ma allora girava voce che il Real Madrid fosse interessato a me e Mino ne approfitt alla grande per fare pressione su Moratti. Ma, detto sinceramente, non occorreva neppure cos tanto: gli equilibri con il tempo erano un po' cambiati. Quando avevo firmato con l'Inter volevo disperatamente andarmene dalla Juventus, e Moratti ne aveva approfittato,  ovvio: quando si negozia si prendono sempre di mira i punti deboli dell'avversario, fa parte del gioco, e infatti nel corso delle trattative lui aveva abbassato l'offerta sul mio stipendio quattro volte. Ma l'avrebbe pagata. Su questo io e Mino eravamo stati d'accordo fin da subito, e adesso Moratti chiaramente non era pi altrettanto forte. Considerata la mia importanza per la squadra, non poteva permettersi di perdermi, perci non pass molto tempo prima che dicesse: Diamo al ragazzo quello che vuole.
Ottenni un contratto coi fiocchi. Pi avanti, quando la notizia cominci a trapelare, si disse perfino che ero il giocatore pi pagato al mondo. All'inizio nessuno sapeva niente (una delle condizioni di Moratti era che l'accordo rimanesse segreto per sei, sette mesi), ma col tempo il caso scoppi. Ovviamente me lo aspettavo, e non me ne fregava niente, se non per l'ulteriore fama che avrei dovuto portarmi dietro. Chiaro, se tutti sanno che sei il giocatore pi pagato al mondo ti considerano diversamente. Come si dice? Piove sempre sul bagnato. Quando raggiungi la cima, continui a salire.  semplice psicologia. Tutti sono interessati al numero uno.  cos che funziona, e anche se io personalmente credo che nessuno meriti cos tanti soldi, conoscevo bene il mio valore sul mercato. 
Certo, a uno stipendio del genere seguono un sacco di altre cose, maggiore pressione ad esempio. Devi portare i risultati, essere sempre decisivo in campo, fare la differenza. Ma anche quello era ok. Mi piaceva essere sotto pressione. Mi dava gli stimoli che volevo, e a met stagione avevo gi fatto dieci gol. C'era una vera Zlatanmania intorno a me, era tutto un Ibra, Ibra e a febbraio avevamo lo scudetto in tasca. Nessuno sembrava in grado di fermarci. Poi cominciai ad avere dei problemi al ginocchio. Cercai di ignorarli, di dire Avanti, di sicuro non sar niente, ma il tempo passava e non andavano via, e ogni volta era peggio.
Intanto avevamo vinto il nostro girone nella prima fase della Champions e le prospettive sembravano finalmente promettenti anche l. Negli ottavi incontrammo il Liverpool ad Anfield per il match di andata, e io sentivo che l'infortunio mi limitava. Facemmo una partita disastrosa e perdemmo due a zero. Stavo veramente male, e a quel punto non potevo pi rimandare: mi feci visitare e la diagnosi parl di infiammazione al tendine rotuleo.
Saltai l'incontro successivo con la Sampdoria. Poco male pensai, la Sampdoria non  il Liverpool, i ragazzi se la caveranno senza di me. 
Ma a Genova il nostro gioco non decoll, fu uno dei primi segnali che qualcosa cominciava ad andare storto. La Samp pass in vantaggio con Cassano e solo un bel colpo di testa di Hernn Crespo ci salv dalla sconfitta. Fin uno a uno. Con me fermo ai box, non so se dipendeva da quello o cosa, la nostra scioltezza scomparve. Qualche giorno pi tardi pareggiammo uno a uno contro la Roma e il 2 marzo perdemmo uno a zero a Napoli. C'era preoccupazione. Dovevo riprendere a giocare. Il nostro vantaggio in classifica sulla Roma si stava riducendo e decidemmo di forzare i tempi del mio recupero. Gi l'8 marzo tornai in campo a San Siro contro la Reggina.
La Reggina occupava la penultima posizione in classifica, ancora oggi mi chiedo se fosse il caso di farmi giocare. La Reggina non sarebbe dovuta essere un problema e io avevo ancora dolore, dovetti fare un'infiltrazione per sopportarlo. Ma nella squadra si era diffuso il nervosismo. La fiducia nelle nostre capacit era crollata durante la mia assenza e, settimana dopo settimana, Roma e Milan si erano avvicinati in classifica, perci immagino che Mancini non avesse voluto rischiare. Da macchina che macinava vittorie, eravamo diventati una squadra che aveva paura persino delle ultime della classe, e io non potevo dire di no, soprattutto dopo che il medico, pur sotto pressione, aveva dato l'ok. 
In un certo senso, era come se quel ginocchio non mi appartenesse. La dirigenza comandava sulle mie gambe, per cos dire. Un calciatore del mio livello  un po' come un'arancia: il club lo spreme fino all'ultima goccia, e poi viene l'ora di venderlo. Pu suonare spietato, ma  cos. Fa parte del gioco. Noi apparteniamo al club e non siamo l per preoccuparci della nostra salute ma per vincere. Certe volte nemmeno i medici sanno da che parte stare: devono vedere i giocatori come pazienti, oppure come prodotti? In fondo non lavorano mica all'ambulatorio pubblico, loro sono parte del club, e poi tu hai sempre l'ultima parola. Puoi rifiutare. Puoi perfino gridare: No, impossibile, mi fa troppo male. Nessuno conosce il tuo corpo meglio di te. Ma la pressione  forte e il pi delle volte vuoi giocare e sbattertene delle conseguenze. Per significa correre dei rischi. Magari puoi essere utile oggi, ma rovinare le cose sia per te sia per il club in prospettiva. Sono interrogativi che sorgono di continuo. Che cosa fare? A chi dare ascolto? Ai medici che, nonostante tutto, sono i pi prudenti, oppure all'allenatore che ti vuole in campo e che spesso pensa solo alla partita che viene, tipo del domani chi se ne frega, cominciamo a vincere oggi? 
Comunque sia giocai contro la Reggina e Mancini ebbe ragione - almeno sul breve termine. In quella partita segnai la mia quindicesima rete e portai la squadra alla vittoria, cosa che rasseren l'ambiente. Ma poi il club pretese che giocassi anche la partita successiva e quella dopo ancora, e io mi adattai. Che altro potevo fare? Mi imbottivano sempre di pi di iniezioni antidolorifiche e di Voltaren, e tutto il tempo sentivo mormorare o intuivo i discorsi nei corridoi: Dobbiamo assolutamente avere Ibra in campo. Non possiamo permetterci di lasciarlo fuori. In realt non voglio prendermela con nessuno: non ero un paziente ma il giocatore che aveva guidato la squadra fin dal primo giorno all'Inter. Fu deciso che scendessi in campo anche nella partita di ritorno di Champions League contro il Liverpool, un appuntamento fondamentale sia per me sia per la squadra. 
La Champions per me era diventata un po' una fissazione. Volevo vincere quel dannato trofeo, ma, dal momento che avevamo perso per due a zero all'andata, eravamo costretti a cercare l'impresa in casa per qualificarci. Ce la mettevamo tutta ma non trovavamo sbocchi. Io non ero certo al massimo della forma, tutt'altro. In pi, al quindicesimo del secondo tempo, venne espulso Burdisso.
Era un guaio. Fummo costretti a lottare ancor pi duramente. Non serv, e io mi rendevo sempre pi conto che non potevo andare avanti in quel modo. Alla fine il dolore mi costrinse a uscire e non lo dimenticher mai.
Quando sei infortunato ti domandi tutto il tempo: Devo giocare oppure uscire, e quanto sono pronto a sacrificare per questa partita?. Non perch tu lo sappia, saperlo non  mai possibile.  come una roulette, devi rischiare e sperare di non perdere tutto, un'intera stagione o chiss cosa. Ma io ero rimasto in campo a lungo perch era l'allenatore a volerlo, e perch credevo di poter fare la differenza in squadra. Ma l'unica cosa che successe fu che il mio infortunio peggior, e che perdemmo per uno a zero. Avevo rischiato la mia salute senza ottenere niente. Io e la stampa inglese non siamo mai andati molto d'accordo, e il giorno dopo mi chiamarono Primadonna lamentosa definendomi Il calciatore pi sopravvalutato d'Europa, e normalmente da queste cose sono solo pungolato. Come quando i genitori dei miei compagni avevano firmato per mandarmi via. Io mi impegno ancora di pi e gliela faccio vedere, a quegli stronzi. Ma a quel punto non avevo nulla da cui partire per costruire la mia vendetta. Il ginocchio mi faceva male e il morale nella squadra era a terra. Tutto era improvvisamente cambiato, la vecchia armonia e l'ottimismo erano scomparsi.
Qualcosa non va all'Inter scrivevano i giornali, e Roberto Mancini nel dopopartita con il Liverpool dichiar pure che avrebbe lasciato il club. Se ne sarebbe andato alla fine della stagione, disse. Qualche settimana dopo ritratt, ma la fiducia nei suoi confronti cominci a calare. Che cosa pretendeva? Come allenatore non puoi tentennare a quel modo: non rimango, rimango. Non  serio.
Intanto continuavamo a perdere punti, il nostro vantaggio in vetta alla classifica continuava ad assottigliarsi. Facemmo solo uno a uno contro il Genoa e perdemmo in casa contro la Juventus. Quella sera c'ero anch'io in campo. Non ero stato capace di dire di no, ma dopo soffrivo cos tanto che quasi non riuscivo a camminare, e ricordo che quando entrai negli spogliatoi avrei voluto tirar gi tutto: imprecavo contro Mancini ed ero completamente fuori di me. Basta, dovevo riposare e fare riabilitazione. Non avrebbero pi potuto contare su di me, qualsiasi dramma ci fosse in campionato. Non avevo scelta, dovevo fermarmi. Ma credetemi, non era affatto facile. Era uno schifo.
Tu te ne stai seduto l. Gli altri vanno fuori ad allenarsi. Ti trascini in palestra e dalle finestre vedi i tuoi compagni di squadra sul campo.  come vedere un film nel quale dovresti esserci anche tu, ma non puoi.  una cosa che fa male, una sensazione che  peggiore dell'infortunio stesso, e cos decisi di allontanarmi dai casini del club. Me ne andai in Svezia. Era primavera, tutto intorno era bellissimo ma io non riuscivo a goderne, neanche un briciolo. Avevo in testa solo un pensiero ed era quello di tornare di nuovo in forma: cos mi feci visitare dal medico della Nazionale e ricordo che lui si indign. Come avevo potuto giocare cos a lungo andando avanti a infiltrazioni e iniezioni? Mancavano solo due mesi agli Europei in Svizzera e Austria, adesso anche quel torneo sembrava a rischio. 
Avevo preteso troppo dal mio fisico e ora stavo malissimo e dovevo fare di tutto per ritornare il prima possibile in buone condizioni. Cominciava una corsa contro il tempo. Telefonai a Rickard Dahan, il fisioterapista del Malm: ci conoscevamo dai tempi in cui giocavo l, e cominciammo a lavorare insieme duramente. Inoltre mi fu consigliato un medico, un certo professore a Ume. Andai da lui per un ciclo di terapie e cominciai a migliorare, ma ancora ce ne sarebbe voluta per tornare a giocare. 
La situazione era disperata, io ero incazzato come non mai, e in pi in campionato l'Inter continuava a non girare. Contro il Siena i ragazzi avrebbero potuto mettere al sicuro lo scudetto, una vittoria e via. Patrick Vieira segn l'uno a zero e i tifosi sugli spalti cominciarono a ballare e cantare, sembrava fatta, nonostante tutto. Balotelli riusc a riportarci in vantaggio dopo il momentaneo pareggio di Maccarone e a quel punto, davvero, non poteva pi andare storta, non a San Siro, contro una squadra come il Siena. 
Ma ci fu un nuovo pareggio: due a due. La tensione a quel punto schizz alle stelle, mancavano solo dieci minuti alla fine dell'incontro. Poi Materazzi fu atterrato in area e l'arbitro fischi il rigore. Il pubblico cominci a tremare: non si poteva sbagliare, ci stavamo giocando la stagione. In mia assenza, il primo rigorista era Julio Cruz... Ma Materazzi, si sa, in campo  un tipo pieno di temperamento e autorit, e disse tipo: Non me ne frega un cazzo, lo tiro io il rigore. Immagino che molti si sentirono comunque tranquilli: Materazzi aveva trentaquattro anni ed esperienza da vendere, aveva perfino deciso la finale degli ultimi Mondiali con un rigore. Ma quella volta tir proprio male, Manninger par e su San Siro scese il gelo, prima che i tifosi iniziassero a contestarci. Tutto sembrava perduto.
Indubbiamente, se c'era qualcuno in grado di gestire una cosa del genere quello era Materazzi. Lui  come me. L'odio lo stimola, lo spinge a cercare sempre la rivincita. Ma non dev'essere stato facile. 
Gli ultras erano furibondi e i giornali scatenati, e nessuno nel club stava bene. Mentre noi avevamo perso la nostra occasione, la Roma aveva battuto l'Atalanta e ridotto ulteriormente le distanze: adesso, a una giornata dalla fine, era a un solo punto da noi.
Nell'aria ora c'erano un sacco di timori. Le sensazioni non erano buone. Che cosa  successo all'Inter? Perch la squadra non funziona pi? Dappertutto si sentivano dire le stesse cose. Il fatto era che se noi avessimo perso o pareggiato contro il Parma e la Roma avesse battuto il Catania, che era sul fondo della classifica, saremmo crollati sulla linea del traguardo, perdendo tutto quello che avevamo creduto di avere gi in tasca. 
Io intanto ero tornato a Milano, ancora non ero del tutto guarito. Ma presto riattacc la solita solfa, pi insistente che mai: Ibra deve giocare, dobbiamo assolutamente averlo in squadra. La pressione su di me divent assurda, non avevo mai sperimentato niente di simile. Ero stato via in riabilitazione sei settimane e mi ero allenato pochissimo, non andavo in campo dal 29 marzo. Eravamo a met maggio e tutti sapevano che non potevo certo essere in forma.
Nessuno ci diede peso, ma non me la presi. Ero considerato il giocatore pi importante dell'Inter e il calcio in Italia  pi importante della vita stessa, specialmente in situazioni di questo tipo. Erano anni che il campionato non veniva assegnato all'ultima giornata; in pi lo scontro calcistico metteva Milano contro Roma, le due maggiori citt, e la gente quasi non parlava d'altro che della sfida scudetto. In televisione c'erano programmi sportivi praticamente a ciclo continuo, e il mio nome era sulla bocca di tutti. Ibra di qua, Ibra di l, C' qualche possibilit che giochi?, Ce la far?, Sar in forma, nonostante l'assenza? Questo non lo sapeva nessuno. Il match si avvicinava e ad Appiano i tifosi gridavano: Ibra, pensaci tu!.
Davvero non era facile pensare alla mia salute e agli Europei che mi aspettavano. Il match contro il Parma mi martellava continuamente la testa, e ogni volta che uscivo mi vedevo sulle prime pagine con appelli strazianti del genere: Fallo per la squadra e per la citt!. 
Poi Mancini venne da me. Mancavano solo pochi giorni alla partita. Lui  un po' un fighetto, sapete? Gli piacciono i completi cuciti su misura e i fazzolettini da tasca e tutto questo genere di cose. Io non avevo mai avuto nulla contro di lui, ma la sua posizione all'interno del club era peggiorata molto dopo quell'altalenare a proposito del futuro. Lo ripeto: o te ne vai oppure non te ne vai, ma non puoi dire: voglio andare via, e poi cambiare idea. La cosa aveva dato fastidio a molti: c'era bisogno di stabilit nel club, non di incertezza. Ma adesso Mancini stava lottando per riacquistare la sua autorit. Era costretto a farlo. Il giorno pi importante della sua vita di allenatore si stava avvicinando e niente doveva andare storto. 
S? dissi.
So che non sei ancora completamente guarito dal tuo infortunio.
No.
Ma, detto francamente, non mi interessa continu.
Immagino che tu abbia ragione.
Ottimo. Ho intenzione di averti a disposizione contro il Parma, a prescindere da quello che dici. O giochi dall'inizio, o vieni in panchina. Ma devi esserci anche tu. Dobbiamo portare a casa questa vittoria.
Lo so. E voglio anche giocare.
Lo volevo pi di qualsiasi altra cosa. Non potevo mancare nella partita che avrebbe deciso lo scudetto, sarebbe stato un rimorso che rischiavo di portarmi dietro per tutta la vita. Piuttosto soffrire per settimane e mesi, ma non perdersi una sfida del genere. Per era vero che non sapevo niente del mio stato di forma. Non sapevo come avrebbe reagito il mio ginocchio in partita, n se avrei osato darci dentro fino in fondo. Forse Mancini intu la mia esitazione, e non voleva che il suo messaggio fosse frainteso.
Mand da me anche Mihajlovic. Vi ricordate di lui, no? Ci eravamo scornati sul campo quando giocavo nella Juve: gli avevo dato una testata, o accennato a dargliela, e lui me ne aveva dette di tutti i colori. Ma tutto questo era il passato. Quello che succede in campo rimane sul campo, e spesso sono diventato molto amico proprio con i tipi con cui mi sono scontrato pi duramente, forse perch ci assomigliamo, che ne so. Mi trovo bene con i combattenti e Mihajlovic lo era. Aveva sempre fatto di tutto per vincere, sia da giocatore sia da secondo di Mancini, e, in tutta onest, pochi mi hanno insegnato tanto su come si batte una punizione come Mihajlovic.  un bravo ragazzo. Grande, grosso, scompigliato e anche molto diretto.
Ibra disse.
So cosa vuoi feci io.
Ok, ma ascolta una cosa. Non c' bisogno che ti alleni. Non devi fare proprio niente. Ma devi esserci contro il Parma, e devi aiutarci a vincere.
Ci prover promisi.
Non devi provarci. Devi riuscirci replic lui prima di lasciare la stanza.
19
Certe volte le cose rimangono impresse a fuoco. Ci sono ricordi nei club che possono avvelenare, come tutti gli anni Novanta per l'Inter. Nonostante Ronaldo, la squadra non vinse mai il campionato. Crollava sempre sul pi bello, come nella stagione 1997-98.
A quel tempo io avevo sedici, diciassette anni e non sapevo niente di Thomas Ravelli e compagni, n granch della Svezia in generale. Per sapevo tutto dell'Inter. E di Ronaldo. Studiavo le sue finte e la sua accelerazione. Dalle mie parti eravamo in molti a farlo, come ho detto, ma nessuno come me. Io non mi perdevo neanche un dettaglio. Senza di lui sarei stato un giocatore diverso, ne sono convinto, e non sono certo un tipo che si lascia impressionare facilmente. Ho incontrato tutte le persone possibili e immaginabili, una volta sono anche stato seduto accanto al re di Svezia a una cena a Barcellona e ok, forse ho pensato: Aiuto, sto tenendo la forchetta in modo sbagliato?, oppure ho detto tu invece di vostra maest. Ma io sono io. Mi butto e basta. Ma con Ronaldo no. C' un filmato, su YouTube, del derby che giocammo contro quando lui and al Milan: ci sono io, a centrocampo per il fischio d'inizio, che mastico una cicca e non gli stacco gli occhi di dosso, come se non riuscissi a capacitarmi di essere sullo stesso campo con lui. C'era una tale sicurezza, in lui. Una tale visione di gioco, una qualit in ogni singolo movimento... 
In quella famosa stagione 1997-98 lui e l'Inter furono eccezionali, almeno per gran parte della stagione. Vinsero la Coppa Uefa e Ronaldo fece venticinque gol e venne eletto Fifa World Player per il secondo anno consecutivo. L'Inter era anche stata lungamente in testa al campionato, eppure perse il primato in primavera, proprio come era capitato a noi in vista della partita contro il Parma.
L'Inter aveva avuto sfortuna, c'erano stati un sacco di casini, ma il 26 aprile 1998 si doveva giocare il big match al Delle Alpi contro la Juventus. Le due squadre erano separate da un solo punto. Era una vera e propria finale di campionato e nell'aria c'era una tensione incredibile. Intorno alla mezz'ora del secondo tempo Ronaldo prese palla e si fece largo in area con un dribbling, prima di entrare in contatto con Mark Iuliano e finire a terra.
La panchina dell'Inter scatt in piedi ed entr praticamente in campo, tutti erano come impazziti. Lo stadio ribolliva.
Ma l'arbitro non fischi fallo e la partita si concluse uno a zero per la Juve, che di l a poco vinse anche lo scudetto. Quel 26 aprile resta uno dei giorni pi neri della storia dell'Inter. Nel club se ne parlava ancora, chi c'era quel giorno non poteva dimenticare.
Nel dopopartita di Torino, Ronaldo dichiar: Possono punirmi, possono multarmi, ma a questo punto non si pu stare zitti.  una vergogna, e tutto il mondo lo deve sapere. Ci furono rabbia e proteste in tutta Italia e voci sul fatto che quell'arbitro fosse stato comprato, o addirittura che tutti gli arbitri erano corrotti: c'erano stati troppi episodi sfavorevoli all'Inter in quel finale di stagione. Anche nella stagione 2001-02 l'Inter sembrava avere in mano lo scudetto, ma lo perse proprio all'ultima giornata contro la Lazio, il 5 maggio.
Nessuno voleva tirar fuori quei brutti ricordi, ma molti ripensavano alla storia recente in vista del match contro il Parma e c'erano brutti presentimenti. Nell'aria aleggiava una sensazione di dj-vu, e poi si faceva ancora fatica a digerire gli strascichi del famoso rigore di Materazzi contro il Siena. I ragazzi avevano avuto pi d'un'occasione per chiudere il campionato, ma ogni volta avevano fallito. Piccole cose, sfortuna, errori, era successo di tutto e ok, adesso eravamo carichi per Parma e pronti a dare battaglia, ma di per s anche questo poteva essere un problema: la pressione rischiava di diventare insostenibile. La societ impose il silenzio stampa a tutti, Mancini compreso. L'unico che poteva parlare con i giornalisti era Moratti.
Il presidente venne in albergo la sera prima del match e ai giornalisti non disse nient'altro che: Augurateci buona fortuna. Ce n' bisogno, e le cose non erano certo facilitate dal fatto che il Parma era obbligato a batterci per restare in Serie A. Non avremmo ottenuto aiuti da nessuno, neppure dai nostri tifosi: in settimana, infatti, era arrivato lo stop alla trasferta. Dato che, per ragioni di sicurezza, i tifosi della Roma non avevano avuto il permesso di seguire la squadra a Catania, allora nemmeno noi avremmo potuto avere i nostri l a Parma. Poi alla fine riuscirono comunque a venire, credo. Era tutto un tira e molla. Ogni minimo dettaglio faceva nascere discussioni e ricordo che, per esempio, Mancini diede di matto quando sent che ad arbitrare sarebbe stato Gianluca Rocchi.
Quel bastardo ce ne fa sempre qualcuna comment, e il cielo era pieno di nuvole nere.
Cominciai la partita in panchina, Mancini scelse Balotelli e Cruz. Ma tieniti pronto mi disse, tieniti pronto a entrare. Eravamo tutti seduti sotto una piccola tettoia, e sentivamo cadere le prime gocce di pioggia. Poi le gocce diventarono un nubifragio, il match ebbe inizio e lo stadio si trasform in una bolgia. Noi partimmo bene, spingevamo parecchio: Cruz e Maicon ebbero delle ottime occasioni, ma non riuscirono a concretizzarle. In panchina, la tensione si tagliava col coltello. Non staccavamo gli occhi dalla palla un secondo e gridavamo e imprecavamo e speravamo e tremavamo, ma sbirciavamo anche il tabellone luminoso dello stadio per seguire gli aggiornamenti sulla partita della Roma. Zero a zero anche l, ok, eravamo ancora noi in testa. Lo scudetto era ancora nostro. 
Ma poi accadde qualcosa e tutta la panchina ammutol. Purtroppo immaginavo di cosa si trattasse. Alzai lo sguardo e s, la Roma aveva segnato l'uno a zero contro il Catania. Eravamo scivolati al secondo posto. Non poteva essere vero, e io guardai tutti quelli che erano seduti in panchina, il fisioterapista, il medico, il magazziniere, tutti quelli che c'erano quel pomeriggio del '98 a Torino e anche il 5 maggio, e che ricordavano tutto: erano sbiancati. Sta per accadere di nuovo? La vecchia maledizione  tornata?
Intanto pioveva sempre pi forte e il pubblico di casa cantava di gioia. Il risultato a loro andava bene: se il Catania avesse perso, il Parma sarebbe rimasto in Serie A. Ma per noi era come la morte, e i miei compagni in campo erano sempre pi tesi, glielo leggevo in faccia. Sembravano portare tutti una croce sulle spalle, e non  che io fossi sereno, ma di scudetti ne avevo gi vinti tre e non sentivo il peso di quella famosa vecchia maledizione. Ogni minuto che passava mi sentivo pi concentrato e carico. Era come se avessi in corpo un fuoco.
Dovevo entrare e ribaltare la situazione, non importava quanto stessi male. All'inizio del secondo tempo, sullo zero a zero e con lo scudetto passato virtualmente in mano alla Roma, ricevetti l'ordine di scaldarmi. Lo ricordo come se fosse adesso. Mi guardavano tutti: Mancini, Mihajlovic, il magazziniere, il massaggiatore, tutti, e io glielo leggevo in faccia: speravano in me. Si vedeva nei loro occhi. Mi fissavano imploranti, ed era impossibile non sentire il peso di quella responsabilit.
Pensaci tu, Ibra dicevano, uno dopo l'altro.
Ce la far, ce la far!
Entrai al sesto minuto. L'erba era fradicia. Correre era faticoso, e io non ero perfettamente allenato. La pressione era talmente grande che mi veniva quasi da ridere, ma non ero mai stato tanto carico in vita mia. Ricordo che provai quasi subito un tiro da fuori, che fin largo alla destra del portiere.
Qualche minuto pi tardi riprovai da posizione simile, ancora niente. Ma al sessantaduesimo ripartii per la terza volta. Ricevetti palla da Stankovic, superai di slancio un avversario facendo scorrere la palla e la portai avanti ancora un paio di passi, tra gli schizzi dell'erba fradicia. Poi tirai. Non un missile dei miei, ma un rasoterra che sfior il palo sinistro e fin in rete. Invece di esultare mi fermai solo l ad aspettare, e dalla panchina e dal campo arrivarono tutti, per primo Vieira, mi pare, poi Balotelli e poi tutta la banda, tutti, dal primo all'ultimo, tutti quelli che mi avevano guardato con gli occhi imploranti. Il terrore si era allentato. Dejan Stankovic si gett in ginocchio sull'erba bagnata, sembrava stesse pregando e ringraziando gli dei. C'era l'euforia pi totale e su in alto, in tribuna, anche il presidente Moratti esultava, quasi incontenibile nel suo posto d'onore.
Ci eravamo tolti un peso. Le facce di tutti avevano riacquistato colore. Pi che aver fatto gol, era come se li avessi salvati dall'annegamento. Guardai verso il pubblico: dietro i fischi e i soliti gestacci dei tifosi di casa si faceva largo l'esultanza dei nostri sostenitori, e io feci il gesto della mano all'orecchio. Lo stadio si accese ancora di pi, e alla fine, quando il grosso del casino si calm, riprendemmo a giocare. 
La partita non era finita: un gol del Parma e sarebbe stato tutto da rifare. Eravamo nervosi ma concentrati. Poi, al settantottesimo, Maicon part sulla destra, dribbl un paio di avversari e mise in mezzo. Io aspettavo la palla in area, calciai al volo di sinistro e potete immaginare quello che accadde...
Ero stato lontano dal campo due mesi e i giornalisti ne avevano scritte di tutti i colori su di me e sulla squadra. Era stato detto che l'Inter aveva perso l'istinto vincente e che tutto ci stava sfuggendo di mano e che io non ero un vero campione, non come Totti e Del Piero, e perfino che non ero decisivo quando era necessario. Ma gliel'avevo fatta vedere: mi lasciai scivolare in ginocchio nell'erba bagnata fradicia ad aspettare di essere nuovamente assalito da tutti. Era grandioso. Pochi minuti dopo l'arbitro fischi la fine e... be', lo scudetto era nostro.
L'Inter non vinceva il titolo da diciassette anni. Il club aveva vissuto un periodo lungo e triste, pieno di sofferenze e di sfortuna. Ma poi ero arrivato io e avevamo vinto due scudetti in due anni. C'era un casino pazzesco intorno a noi. La gente si rivers in campo, ci strapp le maglie, e negli spogliatoi tutti urlavano di gioia e saltavano. Ma poi si fece silenzio. Entr Mancini, e a dire il vero non era mai stato proprio cos amato nello spogliatoio, specialmente dopo che aveva fallito in Champions e che aveva tentennato sul suo futuro nel club. Ma aveva vinto il campionato e i giocatori si fecero avanti, uno a uno, con aria un po' solenne, e gli stringevano la mano e dicevano: Molte grazie, tipo: Ci hai tirato fuori dai casini. Poi Mancini si avvicin a me, ancora esaltato per la vittoria e per tutte le felicitazioni, per io non gli feci alcun ringraziamento. Anzi. Io gli dissi: Prego e allora tutti scoppiarono a ridere, dannato Ibra, e dopo, quando parlai con i giornalisti, molti di loro mi domandarono: A chi dedichi questa vittoria?.
A voi risposi, ai media, a tutti quelli che hanno dubitato di me e criticato me e l'Inter.
 cos che funziono. Io penso sempre alla rivincita. Ce l'ho dentro da Rosengrd,  quello che mi spinge sempre avanti. E poi non dimentico ci che disse Moratti: Tutta l'Italia era contro di noi, ma Zlatan Ibrahimovic  stato il simbolo della nostra lotta.
Al termine di quella stagione fui eletto miglior giocatore della Serie A. Non molto tempo dopo venne fuori quella cosa che forse ero il calciatore pi pagato del mondo e allora si scaten l'inferno. Non potevo quasi uscire di casa, ovunque andassi si creava casino. Tutti naturalmente credevano che io avessi negoziato un nuovo contratto dopo la partita con il Parma, invece l'accordo era gi stato fatto sette, otto mesi prima, e io pensai: Be', a questo punto non penso proprio che Moratti se ne sia pentito. Le nubi si erano diradate, e io avevo avuto una nuova rivincita. Ma dei segnali inquietanti c'erano ancora, me n'ero accorto immediatamente dopo la partita con il Parma. Il ginocchio si era di nuovo gonfiato. Non ero mai guarito perfettamente, e credo che per molti fu uno shock quando fui costretto a rinunciare alla finale di Coppa Italia, un vero peccato. Avevamo l'occasione di fare la doppietta e invece, senza di me, la Roma riusc a portarsi a casa almeno la Coppa. 
Intanto gli Europei si stavano avvicinando e io non sapevo dire se il ginocchio avrebbe tenuto. Mi ero completamente spompato, in quella stagione, e adesso avrei dovuto pagarne il prezzo.
20
Non uscivo pi molto spesso, rimanevo a casa con la mia famiglia e in quel periodo ero diventato pap per la seconda volta: adesso c'era anche il piccolo Vincent. Pure lui era nato con grande clamore dei media, per era il secondo arrivato e la presero con un po' pi di calma. 
Dico, due bambini! Non era uno scherzo. Cominciavo a capire come se la fosse passata mamma durante la mia infanzia, con tutti quei figli e il lavoro come donna delle pulizie, anche se per il resto non c'erano parallelismi, ovvio. Io ed Helena ce la cavavamo molto bene, decisamente bene, ma almeno potevo avere un'idea di come doveva essere stato per mamma. Dopo il dramma di Maxi, tra l'altro, ero diventato piuttosto paranoico: che cos' questo arrossamento? Perch Vincent ha il respiro cos pesante? Perch la pancia  cos tesa? Tutto questo genere di cose.
Dovemmo scegliere una nuova babysitter: quella che avevamo prima aveva conosciuto un ragazzo mentre era con noi a Malm, in estate, e si era licenziata, mandandoci un po' nel panico. Avevamo bisogno di un'altra persona e volevamo una svedese, per via dei bambini, cos Helena telefon alla sezione esteri dell'ufficio di collocamento per discutere la cosa. Come dovevamo fare? Non potevamo mica mettere un'inserzione, Zlatan e Helena cercano babysitter... Difficilmente avrebbe attirato le persone giuste.
Helena decise di fingere che fossimo degli ambasciatori o qualcosa del genere. Famiglia svedese di diplomatici cerca babysitter, scrisse in un annuncio, e ricevemmo oltre trecento risposte. Helena le lesse tutte. Era molto minuziosa, come sempre, e immagino che avesse messo in conto che la scelta non sarebbe stata facile. Invece ci fu una ragazza che le piacque subito: veniva da un paesino della Dalecarlia, e solo quel fatto era gi un punto a suo favore. Helena avrebbe infatti voluto qualcuno che veniva dalla campagna, come lei, in pi quella ragazza aveva un diploma di maestra d'asilo, conosceva le lingue e le piaceva tenersi in forma, come a Helena, e in generale sembrava capace e simpatica.
Io non volli immischiarmi e Helena le telefon senza dire chi fosse: si fingeva ancora la moglie di un qualche ambasciatore e la ragazza sembrava interessata e disinvolta, cos Helena le mand una mail: Vieni a fare una settimana di prova!. Stabilirono che sarebbero andate con una macchina a noleggio all'aeroporto di Stoccolma, e da l avrebbero preso il volo per Milano con i bambini. Perci la ragazza doveva prima farsi trovare a Lindesberg (l'avrebbe accompagnata l suo padre), ma nei giorni prima della partenza Helena le aveva girato le prenotazioni del volo e la ragazza aveva cominciato a farsi delle domande. Sui biglietti c'era scritto che i bambini di quella famosa famiglia di diplomatici si chiamavano Maximilian e Vincent Ibrahimovic, un tantino curioso. Di per s anche una famiglia di diplomatici pu avere il mio cognome, o no? Magari nel Paese c'erano molti Ibrahimovic, che ne sapeva? Cos prov a chiedere a suo padre. 
Guarda un po' disse.
A quanto pare dovrai fare la babysitter ai figli di Zlatan! rispose lui, e allora la ragazza voleva rinunciare!
Si spavent, le sembrava un impegno molto pesante. D'altra parte era anche un po' troppo tardi per tirarsi indietro, c'erano gi biglietti prenotati e tutto. Cos partirono per Lindesberg, lei e il padre: a quel punto era piuttosto nervosa, cos ci ha raccontato poi. Ma Helena... che cosa si pu dire di Helena? Lei  Evilsuperbitchdeluxe quando si mette in tiro. Ci vuole coraggio ad affrontare una tipa del genere. Per  anche una persona molto tranquilla, bravissima nel mettere a suo agio le persone, e durante il viaggio lei e la ragazza ebbero molto tempo per conoscersi, anche troppo a dire il vero. 
In aeroporto, infatti, cominciarono i problemi. Dovevano partire con easyJet, l'unica compagnia che volava su Milano quel giorno. Ma l'aereo aveva qualche problema: il volo fu ritardato di un'ora, poi due, tre, sei ore, dodici, diciotto ore. Era pazzesco, un autentico scandalo, e tutti ormai erano stanchi morti e furibondi. Alla fine presi in mano io la situazione, non ce la facevo pi. Dall'Italia telefonai a un pilota che conosco, quello che guida il mio aereo privato.
Va' su a prenderli gli dissi, e cos fu.
Helena e Johanna, la babysitter, recuperarono i loro bagagli e poi raggiunsero l'aereo privato, dove io avevo chiesto ci fosse da mangiare, fragole ricoperte di cioccolato e cose del genere, sperando che avrebbero apprezzato. Se lo meritavano, dopo quella faticata, e quando atterrarono potei conoscere anch'io questa Johanna. Era un po' agitata al momento delle presentazioni, da quanto ho capito. Ma andammo subito d'accordo e da allora ci aiuta e vive con noi. Si pu dire che fa parte della famiglia, e ormai non potremmo cavarcela neanche un giorno senza di lei. I bambini l'adorano, lei e Helena sono come sorelle, si allenano e studiano insieme. Tutti i giorni alle nove escono e vanno in palestra.
In generale, la nostra vita cominciava ad assumere un aspetto diverso.
Un anno andammo a sciare a Sankt Moritz. Non ci crederete ma mi sentivo a mio agio in quel posto... Ok, non proprio del tutto, non avevo mai sciato in vita mia. Andare in vacanza sulle Alpi con mamma e pap sarebbe stato come andare sulla Luna, tipo.
Sankt Moritz era un posto per ricconi, a colazione si beveva champagne. Champagne? E che cazzo ? Io facevo colazione in mutande e volevo i cornflakes. C'era su anche Olof Mellberg, e cercava di insegnarmi a sciare, a fare lo spazzaneve, o come cazzo si dice. Niente da fare. Volavo gambe all'aria tutte le volte mentre Mellberg e gli altri della compagnia scendevano sicuri. Ero davvero troppo ridicolo e per paura di essere riconosciuto mi infilai uno di quei passamontagna da rapinatore e un paio di grossi occhiali da sole. Nessuno doveva sapere chi ero. Ma un giorno finii su una seggiovia e accanto a me c'era seduto un ragazzino insieme a suo padre, e quel ragazzino cominci a fissarmi. Nessun pericolo pensai. Non pu riconoscermi, con questo passamontagna. Assolutamente. Ma dopo un po' il ragazzino disse, dev'essere stata colpa del mio maledetto naso: Ibra?.
Io negai con decisione. Che Ibra? Chi sarebbe? Ma cosa ottenni? Helena scoppi a ridere, come se fosse la cosa pi divertente della sua vita; il ragazzino andava avanti col suo Ibra, Ibra e alla fine dissi: Ok s, sono io. Allora si cre un silenzio quasi solenne. Il ragazzino rimase a bocca aperta.
C'era soltanto un problema: sarebbe rimasto a bocca aperta anche vedendomi sciare e non nel senso che volevo io. E adesso come la risolvo? pensai. Ero uno dei pi grandi sportivi al mondo, non potevo mica fare la mezza sega sulla discesa. Intanto la situazione si era fatta anche peggiore perch la voce si era diffusa. Intorno a me si venne a creare una piccola folla, e tutti erano l fermi ad aspettare di vedermi sciare. Io avevo qualche problema con i guanti e passai un tempo interminabile a sistemarmeli per bene sulla punta delle dita.
Fui molto meticoloso anche con la giacca, con i pantaloni e con gli attacchi, soprattutto con gli attacchi, perch era una cosa che avevo visto fare spesso. La gente controllava gli attacchi in continuazione, li agganciava e li sganciava, e perch no, magari ero un professionista superpignolo che voleva l'attacco assolutamente perfetto prima di partire a razzo gi dalla montagna. Ma pi trafficavo, pi grandi diventavano le aspettative. Si metter a fare dei numeri? Voler via a palla di cannone?
Cos iniziai a sistemarmi anche la sciarpa, e poi il cappello e i capelli, e finalmente la gente si stanc di aspettare. Si allontanarono. Chi se ne frega pensarono. Ok,  Ibra, ma non si pu mica stare l in eterno solo per vedere come scia. E cos potei scendere in tutta tranquillit a due all'ora, e quando arrivai gi Mellberg e gli altri mi chiesero: Dove ti eri cacciato? Cos'hai fatto?. 
Niente risposi, ho dovuto sistemare un po' di cose.
Continuavo a lavorare duro, ovviamente. Messo da parte lo scudetto con l'Inter, mi aspettavano gli Europei in Svizzera e Austria, ed ero ancora preoccupato per il mio ginocchio. Si scriveva molto sul mio infortunio e io ne parlai con Lagerbck: n io n nessun altro sapevamo se avrei potuto dare il massimo nel torneo. Nel nostro gruppo avevamo Russia, Spagna e Grecia, non proprio una passeggiata. 
Sapete, io ho un contratto con la Nike. Mino era contrario, ma per me era ok e molte volte  stato anche bello lavorare con loro. Abbiamo girato diversi spot divertenti insieme, tipo quello in cui faccio dei numeri con una gomma da masticare prima di calciarmela su in bocca, compare anche pap fingendosi preoccupato che mi vada di traverso. Ma soprattutto la Nike ha contribuito alla costruzione di Zlatan Court, a Rosengrd, dove io avevo giocato da ragazzino. 
Una cosa stupenda. Il campo fu realizzato con le suole di vecchie scarpe da ginnastica, aveva un fantastico fondo di gomma e c'erano anche le luci, perch i ragazzini non dovevano essere costretti come noi a smettere di giocare quando faceva buio. Mettemmo anche una targa: Qui c' il mio cuore. Qui c' la mia storia. Qui c' il mio gioco. Portatelo avanti! Zlatan. Era una sensazione fantastica poter restituire qualcosa, e io andai l a inaugurare il campo e vi lascio immaginare: Zlatan, Zlatan strillavano i ragazzini. C'era un casino totale. Sinceramente quel giorno mi commossi, giocai con loro e pensai: Be', questo non l'avreste detto, eh, del moccioso di Cronmans vg!.
Ma prima degli Europei mi arrabbiai con la Nike. Avevano insistito perch tutti noi giocatori sotto contratto con loro avessimo lo stesso colore di scarpe, e io avevo pensato ok, fate pure, me ne fotto del colore che scegliete. Ma poi salt fuori che un giocatore in particolare avrebbe avuto un colore suo. Allora ne parlai con quelli della Nike.
Perch dite cazzate? Tutti dovevamo avere scarpe uguali, no? 
Abbiamo deciso cos mi risposero. Io dissi cosa ne pensavo e allora si ricredettero. Tutt'a un tratto potevo avere anch'io le scarpe di un colore diverso. Ma a quel punto che gusto c'era? Non devi essere costretto a ottenere questo genere di cose rompendo le palle, e quindi mi tenni le mie vecchie scarpe. La gente dovrebbe essere capace di parlare chiaro. 
La prima partita era contro la Grecia. Io ero marcato da Sotirios Kyrgiakos, un difensore molto bravo che ora gioca nel Wolfsburg, e che all'epoca aveva i capelli lunghi e la coda. Ogni volta che saltavo o scattavo via mi arrivavano in faccia quei suoi cazzo di capelli. Mi marcava duro, faceva bene il suo lavoro, niente da dire. Mi stava annullando. Ma per due o tre secondi mi moll e me li feci bastare: su una rimessa in gioco da destra chiesi un uno-due rapido a un compagno e poi sparai la palla d'esterno destro direttamente all'incrocio.
Era un inizio perfetto. Vincemmo il primo match per due a zero e la mia famiglia, che anche quella volta era l, si comport bene. Avevamo imparato tutti dai Mondiali in Germania: io giocavo a calcio, non facevo il capocomitiva. Tutti riuscivano ad arrangiarsi da soli, ed era un sollievo.
Ma il ginocchio continuava a farmi male, era gonfio, e nell'incontro successivo avevamo la Spagna, una delle favorite del torneo. Aveva battuto la Russia per quattro a uno nella prima partita e sarebbe stata tosta per noi. Io non ero sicuro neppure di scendere in campo: da una parte erano gli Europei, maledizione, pur di esserci avrei giocato anche con un coltello nella gamba. Dall'altra, come ho gi detto, in questi casi c' sempre anche un discorso di prospettiva. C' la partita oggi, ma ci sono partite anche domani e dopodomani. Puoi sacrificarti in un match e offrire una grande prestazione, ma poi finire fuori combattimento per un pezzo.
In calendario avevamo la Spagna e poi la Russia, e poi i quarti se fossimo riusciti a passare, e si parlava di farmi giocare imbottito di antidolorifici. In Italia l'avevo fatto molte volte, ma il medico della Nazionale era contrario a queste cose. Il dolore  il segnale d'allarme del corpo:  possibile eliminarlo momentaneamente, ma si rischia un danno pi serio.  un po' una scommessa. Quanto  importante la partita? Quanto dobbiamo investire per mandare in campo il ragazzo oggi? Vale il rischio che dopo resti fuori per settimane o mesi? Sono queste le domande che si fanno i medici, che tradizionalmente in Svezia sono pi cauti che nel resto d'Europa: vedono l'atleta pi come paziente che come macchina da gol. Ma non  mai facile decidere e anzi, spesso  proprio il giocatore a insistere. Ci sono match che ti sembrano cos importanti che ti viene da dire: Chi se ne frega del futuro, io voglio giocare. Ma la realt  che al futuro non puoi sfuggire. Inoltre, quando sei in Nazionale, c' sempre il club sullo sfondo. 
Io ero un grosso investimento, non potevo rompermi. Non era accettabile per l'Inter sacrificarmi per una partita della Nazionale, che non aveva nulla a che fare con il club. Infatti il medico della Svezia ricevette una telefonata dal medico del club. Non ho idea di che cosa si dissero, ma queste discussioni possono accendersi molto facilmente, si tratta pur sempre di due interessi contrapposti. Il medico dell'Inter sapeva prendersi cura dei suoi giocatori e ovviamente non voleva che la Nazionale combinasse qualche casino. Mancava soltanto un mese all'inizio del ritiro, e l'Inter aveva bisogno del suo Zlatan, ero la stella del club. Ma entrambi i medici erano persone ragionevoli e quella fu una conversazione assolutamente tranquilla, credo: alla fine si misero d'accordo. Niente infiltrazioni ma ore di massaggi con uno specialista per il mio ginocchio. E contro la Spagna avrei giocato.
Partivo titolare accanto al solito Henke, e questo mi dava una certa tranquillit. Ma, dopo un quarto d'ora, Xavi batt un calcio d'angolo corto per David Villa, che a sua volta pass indietro per Silva. Silva cross in mezzo, Fernando Torres riusc ad anticipare Petter Hansson quasi in spaccata e segn l'uno a zero. Fu un duro colpo, ovviamente. Riuscire a pareggiare con la Spagna non  uno scherzo. Ma loro da quel momento si chiusero per difendere il risultato e la qualificazione ai quarti di finale, mentre io dimenticai il mio ginocchio per dare tutto. Al trentaquattresimo minuto ricevetti un bel lancio dalla destra di Fredrik Stoor in area di rigore. Era il tipo di situazione di cui mi aveva parlato Van Basten e per la quale Capello e Galbiati mi avevano allenato duramente, il tipo di occasione che devi saper sfruttare. Ma lo stop non fu perfetto e un attimo dopo avevo addosso Sergio Ramos. Fanculo pensai, non ho intenzione di arrendermi. Difesi la palla, rientrai e calciai in un piccolo spiraglio fra Ramos e un altro difensore che aveva recuperato: uno a uno. La partita era riaperta, io mi sentivo bene. Ma quando l'arbitr fischi la fine del primo tempo e l'adrenalina cal, venne fuori tutto il dolore. Il ginocchio non andava bene per niente. Che cosa dovevo fare? Non era una decisione facile. Fino a quel momento ero stato determinante, ok, ma mancava ancora la terza partita del girone e la nostra situazione non era male. Avevamo i tre punti guadagnati contro la Grecia e, anche se fosse andata male con la Spagna, avremmo potuto ancora guadagnarci la qualificazione battendo la Russia. Perci durante l'intervallo andai da Lars Lagerbck.
Il ginocchio mi fa molto male dissi.
Dannazione.
Credo che sia il momento di scegliere.
Ok.
Cos' pi importante per te: il secondo tempo oppure il match contro la Russia?
La Russia rispose. Contro di loro abbiamo maggiori possibilit! 
Perci non rientrai in campo. Lagerbck mise dentro Markus Rosenberg e la situazione sembrava comunque buona. La Spagna ebbe molte occasioni, per riuscivamo a controllare. Certo, si faceva sentire la mia assenza, mancava un po' di qualit ma soprattutto di imprevedibilit nel nostro gioco. Eravamo ormai allo scadere ancora sull'uno a uno. Sembrava fatta, in panchina ci scambiavamo cenni d'incoraggiamento. Ma nel recupero Rosenberg perse una brutta palla in attacco. Lagerbck salt in piedi, furibondo, gridando insulti contro Markus e contro l'arbitro. Era fallo, a suo parere. Ma l'arbitro lasci proseguire nonostante la nostra indignazione, molti in panchina ritenevano gi da prima che ci avesse fischiato tutto contro. E poi non ci fu molto tempo per le proteste. Arriv la catastrofe. Joan Capdevila, quello che aveva tolto la palla a Rosenberg, spar lungo in avanti. Tutti avevano dato il massimo, erano sfiniti. David Villa fu il pi veloce a raccogliere il lancio, si infil nella nostra difesa e segn il due a uno sull'uscita disperata del portiere. Pochi istanti dopo l'arbitro fischi la fine dell'incontro e si pu dire tranquillamente: fu una sconfitta pesante.
Nella successiva partita contro la Russia fummo schiacciati. Io stavo male e sembrava che loro fossero migliori in tutto. Cos uscimmo dal torneo, fu una delusione enorme. Quello che era cominciato cos bene fin in niente. Era crudele. 
Ma, come sempre, da una cosa che finisce ne nasce una nuova, e prima degli Europei era arrivata la notizia dell'esonero di Mancini. Era il momento di Jos Mourinho: io non l'avevo ancora incontrato, ma lui era gi riuscito a stupirmi, mi aveva legato a lui gi prima che ci conoscessimo. Ed era destinato a diventare una persona per la quale, pi o meno, sarei stato disposto a morire. 
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Non l'avevo ancora inquadrato bene. Ma  chiaro, Mourinho gi allora era lo Special One, e ovviamente avevo sentito dire molte cose di lui. Che era uno spaccone e che alle sue conferenze stampa dava spettacolo, che diceva esattamente quello che pensava. Ma in realt non sapevo niente di lui, e pensai: Sar tipo Capello, un condottiero duro come la roccia, e per me sarebbe andato benissimo, era uno stile che mi piaceva. Ma mi sbagliavo, almeno in parte. Mourinho  portoghese, gli piace stare al centro dell'attenzione. Manipola i giocatori come nessun altro. Eppure questo non dice ancora nulla. 
Il ragazzo ha imparato molto da Bobby Robson, il vecchio CT dell'Inghilterra, pi o meno una leggenda. All'inizio degli anni Novanta allenava lo Sporting Lisbona e Mourinho, che era bravo con le lingue, lo affiancava come traduttore. Ma Robson cap al volo che Jos aveva anche altre doti: imparava molto in fretta e parlare di calcio con lui era un piacere, cos un giorno gli chiese di scrivere una relazione su una squadra avversaria. Non ho idea di che cosa si aspettasse, lo mise alla prova. Ovviamente, il rapporto di Mourinho fu fantastico. 
Robson rimase a bocca aperta. Un ragazzo che non aveva mai giocato a calcio ad alti livelli gli stava fornendo il materiale migliore mai ricevuto. Doveva averlo sottovalutato, quel traduttore! Quando Robson pass al Porto e, pi tardi, al Barcellona, se lo port appresso, cos Mourinho continu a imparare non soltanto la tattica e le cose di campo, ma anche gli aspetti psicologici. Robson, per capirci, era uno che ripeteva sempre: Quando la squadra vince, non credere che sia merito tuo. Ma quando perde, non credere di essere un sacco di merda. 
Mourinho cominci da primo allenatore agli inizi del 2000 e nel 2002, dopo un paio di brevi esperienze, prese la guida del Porto. All'epoca era un perfetto sconosciuto. Per molti era ancora The translator, e il Porto era forse una bella squadra in Portogallo, ma non certo un grande club di livello europeo. E il campionato portoghese tra l'altro, cos'era? Poca cosa. Mancavano i soldi e le star. Ma Mourinho arriv al club con qualcosa di completamente nuovo: il totale controllo su ogni singolo dettaglio delle squadre avversarie. Spinse i giocatori a fare qualsiasi cosa per lui, e s, certo, all'inizio io non ne capivo niente, di questo metodo. Ma avrei imparato molto presto. Sotto Mourinho, che lo studi pi meticolosamente di chiunque altro, il Porto divent maestro nella gestione del contropiede. Contro ogni previsione, nel 2004 la squadra vinse campionato portoghese e Champions League, sopravvivendo a un girone di qualificazione con dentro il Real Madrid e mandando a casa negli ottavi il Manchester United, squadre in cui un unico giocatore guadagnava quanto l'intera squadra del Porto. 
Fu una sorpresa pazzesca, una delle cose pi sconvolgenti mai accadute nel calcio europeo, e Mourinho divent l'allenatore pi ricercato del mondo. Alla fine and al Chelsea del miliardario russo Roman Abramovich, che stava riversando fiumi di denaro nel club. Ma che cosa credete? Che venne accettato in Inghilterra? Era uno straniero. Un portoghese. Molti fighetti del cazzo e giornalisti lo contestarono, e cos in una delle sue prime conferenze stampa disse: Io non arrivo da chiss dove. Io ho vinto la Champions League con il Porto. Io sono speciale. I am a Special One e quella definizione di s gli rest attaccata per sempre.
Da quel momento Mourinho divent The Special One nei media inglesi, ma immagino venisse detto con un misto di rispetto e di sarcasmo, almeno all'inizio. Il ragazzo faceva incazzare la gente. Non soltanto perch sembrava un divo del cinema, ma anche per dichiarazioni tipo: Se avessi cercato la calma e il riposo sarei rimasto in Portogallo: avrei avuto un meraviglioso cielo azzurro, una poltrona comoda, e poi Dio e sotto Dio me stesso.
Sapeva quanto valeva, e talvolta non si faceva problemi ad attaccare i colleghi rivali. A un certo punto disse che Arsne Wenger con il Chelsea era un po' come un guardone, uno di quei tipi che in casa hanno dei grossi cannocchiali e spiano ci che succede nelle altre famiglie. 
Intorno a Mourinho c'era sempre un gran casino, nessun allenatore al mondo era cos chiacchierato. Ma il bello di lui  che mica parlava soltanto. Faceva i fatti. Quando arriv al Chelsea, il club non vinceva il campionato da cinquant'anni. Con Mourinho vinse due titoli di fila, ed entrambe le volte lui fu nominato miglior allenatore dell'anno. 
Mourinho quindi era The Special One, su questo ormai non c'era pi da discutere. E stava per arrivare da noi all'Inter. Considerata la sua fama, mi aspettavo ordini duri fin da subito. Ma gi durante gli Europei, nel ritiro della squadra, mi avvisarono che Mourinho mi avrebbe telefonato a breve e io pensai: Dio,  successo qualcosa?.
Invece voleva solo parlarmi. Dire: Che bello che lavoreremo insieme, non vedo l'ora di conoscerti, niente di strano insomma, se non che lui parlava in italiano. Non lo capivo, cazzo. Mourinho non aveva mai allenato un club italiano eppure parlava la lingua meglio di me. Se l'era imparata in un niente, in tipo tre settimane, e io non riuscivo a seguirlo, dovemmo passare all'inglese. Mi resi subito conto che lui  uno che si interessa davvero, non fa le solite domande di circostanza solo perch deve, e dopo l'incontro con la Spagna ricevetti anche un suo sms.
Quando gioco, ricevo sempre un sacco di sms dai miei amici. Ma quello arrivava da Mourinho. Bella partita diceva, e poi mi dava dei consigli. Giuro, feci letteralmente un salto sulla panca. Era una cosa che non mi era mai successa, un sms dall'allenatore! Voglio dire, stavo giocando con la Nazionale, non erano affari suoi, eppure si stava interessando. Gli risposi e ricevetti altri messaggi. Wow, Mourinho mi sta seguendo! Mi sentivo considerato. Forse il ragazzo non  poi cos di pietra, tutto sommato.
Aveva uno scopo, con i suoi sms. Voleva incoraggiare. Creare lealt. Mi piacque immediatamente, scatt subito una scintilla. Ci capivamo, e mi dissi: quest'uomo  uno che lavora duro. Si fa il culo il doppio degli altri. Segue il calcio ventiquattr'ore al giorno e fa le sue analisi. Mai incontrato un allenatore che abbia una tale conoscenza delle squadre avversarie. Non si tratta del solito giocano cos e cos, hanno questa e quest'altra tattica, dovete stare attenti a quel tale. Mourinho sapeva tutto, ogni singolo, piccolo dettaglio, persino il numero di scarpe del terzo portiere, tipo. Tutto. Avevi la sensazione immediata che lui avesse il controllo totale. 
Ma ancora doveva passare del tempo prima che ci incontrassimo. Ci furono gli Europei e poi le vacanze, e non so di preciso che cosa mi aspettassi. Naturalmente avevo visto un sacco di immagini di lui, sapevo che era elegante, sicuro di s, ma quando lo incontrai la prima volta rimasi stupito. Era piuttosto basso, con le spalle strette, e sembrava piccolo vicino ai giocatori. Eppure intorno a lui l'aria vibrava. Metteva in riga chiunque: si piazzava davanti ai tipi che si credevano intoccabili, delle grandi star, e cominciava a comandarli a bacchetta. Stava l, due spanne pi basso, e non  che cercasse di fare il simpatico o usasse tanti per favore. Andava dritto al punto e diceva con totale freddezza: D'ora innanzi farete cos e cos, chiaro?. E tutti ascoltavano. Stavano l con l'orecchio teso per cogliere ogni sfumatura delle sue parole. Non era paura di lui. Come ho detto, non era Capello. Mourinho aveva un registro pi ampio, creava legami personali con i giocatori mediante i suoi messaggini e le sue mail e la sua passione e la sua attenzione per tutti noi: come stavamo, come stavano le nostre mogli e i nostri figli... E poi non gridava. Tanto la gente ascoltava comunque. Prima delle partite ci dava forza, fiducia. Ogni volta era come una recita, un gioco psicologico. Era capace di mostrarci dei filmati tratti da partite che avevamo giocato male e dire: Guardate un po' quelli! Che disastro! Terribile, terribile. Non potete essere voi. Devono essere i vostri fratelli, i vostri cugini e noi concordavamo con lui. Ci vergognavamo.
Oggi non vi voglio vedere cos continuava.
No, no pensavamo noi, non succeder mai pi.
Uscite sul campo con voglia di vincere, come guerrieri e noi a quel punto eravamo carichissimi.
Nel primo tempo dovrete essere cos... insisteva. Picchiava il pugno contro il palmo della mano. E nel secondo tempo...
Poi magari tirava un calcio alla lavagnetta facendola volare via per la stanza, e noi avevamo tanta di quella adrenalina in corpo che andavamo fuori disposti a tutto. Ne vedevamo spesso di episodi simili, gesti inattesi che ci stimolavano, e io lo percepivo sempre pi: quest'uomo d tutto per la squadra, e allora anch'io voglio fare tutto per lui. Aveva questa qualit, dopo averlo ascoltato avresti voluto uccidere per lui. 
Ma Mourinho non era solo uno da discorsi stimolanti. Era anche capace di affondare chiunque con poche parole, tipo entrare nello spogliatoio e dire in tono gelido: Oggi hai fatto zero, Zlatan, zero. Non hai combinato un cazzo.
In casi del genere non rispondevo niente. Non cercavo nemmeno di difendermi, non per paura o per rispetto esagerato, ma perch capivo che aveva ragione. E poi per Mourinho non contava niente quello che avevi fatto ieri o ieri l'altro. Era l'oggi quello che contava. Era il presente.
Ricordo una partita contro l'Atalanta. Il giorno dopo dovevo andare a ritirare il premio come miglior giocatore straniero e come miglior giocatore in generale della Serie A, ma a met partita eravamo sotto due a zero e io ero stato praticamente un fantasma. Mourinho mi raggiunse negli spogliatoi.
Tu domani vai a ricevere un premio, eh?
S, perch?
Sai cosa dovrai fare quando ti consegneranno quel premio?
No, cosa?
Dovrai vergognarti. Dovrai arrossire. Non si possono vincere premi quando si gioca cos. Regala quel premio a tua madre, o a qualcuno che se lo merita di pi disse prima di andare, e io non vidi l'ora che cominciasse il secondo tempo.
Avevamo spesso scambi di questo tipo. Lui mi gonfiava d'orgoglio e mi affossava. Era un maestro nel gestire la psicologia dei giocatori, e soltanto una cosa in realt mi infastidiva: la sua espressione quando giocavamo. Qualsiasi numero facessi, qualsiasi gol, era sempre ugualmente gelido. Non c'era mai un sorriso o un gesto particolare, nessuna reazione. Era come se non succedesse nulla, come se il gioco fosse sempre fermo a met campo, eppure io allora ero pi grintoso che mai. Facevo cose incredibili e vedevo Mourinho l sempre con la stessa faccia. 
Il 3 ottobre 2008 compivo ventisette anni. Quel giorno incontravamo il Bologna, e al ventiquattresimo minuto Adriano si fece largo sulla sinistra e mise in mezzo una palla tesa a mezza altezza, troppo bassa per un colpo di testa e troppo alta per un tiro al volo. Ma riuscii ad anticipare il mio marcatore e mi inventai un colpo di tacco. Sembr un colpo di karate, bam, il pallone fin dritto in rete. Un gol incredibile, infatti fu poi votato come il pi bello dell'anno. Il pubblico era impazzito, erano tutti in piedi ad applaudire e festeggiare... Tutti, perfino Moratti su in tribuna d'onore. Ma Mourinho, che cosa fece lui? Rimase l in piedi nel suo completo, le mani in tasca e il volto di pietra. Ma che avr adesso? pensai. Se non reagisce a un numero cos, per che cosa si muove, allora?
Ne parlai con Rui Faria, portoghese anche lui, preparatore atletico dello staff di Mourinho oltre che suo braccio destro. Lo conosce come le sue tasche.
Spiegami una cosa gli dissi.
Dimmi!
Ho fatto dei gol fantastici in questa stagione, che io stesso non so come... Mourinho difficilmente pu aver visto qualcosa di simile, eppure se ne sta sempre l come una statua.
Non prendertela disse Rui. Lui  fatto cos. Non reagisce come noi.
Pu darsi pensai. Per, in ogni caso... io riuscir a scuoterlo, dovessi fare un miracolo. In un modo o nell'altro costringer quell'uomo a esultare!
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Avevo un po' la fissa della Champions League. Il campionato era ricominciato, il mio ginocchio andava meglio e segnavo una rete incredibile dopo l'altra: abbastanza presto avemmo la sensazione che lo scudetto sarebbe stato nostro per il terzo anno consecutivo. Ma per me non era pi cos tanto straordinario: avevo gi vinto quattro scudetti, ero stato eletto miglior giocatore dell'anno in Italia gi due volte... Insomma, la cosa importante mi sembrava la Champions. Non ero mai arrivato molto avanti nel torneo, e quell'anno, negli ottavi di finale, ci trovammo contro il Manchester United. 
Lo United era una delle migliori squadre d'Europa. Era il detentore del titolo e aveva giocatori come Cristiano Ronaldo, Wayne Rooney, Paul Scholes, Ryan Giggs, Nemanja Vidic... nonostante tutti questi campioni non c'era un uomo-chiave: si aveva davvero la sensazione che lo United fosse una squadra. Nessun giocatore era la stella del club e nessun allenatore portava avanti la filosofia del collettivo pi tenacemente di Alex Ferguson, anzi Sir Alex Ferguson, come si doveva dire. Tutti conoscono Sir Alex. In Inghilterra  un dio. Ma in fondo il vecchio  pur sempre figlio di operai scozzesi, Nihil sine labore  il suo motto, niente arriva senza fatica. Quando nel 1986 prese in mano lo United, il club non valeva granch. Sembrava che il suo periodo di splendore fosse ormai alle spalle: era tutto un gran casino, tipo che i giocatori si andavano a ubriacare nei bar ed era considerata una cosa virile che rafforzava lo spirito di squadra.
Ma Ferguson cominci a condurre una vera guerra verso questo atteggiamento. Basta tracannare birra come degli idioti! Lentamente rovesci la situazione e i ragazzi cominciarono a rigare dritto. 
Da allora Ferguson ha portato a casa dodici titoli nazionali con il club, l'allenatore pi vincente della storia. Fu insignito del titolo di baronetto nel 1999, quando il Manchester vinse in un colpo solo il campionato, la FA Cup e la Champions. Immaginate che rivalit poteva esserci tra due vincenti come Ferguson e Mourinho: Sir Alex, poi, aveva vinto un unico match contro una squadra allenata da Mourinho, e se la cosa lo disturbasse o meno non so... Ma in ogni caso se lo sentiva ripetere ogni volta. Era una solfa continua. 
Inter-Manchester, quindi, era Mourinho contro Sir Alex e anche Zlatan contro Cristiano Ronaldo. Se ne dicevano un sacco, su di noi. Eravamo entrambi testimonial della Nike, ed eravamo anche apparsi insieme in uno spot, una specie di sfida a colpi di numeri con Eric Cantona come presentatore. Ma in realt non lo conoscevo. Non ci incontrammo mai durante le riprese, avvenne tutto a distanza, e comunque io non davo nessuna importanza a tutte quelle faccende dei media.
Alla vigilia del match mi sentivo carico. Pensavo che avessimo buone possibilit di vincere e Mourinho ci aveva preparati a tutto come sempre. Ma l'andata, a San Siro, fu una delusione. Facemmo solo zero a zero, io non entrai mai veramente in partita, e i giornali inglesi scrissero un sacco di cazzate, come sempre. I giornalisti inglesi mi hanno sempre criticato, ma era un problema loro, non mio. Che scrivessero pure. Io sono sempre andato avanti per la mia strada. Per volevo veramente vincere la partita di ritorno all'Old Trafford e andare avanti. Era una cosa che continuava a crescermi dentro, forse ci speravo troppo. 
Ricordo ancora quando entrammo in campo e sentii gli applausi e i fischi.
L'aria era molto tesa. Mourinho indossava polo e soprabito neri, era elegante e serio e come al solito non and a sedersi: stava in piedi nei pressi della linea laterale a seguire il gioco, come un generale sul campo di battaglia, e molte volte il pubblico gli cantava o gridava: Sit down, Mourinho. Spesso agitava le mani, urlando: Su ad aiutare Ibra!. Io ero molto solo davanti e mi marcavano stretto. Mourinho aveva scelto il quattro-cinque-uno con me unica punta, e io sentivo la pressione di dover fare gol, ma la cosa mi piaceva: ormai avrete capito che avere responsabilit mi carica. 
Lo United per part bene, e gi al terzo minuto, su angolo di Ryan Giggs, Vidic segn l'uno a zero di testa. Fu una doccia fredda. Tutto l'Old Trafford si alz in piedi con il suo coro: You are not special anymore, Jos Mourinho.
Ovviamente io e Mourinho facevamo il pieno di fischi. Ma sarebbe bastato un gol, per vedere i quarti di finale. La partita si apr. Alla mezz'ora girai in porta di testa un bel cross dalla destra di Maicon: sembrava fatta ma, dopo il rimbalzo a terra, la palla tocc la traversa e usc. Ero arrivato vicinissimo al gol, ed ero sempre pi convinto che ce l'avremmo fatta, anche perch continuavano a presentarsi occasioni. Ma quando Adriano nel secondo tempo colp il palo in mezza rovesciata, Cristiano Ronaldo aveva gi segnato il due a zero di testa su assist di Wayne Rooney. Mi croll il mondo addosso. I minuti passarono senza che noi riuscissimo a ridurre le distanze, e verso la fine del match tutto lo stadio cantava: Bye, bye, Mourinho. It's over, e io avrei voluto spaccare tutto.
Quando entrammo negli spogliatoi Mourinho cerc di incoraggiarci, tipo vinceremo il campionato eccetera. Lui  duro come la pietra prima e durante le partite, e certe volte a qualche giorno di distanza analizza le sconfitte e ti attacca perch non si ripetano gli stessi errori. Ma a caldo non c' motivo di massacrare i giocatori. Non serve a nulla. Quella sera, per esempio, eravamo gi abbastanza a terra di nostro.
C'era tanta rabbia nello spogliatoio e tutti volevano sfogarla, una rabbia da omicidio, e credo che fu allora che il pensiero cominci a germogliare dentro di me. Volevo andare avanti. 
Io sono un tipo inquieto. Mi sono spostato di continuo. Ho cambiato scuole, case e squadre fin da ragazzino. Alla fine era diventato come un veleno che avevo dentro. Quella sera, mentre stavo l seduto a fissarmi le gambe, cominciai a sospettare che non avrei mai vinto la Champions con l'Inter. La squadra non era abbastanza forte, credevo, e gi nelle prime interviste dopo quella partita lasciai trapelare le mie incertezze. O, per meglio dire, risposi con sincerit e non con il consueto: Ci rifaremo, l'anno prossimo. 
Pensi di poter vincere la Champions con l'Inter? mi chiedevano i giornalisti.
Non lo so. Si vedr dicevo, e di sicuro i tifosi cominciarono a intuire qualcosa gi allora. 
Fu l'inizio di nuove tensioni, e ne parlai con Mino.
Voglio andare avanti dissi. Voglio andare in Spagna.
Lui cap subito,  ovvio. Spagna significava Real Madrid oppure Barcellona, i due topclub. Certo, il Real mi tentava: aveva una tradizione fantastica, e aveva avuto giocatori come Ronaldo, Zidane, Figo, Roberto Carlos, Ral... Ma io propendevo sempre pi per il Bara, che quell'anno stava giocando splendidamente, e che aveva gente come Lionel Messi, Xavi e Iniesta. 
Ma come potevamo muoverci? Non era semplice. Mica potevo dire semplicemente: Voglio andare al Bara. Non soltanto perch sarebbe stato disastroso per la mia reputazione nell'Inter. Ma poi sarebbe stato come dire al Barcellona: Vengo anche gratis. E non ci si pu svendere a questo modo. Perch allora i dirigenti capiscono che possono averti a poco prezzo. No, no dev'essere il club a venire da te con il desiderio di averti a qualsiasi prezzo. Ma il vero problema non stava l.
Il problema era il mio status e le mie condizioni contrattuali in Italia. Ero considerato troppo costoso, come avrei fatto a muovermi? Lo sentivo dire spesso. Eravamo io nell'Inter, Kak nel Milan, Messi nel Bara e Cristiano nello United. Nessun'altra squadra era ritenuta in grado di potersi adeguare ai nostri contratti, e anche i cartellini erano altissimi. Perfino Mourinho ne parlava: Ibra rimane diceva. Nessun club pu permettersi le cifre necessarie. Nessuno pu offrire cento milioni di euro ed era una sensazione assurda. 
Ero troppo costoso per il mercato? Una dannata Monna Lisa che non era possibile vendere? La situazione era incerta, e forse non era strategico esporsi cos apertamente con i media, nonostante tutto. Sicuramente avrei fatto meglio a dire le cazzate che ripetevano molte altre stelle: Rimarr sempre qui, bla bla bla.
Ma io non ne sono capace. Non potevo mentire. Ero incerto sul futuro e lo dicevo, e questo ovviamente fece incazzare parecchia gente, soprattutto i tifosi. Lo videro come un tradimento, o almeno come un accenno di tradimento, e molti cominciarono a preoccuparsi. Forse avevo perso le motivazioni, e tiravo fuori cose del tipo: Vorrei fare un'esperienza nuova, ormai  da cinque anni che sto in Italia. A me piace il calcio tecnico, e quello lo giocano in Spagna. Si facevano un sacco di chiacchiere e di ipotesi.
Ma la mia non era una strategia per liberarmi dall'Inter. Era soltanto sincerit. Il punto  che io ero l'elemento pi importante della squadra e nessuno voleva che me ne andassi. Ogni parola che dicevo sollevava un polverone e forse l'intera faccenda era senza senso. Non avevamo nessuna offerta, e anche ammesso che fossi troppo costoso per il mercato, ci non diminuiva il mio valore. Certamente avevo voglia di qualcosa di nuovo, ma intanto tutto questo non influiva sulle mie prestazioni, al contrario: adesso che stavo bene fisicamente ero pi forte che mai, e continuavo a fare di tutto per strappare a Mourinho una reazione.
Contro la Reggina, ad esempio, partii dalla trequarti, mi feci largo fra tre difensori e l'azione era gi bella cos, il pubblico di sicuro credeva che avrei concluso sparando una cannonata. Ma prima di entrare in area vidi che il portiere era troppo fuori dai pali, e mi venne un'intuizione: alzai un pallonetto di sinistro e la palla ricadde lentamente in porta. Tutto lo stadio esult, tutti tranne Mourinho, ovviamente, senza espressione in panchina e con aria un po' cupa. Come al solito, insomma. Eppure era una delle reti pi belle che avessi mai fatto, e con quel gol raggiunsi Marco Di Vaio del Bologna in testa alla classifica dei marcatori. Vincere quella classifica in Italia  prestigioso, non ci ero ancora riuscito e cominciai a focalizzarmi sempre pi su quell'obiettivo. Diventai pi aggressivo che mai davanti alla porta. Quello di cui avevo bisogno erano le sfide. Nessuno adora i bomber cos tanto come i tifosi italiani, e nessuno odia cos tanto quelli che vogliono lasciare la loro squadra. La situazione si fece ancora pi difficile dopo che a fine partita dichiarai: Sono totalmente concentrato sull'obiettivo di vincere la classifica dei marcatori di quest'anno, ma per quanto riguarda la prossima stagione si vedr.
La tensione non faceva che crescere. Che cos'ha Ibra? Cosa sta succedendo? Mancava ancora molto all'apertura del mercato, e non avevamo in mano nulla di concreto. Ma i giornali gi scrivevano. Anche Cristiano si sarebbe mosso da Manchester: il Real avrebbe acquistato uno di noi due? Poteva farlo? Avrebbe proposto uno scambio Ibra-Higuain?
In quel modo il club non avrebbe dovuto spendere cos tanto, il cartellino di Higuain avrebbe coperto una parte della cifra. Ma appunto, erano soltanto chiacchiere. Per, per quanto le chiacchiere possano essere false, hanno il loro effetto, perci in molti gi mi davano addosso: dicevano che nessun giocatore conta pi della maglia, che Ibra  un ingrato e un traditore e via dicendo. Ma tutto mi scivolava addosso. Continuavo a darci dentro, e contro la Fiorentina, nei minuti di recupero, calciai una punizione che arriv in porta a centonove chilometri orari, come un colpo di cannone.
Sembrava che avessimo gi nuovamente in tasca lo scudetto. La storia aveva due facce: meglio giocavo, pi i tifosi erano preoccupati all'idea che volessi lasciare l'Inter. In vista del match contro la Lazio del 2 maggio, a San Siro, i nervi tra me e i tifosi si erano fatti tesissimi. Gli ultras tre anni prima avevano esposto lo striscione Benvenuto Maximilian, sapevano fare questo genere di cose, erano capaci di mostrare amore. Ma erano anche capaci di odiare: non solo la squadra avversaria ma anche i loro stessi giocatori. Quella sera lo percepii fin da quando ci misi piede: San Siro era in ebollizione. 
Per tutta la settimana i giornali avevano scritto che io volevo andarmene e provare una nuova sfida. L'avevano letto tutti, ovvio. Nei primi minuti sbagliai un dribbling in area di rigore, e in situazioni del genere i tifosi di solito mi applaudivano lo stesso per l'intenzione. Invece sentii dei fischi e dei buuu dalla curva. Cosa? Quaggi stiamo dando il massimo, siamo primi in classifica e voi ve ne venite fuori con i fischi? Ma chi siete? Li zittii, mettendomi il dito davanti alla bocca. Ma le cose non migliorarono, proprio per niente. Verso la fine del primo tempo eravamo ancora sullo zero a zero, anche se stavamo giocando bene, e allora quei bastardi cominciarono a fischiare tutta la squadra. Mi incazzai a morte, o, per meglio dire, mi caricai di adrenalina per il secondo tempo.
Come ho detto pi volte, gioco meglio quando ho tanta rabbia in corpo.  vero, posso anche fare qualcosa di stupido e prendere un rosso diretto, ma il pi delle volte la rabbia  un buon segno: tutta la mia carriera  costruita sulla voglia di rivincita. Al dodicesimo del secondo tempo ricevetti il pallone una quindicina di metri fuori dell'area di rigore. Avanzai puntando il difensore che avevo davanti e poi calciai a giro sul secondo palo facendo passare la palla tra due avversari. Era uno di quei tiri di pura rabbia, e un bel gol. Ma non era di quello che la gente avrebbe parlato.
Era del gesto che feci dopo, perch non esultai. Corsi all'indietro verso la nostra met campo guardando gli ultras della curva e il dito ancora sulle labbra. Tipo: Tappatevi la bocca, questa  la mia risposta, voi fischiate e io faccio gol. Quel gesto divent subito l'episodio-chiave della partita: avete visto? Avete visto? Era qualcosa di totalmente nuovo.
Ormai era guerra aperta fra la tifoseria e la pi grande stella del club. Da parte di Mourinho, ovviamente, non ci fu nessun gesto di vittoria, e chi se l'era mai aspettato? Ma era d'accordo con me, si capisce. Assurdo, fischiare la propria squadra! Lui si port il dito alla tempia come per dire: Siete scemi lass, e capirete.
Se prima c'era stata tensione, adesso lo stadio era una vera bolgia. Ma questo  proprio il genere di cose che mi pungola, e continuai a giocare bene. Facendomi portare dalla rabbia, costruii il due a zero. Ero soddisfatto quando l'arbitro fischi il termine dell'incontro, ma non era ancora finita: quando uscii dal campo sentii dire che i capi degli ultras mi stavano aspettando gi negli spogliatoi. Non avevo idea di come ci fossero arrivati.
Ma erano proprio l nei sotterranei, sette, otto ragazzi e non certo gente che dice: Scusa, scusa, possiamo scambiare due parole?. Erano tipi che potevano essere di Rosengrd. Tutti intorno a me diventarono nervosi, e il mio polso part a centocinquanta. Detto onestamente, ero molto teso. Ma dissi a me stesso: Non  il momento di fare il vigliacco. Un ragazzo delle mie parti non indietreggia. Perci andai verso i ragazzi, e lo capii subito: diventarono inquieti, ma al tempo stesso si gonfiarono tutti. Cazzo, Ibra che viene verso di noi?
C' qualcuno che ha dei problemi lass? dissi.
Be' ecco, molti sono incazzati neri... cominciarono.
Allora ditegli di venire gi in campo, che la risolviamo uno contro uno!
Dopo di che me ne andai, con il cuore che martellava. Eppure mi sentivo soddisfatto, avevo tenuto a bada la tensione.
Quella sera mi ero difeso, ma lo strazio continu. I capi della curva esigevano un incontro ufficiale. Ma andiamo, per quale motivo avrei dovuto incontrarli di nuovo? Che cosa avevo da guadagnarci? Io faccio il calciatore. I tifosi, forse, sono fedeli alla loro squadra, ed  una bella cosa. Ma la carriera di un calciatore  breve, e lui deve curare i propri interessi. Cambia spesso club. I tifosi lo sanno, e io anche lo sapevo bene. Perci dissi: Chiedete scusa per i fischi sulla homepage del sito del vostro gruppo e sar soddisfatto. Ci metteremo una pietra sopra. Ma non accadde nulla di simile, anzi, gli ultras decisero che non mi avrebbero pi n fischiato n sostenuto: avrebbero finto che non esistessi. Buona fortuna pensai. 
Non ero molto facile da ignorare, n allora, n dopo. Ero in forma, e le chiacchiere continuavano. Se ne andr? Rimarr? Qualcuno pu permettersi di acquistarlo? Era un tiro alla fune e io temevo di finire dentro un vicolo cieco. Di dover restare all'Inter con la coda fra le gambe. Era una guerra di nervi, e telefonavo a Mino: C' qualche offerta? Hai in mano qualcosa?. Ma non succedeva nulla e anzi, diventava sempre pi evidente che ci sarebbe voluta una cifra record per strapparmi all'Inter. Io cercavo di chiudere gli occhi e le orecchie davanti a tutto quello che passava sui media, ma non era facile. Non in una situazione del genere. Ero in contatto costante con Mino e speravo sempre pi nel Bara, che proprio in quelle settimane vinse la Champions. Batt il Manchester United per due a zero con gol di Eto'o e Messi e io pensai: Wow, quella  la squadra per me! e continuavo a telefonare a Mino.
Ma che stai facendo? Sei l a dormire?
Va' a farti fottere rispondeva lui. Sei un sacco di merda. Non ti vuole nessuno! Dovrai ritornartene al Malm.
Ma vaffanculo!
Ma  chiaro, stava lavorando come un pazzo per condurre in porto questa trattativa, e non soltanto perch lui lottava sempre per me. In ballo c'era il contratto che entrambi avevamo sempre sognato. Certo, poteva saltare tutto, finire in niente se non nella rottura con gli ultras e la societ. Ma poteva anche diventare il pi grande affare della storia, e noi eravamo pronti a puntare forte.
Intanto il campionato non era ancora finito, anche se lo scudetto era gi nostro, e io volevo assolutamente arrivare primo nella classifica dei marcatori. Diventare capocannoniere significa scrivere il proprio nome nei libri di storia, e nessuno svedese ci era riuscito dopo Gunnar Nordahl, nel 1955. Ma finalmente io ne avevo la possibilit, anche se nulla era ancora deciso. In testa alla classifica c'erano Marco Di Vaio del Bologna e Diego Milito del Genoa. 
 chiaro che la mia corsa al titolo non riguardava direttamente Mourinho, lui allenava la squadra. Ma un giorno entr negli spogliatoi e disse: Adesso vediamo di fare in modo che Ibra vinca anche la classifica dei marcatori, e allora quello divent un impegno per la squadra. Tutti mi avrebbero aiutato. 
Ma Balotelli, quel demonio, in uno degli ultimi match ricevette la palla in area di rigore e io arrivai da dietro, completamente libero. Ero in posizione perfetta per calciare. Ma lui and avanti da solo, io lo guardavo e non ci volevo credere. L'avrei ucciso in quel momento ma ok, il ragazzo era giovane. E poi fece gol. Non potevo certo alzarlo di peso l davanti a tutti. Ma ero furioso, e tutta la panchina lo era. Ricordo che pensai: Ok, se cos dev'essere, fanculo la classifica dei marcatori. E tante grazie a Balotelli. Ma superai anche questa.
Feci gol nella partita successiva e, in vista dell'ultima giornata, la situazione era da brivido. Io e Di Vaio eravamo entrambi a ventitr, e subito dietro veniva Diego Milito con ventidue. Era il 31 maggio. Tutti i giornali scrivevano di quell'ultima battaglia. Chi vincer? A San Siro faceva un caldo soffocante. Il campionato era ormai deciso, ci eravamo messi in tasca lo scudetto gi da un pezzo, eppure nell'aria c'era un sacco di nervosismo. Con un po' di fortuna quella partita sarebbe stata la mia ultima nel campionato italiano. Cos speravo. Ma al di l di tutto, volevo fare un match spettacolare e portarmi a casa il titolo di capocannoniere. Ovviamente, dipendeva anche da cos'avrebbero combinato Di Vaio e Milito.
Il Bologna di Marco Di Vaio incontrava il Catania mentre il Genoa di Milito affrontava il Lecce, e io non avevo dubbi: quei due bastardi avrebbero sicuramente segnato. Ero obbligato a rispondere. Dovevo farlo anch'io, ma non  facile far gol su ordinazione. Se ci provi troppo  facile che non ti venga, qualsiasi marcatore lo sa. Non devi star l a pensarci troppo,  questione di istinto.
Fu subito chiaro che contro l'Atalanta sarebbe stato un match aperto, dopo pochi minuti eravamo gi sull'uno a uno.
Al dodicesimo Cambiasso mi lanci sul filo del fuorigioco, attraversai praticamente da solo tutta la met campo e, dopo un controllo non perfetto, arrivai davanti al portiere. Tiro di destro e gol, due a uno, ero in testa alla classifica dei marcatori. La gente intorno a me lo urlava e io cominciai a crederci davvero. Ma i punteggi degli altri campi cambiavano, e non capivo mai bene. A un certo punto dalla panchina sentii gridare Milito e Di Vaio hanno fatto gol o qualcosa del genere. Non ci credetti. Sembrava uno scherzo dei ragazzi: a volte dalla panchina si dicono un po' di bugie per pungolare chi sta in campo. Provai a non pensarci, ma negli altri due match si stavano verificando degli autentici drammi.
Diego Milito era terzo in classifica, aveva una percentuale di realizzazione spaventosa. Solo qualche settimana prima aveva concluso il suo passaggio all'Inter, per cui se io non fossi riuscito a cambiare avremmo giocato insieme. Contro il Lecce stava facendo il pazzo. In soli dieci minuti aveva segnato due reti ed era salito a quota ventiquattro, esattamente come me. Poteva arrivare un terzo gol in qualsiasi momento. Anche Di Vaio aveva segnato, ma io non lo sapevo; quindi adesso eravamo in tre a condividere il primo posto, e non  il mio modo di vincere. Le vittorie non si condividono, si portano a casa da soli. 
Anche se non ne ero certo, cominciavo a rendermi conto sempre di pi che dovevo segnare ancora. Lo si percepiva nell'aria, lo si notava dalle espressioni di quelli in panchina, dalla pressione sugli spalti. Ma i minuti passavano e non succedeva niente. La partita sembrava doversi concludere in parit. Eravamo sul tre a tre e mancavano soltanto dieci minuti. Mourinho aveva messo dentro anche Hernn Crespo per avere forze fresche e rinforzare l'attacco. Il mister mi fece segno: Spostati pi avanti e dacci dentro!. Era molto agitato. Stavo davvero per dire addio al titolo? Cos temevo. Intanto cercavo di mettercela tutta, gridavo per avere la palla, ma molti compagni erano stanchi. Era stata una partita intensa, l'ultima dell'anno... Ma Crespo aveva ancora energia. Scatt sulla destra, mi lanci in area e lottai con un avversario per difendere la palla. Ne respinsi un altro con il corpo, e mi ritrovai spalle alla porta con la palla che mi rimbalzava intorno e i difensori addosso. Allora vidi una possibilit. Colpii di tacco all'indietro e ok, nella mia carriera avevo fatto molte reti di tacco: quella contro l'Italia degli Europei, il colpo da karate contro il Bologna... Ma quella, all'ultimo minuto dell'ultima giornata, era davvero troppo.
Non poteva entrare. Quello era un numero da campetto sotto casa di mamma, e non vinci il titolo di capocannoniere con un colpo del genere all'ultima partita. Non esiste. Invece la palla rotol dentro. Fu il quattro a tre e io mi strappai la maglia, fanculo all'ammonizione, Dio santo, era una cosa grandiosa, e mi piazzai a torso nudo gi vicino alla bandierina. In un attimo tutti mi furono addosso, Crespo e gli altri, mi spinsero gi a schiena piegata e sembrava quasi un'aggressione. Tutti mi urlarono, uno dopo l'altro: Adesso vinci tu! e lentamente cominciai a realizzare. Ecco l'ennesima vendetta. Quando arrivai in Italia si disse: Zlatan non fa abbastanza reti. Invece avevo vinto la classifica dei marcatori, nessuno poteva pi dire una cosa del genere. Ma mi mantenni comunque piuttosto controllato. Tornai verso il centro del campo e ci che veramente mi fece sobbalzare fu una cosa di tutt'altro genere.
Era Mourinho, la vecchia faccia di pietra. L'uomo che non aveva mai battuto ciglio si era svegliato. Sembrava impazzito. Esultava come un ragazzino, saltava su e gi e io sorrisi: Alla fine ci sono riuscito a smuoverti, nonostante tutto.... Ma non ci avevo messo poco: avevo dovuto vincere la classifica marcatori all'ultima giornata, con un colpo di tacco.
23
Ai primi di giugno Kak pass al Real Madrid per sessantacinque milioni di euro, e solo una settimana pi tardi arriv anche Cristiano Ronaldo per quasi cento milioni. Diceva non poco su quali potessero essere le cifre di un mio trasferimento. Andai da Moratti. Lui era comunque molto tranquillo, aveva molta esperienza, conosceva bene questo genere di affari.
Ascolti gli dissi, sono stati anni incredibili e io rimango volentieri, non mi interessa se vengono a cercarmi lo United o l'Arsenal o altri. Per se dovesse farsi vivo il Bara...
S? disse lui.
Allora vorrei che almeno lei ci parlasse. Non che mi venda per questa o quella cifra, no, veramente. Questo sta a lei. Ma mi prometta che parler con loro continuai. Allora lui mi guard da dietro gli occhiali e con i suoi capelli arruffati e certamente lo capiva, c'era da guadagnarci dei soldi, ma non mi avrebbe lasciato andare volentieri.
Ok disse. Prometto.
Non molto tempo dopo partimmo per Los Angeles. Il viaggio faceva parte del precampionato e io dividevo la stanza con Maxwell: era figo stare insieme come ai vecchi tempi. Ma eravamo stanchi per via del jet lag e i giornalisti erano come impazziti. Facevano casino davanti all'albergo e la storia del giorno era che il Bara non poteva permettersi di acquistarmi. Pensavano di prendere David Villa, invece. Non che i giornali ne sapessero niente, ma io non sapevo cosa pensare. Nelle ultime settimane era stato tutto un dire e smentire. Prima non ci speravo, poi ci avevo sperato, e adesso sembrava di nuovo finita. Quel bastardo d'un Maxwell non migliorava le cose.
Maxwell  il ragazzo migliore del mondo, come ho gi detto, ma in quei giorni mi stava facendo impazzire. Ci eravamo inseguiti fin da quel primo giorno ad Amsterdam e adesso eravamo nuovamente nella stessa situazione, entrambi indirizzati verso il Bara. Solo che lui era un passo avanti, o meglio, era praticamente gi in viaggio, mentre a me stava saltando tutto. Lui non riusciva a dormire, era sempre attaccato al telefono:  tutto a posto?  fatta?. Lo avrei ammazzato. Parlava senza interruzione. Era tutto un Bara di qua, Bara di l. Andava avanti giorno e notte, o almeno questa era la mia impressione, mentre io non sapevo niente della mia situazione, non molto per lo meno. Rischiavo di impazzire. Ribaltai Mino al telefono, maledetto Mino, sistemare le cose per Maxwell e non per me!
Quindi per lui puoi darti da fare e per me no? gli dissi.
Va' a farti fottere rispose, e non molti giorni dopo Maxwell era del Bara. 
A differenza di me, che a ogni passo avevo addosso i giornalisti di mezzo mondo, lui era riuscito a mantenere segrete le trattative. Nessuno credeva che sarebbe andato al Barcellona. Ma quando quel giorno entrammo negli spogliatoi, dove tutti erano seduti in cerchio ad aspettarci, lui disse agli altri come stavano le cose.
Ragazzi, vado al Barcellona!
Tutti scattarono: Sul serio? Allora  vero?. La voce cominci a girare. Questo genere di cose mette in moto dei meccanismi nei compagni. L'Inter non era l'Ajax, certo, ma il Bara aveva appena vinto la Champions, il Bara era la squadra migliore del mondo, perci alcuni ragazzi diventarono invidiosi, e Maxwell cominci quasi con imbarazzo a mettere via le sue cose. 
Prendi anche le mie gli dissi a voce alta. Tanto ti seguo a ruota. Tutti risero, tipo Ah ah, bella battuta.
Io ero troppo caro per essere venduto, cos credevano. Oppure stavo troppo bene all'Inter. No, Ibra rimane. Nessuno se lo pu permettere. Questa era la convinzione generale. 
Siediti! Tu non vai da nessuna parte gridavano, e io ci scherzai un po' su, ma in tutta sincerit neppure io sapevo cosa sarebbe successo. Sapevo solo che Mino stava lavorando per me, e che poteva succedere tutto oppure niente. 
Durante la tourne incontrammo il Chelsea in una partita amichevole, e in quell'occasione subii un tackle duro da parte di John Terry. Quando mi rialzai avevo un dolore alla mano, ma al momento lo ignorai. Chi se ne frega della mano?  con i piedi che si gioca mi dissi, e poi avevo altro a cui pensare. Il Bara era un chiodo fisso, continuavo a telefonare a Mino. Era come una febbre che avevo in corpo. Ma invece che buone notizie, ricevetti un'altra batosta.
Joan Laporta, il presidente del Barcellona, era veramente un pezzo grosso. Sotto di lui il club aveva ripreso a dominare in Europa, e avevo sentito dire che era volato a Milano su un aereo privato per cenare con Moratti e Marco Branca. Ovviamente avevo investito molte speranze su quell'incontro, ma non era successo niente. Laporta quasi non aveva neanche fatto in tempo a entrare che Moratti aveva detto: Se sei qui per Zlatan, hai fatto il viaggio inutilmente! Lui non  in vendita.
Diventai una furia quando lo venni a sapere. Ma come, avevano promesso! Telefonai a Branca: Che cosa sta combinando Moratti?. Lui si discolp. L'incontro non riguardava te disse. Era una bugia. Avevo saputo la verit tramite Mino e mi sentivo tradito. Ma ok, potevo capirlo, era tutto un gioco delle parti. O almeno poteva esserlo. Non in vendita poteva stare per costoso. Ma non avevo la pi pallida idea di cosa stesse veramente accadendo, e quei maledetti giornalisti mi chiedevano tutto il tempo: Come andr?, Sei pronto per il Bara?, Rimani all'Inter?. Io non avevo risposte da dare, mi trovavo in una nuova terra di nessuno e perfino Mino cominciava a sembrare pessimista: Il Bara ci prova, ma non riescono a liberarti! disse. 
Io ero sempre pi sulle spine, a Los Angeles faceva caldo e c'era confusione. In pi, succedevano cose che sembravano confermare che sarei rimasto: per esempio era stato deciso che la successiva stagione con l'Inter avrei vestito la maglia numero dieci, quella che aveva avuto Ronaldo appena arrivato nel club. Tutto era incerto e c'era molto nervosismo nell'aria.
Un giorno mi giunse voce che Joan Laporta e Txiki Begiristain, il direttore sportivo del Bara, fossero nuovamente saliti a bordo del loro aereo privato, anche se quel viaggio non aveva niente a che fare con me. I due dovevano andare in Ucraina per prendere Dmytro Chygrynskiy, uno dei giocatori chiave dello Shakhtar Donetsk che quell'anno aveva vinto a sorpresa la Coppa Uefa. Ma il viaggio assunse importanza anche per noi. Mino, si sa,  il re delle trattative. Conosce tutti i trucchi. Aveva appena avuto un incontro con Moratti e intravisto un'apertura, nonostante tutto. Perci telefon a Begiristain, che era sull'aereo con Laporta. Lui e Laporta stavano rientrando a Barcellona.
Dovreste atterrare a Milano, invece disse Mino.
Perch?
Perch so che Moratti  a casa sua in questo momento. E, se bussate, credo che potrete trovare un accordo su Ibrahimovic.
Ok, aspetta cinque minuti. Devo discuterne con Laporta.
Furono minuti lunghi, la posta era alta. Moratti non aveva promesso nulla, e non aveva idea che forse avrebbe ricevuto visite. Stava succedendo tutto di colpo. Begiristain richiam.
Ok disse. Cambiamo rotta e atterriamo a Milano.
Mino mi telefon subito. Inizi uno scambio pazzesco di chiamate e di sms. I telefoni erano roventi. 
Moratti fu informato, tipo: La dirigenza del Bara sta venendo da lei! e forse pens che fosse un po' precipitoso, che so, oppure che avrebbero potuto almeno fissare un appuntamento. Ma ovviamente li ricevette.  pur sempre un uomo che ha stile, non voleva mancare di rispetto. Quando seppi che l'incontro ci sarebbe stato non esitai: volevo fare anch'io tutto quello che potevo.
Mandai un sms a Marco Branca. Gli scrissi: So che i dirigenti del Bara stanno andando da Moratti. Mi avete promesso di parlarci, e sapete che voglio andare da loro. Se non mi complicate le cose adesso, io non lo far a voi. Aspettai a lungo una risposta che non venne. Di sicuro avevano le loro ragioni. Come si diceva,  un gioco delle parti. Ma avevo la netta sensazione che si iniziava a fare sul serio: o la trattativa si sbloccava, oppure le porte si chiudevano definitivamente. O l'una o l'altra, e i minuti passavano. Di che cosa stavano parlando l dentro? Non ne avevo idea.
Guardavo continuamente l'orologio e mi aspettavo che dovessero passare delle ore. Ma dopo venticinque minuti telefon Mino. Che succede? Moratti li ha messi subito alla porta un'altra volta? Il cuore acceler. Avevo la bocca secca.
S? dissi. 
 chiusa rispose lui.
Chiusa in che senso?
Vai a Barcellona. Prepara le valigie.
Non puoi scherzare su una cosa del genere!
Non sto scherzando.
Ma come ha fatto ad andare cos in fretta?
Adesso non ho tempo di parlare.
Misi gi, al tempo stesso capivo e non capivo. La testa mi ronzava. Ero in albergo. Che cosa potevo fare? Uscii in corridoio. Avevo bisogno di parlare con qualcuno, e l c'era Patrick Vieira: di lui mi potevo fidare.
Vado anch'io al Bara dissi.
Lui mi guard meravigliato.
Impossibile rispose.
S, giuro.
Per quanto?
Non lo sapevo. Non ne avevo idea e glielo lessi in faccia che era ancora dubbioso. Pensava ancora che fossi troppo costoso per muovermi, la solita storia, e fece venire i dubbi anche a me. Chiss se era proprio vero? Ma non molto dopo Mino chiam di nuovo, e allora tutti i frammenti del puzzle andarono a posto. 
Moratti aveva sorpreso tutti. Aveva posto solo una condizione, e non una qualsiasi. Voleva dare uno smacco al Milan e vendermi per una cifra superiore a quella che il Real aveva pagato per Kak, e non erano noccioline; sarebbe stato il secondo trasferimento pi costoso di tutti i tempi, ma Laporta chiaramente non aveva problemi. Lui e Moratti si erano messi subito d'accordo. Mi ci volle un attimo a mettere a fuoco la cosa, quando venni a sapere le cifre. I miei vecchi ottantacinque milioni di corone per il passaggio all'Ajax, cos'erano? Spiccioli, al confronto. Adesso si parlava di circa settecento milioni di corone svedesi. 
L'Inter avrebbe ricevuto quarantasei milioni di euro per me in contanti, e al tempo stesso ottenuto il cartellino di Samuel Eto'o, non certo un giocatore qualsiasi. Nell'ultima stagione aveva segnato trenta reti, era uno dei migliori marcatori della storia del Bara ed era valutato venti milioni di euro. Complessivamente all'Inter andavano quindi sessantasei milioni di euro, uno in pi di quanto aveva preso il Milan per Kak, e voi capite... Scoppi il finimondo quando la cosa divenne di dominio pubblico. Non avevo mai visto niente di simile.
C'erano quaranta gradi. Era come se l'aria friggesse. Tutti mi stavano addosso e avevo come la sensazione... non so, sinceramente. Pensare con lucidit era impossibile. Dovevamo giocare un'amichevole con una squadra messicana, e per la prima volta avevo quella famosa maglia numero dieci dell'Inter - e anche per l'ultima, a ben vedere. I miei anni al club erano finiti, cominciavo lentamente a realizzare. Quando ero arrivato, l'Inter non vinceva il campionato da diciassette anni: con me avevamo vinto tre anni di seguito, e io avevo anche portato a casa il titolo di capocannoniere. Era pazzesco. Guardai verso Mourinho, che finalmente, pochi mesi prima, avevo visto reagire a un gol, e naturalmente mi accorsi che era furibondo e dispiaciuto al tempo stesso. 
Non voleva perdermi. In quella partita amichevole mi lasci in panchina e anch'io sentii che, per quanto fossi felice di andare al Bara, mi dispiaceva lasciare Mourinho.  speciale, quell'uomo. L'anno dopo lasci anche lui l'Inter per passare al Real Madrid, e dopo la finale di Champions vinta, prima di allontanarsi in macchina dallo stadio, si ferm a salutare Materazzi. Materazzi  tipo il difensore pi duro del mondo, ma quando abbracci Mourinho scoppi a piangere, e io un po' lo capisco. Mourinho  un uomo che suscita sentimenti forti. Ricordo quando il giorno dopo ci incontrammo in albergo. Mi si avvicin.
Non puoi andartene! disse.
Sorry, ma devo cogliere questa occasione.
Ma se lasci tu, me ne vado anch'io.
Che cosa puoi rispondere a una cosa cos?
Grazie dissi. Tu mi hai insegnato molto.
Chiacchierammo un momento, fu bello. Ma quell'uomo... lui  come me.  orgoglioso, vuole vincere a qualsiasi prezzo, non pu farne a meno. Mi tir una frecciatina, anche.
Ehi, Ibra!
S?
Tu vai al Bara per vincere la Champions, vero?
S, un po' forse anche per quello.
Ma sai, saremo noi a portarcela a casa, non dimenticarlo. Saremo noi mi disse, e poi ci congedammo.
Volai a Copenaghen e da l raggiunsi Malm, e nella nostra casa in Limhamnsvgen rividi Helena e i bambini. Avevo una gran voglia di raccontare tutto quello che era successo e di rilassarmi un po', ma la casa era assediata. Giornalisti e tifosi dormivano fuori dai cancelli, suonavano alla porta, c'era gente che cantava e faceva casino fuori, sventolavano bandiere del Barcellona. Era pura follia e tutta la mia famiglia era stressata: mamma, pap, Sanela, Keki, nessuno osava pi uscire di casa, la gente tampinava anche loro. Io correvo di qua e di l e mi accorgevo che la mano mi faceva male, ma non ci pensavo granch.
I dettagli del mio contratto erano ancora da definire, Eto'o faceva storie e voleva avere pi soldi, Helena e io discutevamo su dove avremmo abitato, insomma, c'erano in ballo un po' di cose.
Dopo soli due giorni partii per Barcellona. A quel punto ero gi abituato agli aerei privati: pu sembrare una cosa snob, ma non  facile per me prendere voli di linea. Tutti mi stanno addosso. 
Si crea sempre un caos, sia in aeroporto sia a bordo. Ma quella volta presi un volo di linea. Avevo parlato al telefono con quelli del club e come sapete Barcellona e Real si fanno la guerra. Sono nemici alla morte, e c' sotto anche molta politica, la Catalogna contro il potere centrale, tutto questo genere di cose. Ma i due club hanno anche filosofie differenti. Al Bara abbiamo i piedi per terra, non siamo come il Real. Noi prendiamo voli normali mi avevano detto, e certo, suonava anche bene. Presi un volo della Spanair e atterrai alle cinque e un quarto del pomeriggio a Barcellona.
Se non avevo ancora capito la portata della cosa, in quel momento mi fu chiaro. C'era il caos. Centinaia di tifosi erano l ad aspettarmi e i giornali avevano scritto pagine e pagine sul mio arrivo. In citt si parlava di Ibramania. Era pazzesco. Non ero soltanto l'acquisto pi costoso nella storia del Bara: nessun nuovo giocatore aveva mai suscitato tanta attenzione. 
Sarei stato presentato quel giorno stesso al Camp Nou,  una tradizione del club. Quando arriv Ronaldinho, nel 2003, allo stadio c'erano trentamila persone, e altrettante per Thierry Henry. Ma quel giorno... ce n'erano almeno il doppio ad aspettare me, e io, sinceramente, rabbrividii.
Ma prima, appena arrivati allo stadio dall'aeroporto con un'auto blindata, dovevamo tenere la conferenza stampa. Diverse centinaia di giornalisti erano accalcati nella saletta. Era strapiena e c'era molta agitazione: Perch non arriva?. Noi eravamo gi l dietro, ma non potevamo entrare: Eto'o stava facendo storie con l'Inter fino all'ultimo e il Barcellona aspettava la conferma definitiva. Il tempo passava e le voci l dentro diventavano sempre pi eccitate e nervose. C'era aria di casini, si sentiva chiaramente. Io, Mino, Laporta e gli altri pezzi grossi eravamo seduti dietro le quinte, in attesa. Che cosa succede? Dovremo starcene qui in eterno?
Adesso basta fece Mino.
Ma dobbiamo avere conferma...
Ce ne fottiamo disse lui, gli altri lo seguirono e finalmente uscimmo. Non avevo mai visto cos tanti reporter: risposi alle loro domande, ma sentivo il casino che c'era fuori nello stadio. Era una follia collettiva, giuro. Dopo la conferenza andai a cambiarmi per indossare la divisa del Bara. Mi avevano dato la maglia numero nove, la stessa di Romrio e Ronaldo, cominciava a diventare davvero una cosa sentimentale. Lo stadio ribolliva. C'erano sessanta o settantamila persone l dentro. Io trattenni il fiato, e poi uscii. Non potr mai descriverlo.
Avevo in mano un pallone e raggiunsi il palco che era stato preparato. Tutto lo stadio urlava il mio nome, intanto l'addetto stampa correva in giro e mi suggeriva continuamente cosa dire: Di' Visca Bara, forza Bara!. Io feci come voleva e poi cominciai a fare un po' di numeri: palleggi, stop, colpi di tacco, tutto questo genere di cose. L'urlo del pubblico saliva ancora, ancora! Poi baciai il distintivo del club sulla maglia, e questo devo proprio raccontarlo. Mi tirai addosso un sacco di critiche e insulti. Come pu baciare il simbolo del nuovo club quando ha appena lasciato l'Inter? Se ne frega dei vecchi tifosi? Tutti gi a darmi addosso per quel gesto. Furono fatti anche sketch e stronzate del genere. Ma gli addetti stampa mi avevano pregato di farlo, si agitavano come pazzi: Bacia il simbolo, bacia il simbolo!, e io in quel momento ero come un ragazzino educato: obbedivo. Tutto il corpo vibrava, e ricordo che volevo solo tornare negli spogliatoi a calmarmi.
C'era troppa adrenalina, tremavo. Quando la presentazione si concluse guardai verso Mino, che non era mai stato lontano pi di dieci metri. In momenti del genere lui c' sempre. Insieme ci avviammo verso gli spogliatoi e passammo in rassegna tutti i nomi sulla parete: Messi, Xavi, Iniesta, Henry, Maxwell... tutti quanti, e poi il mio: Ibrahimovic. Era gi l. Io guardai nuovamente Mino, era emozionato e sfinito, come se avesse avuto un bambino. Nessuno di noi riusciva a capacitarsi di quello che stava accadendo, era qualcosa di pi grande di quanto avessimo mai potuto immaginare. In quel momento il mio cellulare vibr per l'arrivo di un messaggio. Chi poteva essere? Era Patrick Vieira. Enjoy scriveva. Goditela! Questa cosa non succede a molti giocatori. Puoi sentire tutti i commenti che vuoi da tutte le persone che vuoi, ma quando un ragazzo come Vieira ti manda un messaggio cos, allora sai per certo di aver vissuto qualcosa di incredibile, e io mi sedetti e ripresi fiato. 
Pi tardi dissi ai giornalisti: Sono la persona pi felice del mondo! e Questa  la cosa pi bella che mi  successa dopo la nascita dei miei figli, il genere di cose che altri sportivi sicuramente hanno gi detto prima in analoghe situazioni. Ma ero sincero. Tutto era grandioso, e dopo la presentazione andai all'Hotel Princesa Sofia, anch'esso assediato dai tifosi che consideravano come la cosa pi straordinaria del mondo anche solo vedermi bere il caff nella hall.
Quella notte faticai ad addormentarmi. Avevo ancora tanta adrenalina in corpo, e poi sentivo che la mano non era del tutto a posto. Ma non mi preoccupai pi di tanto neppure allora. C'erano cos tante altre cose che mi ronzavano in testa... non credevo sarebbero sorti problemi alla visita medica del giorno dopo. Quando arrivi in un nuovo club  abitudine che ti esaminino dalla testa ai piedi. Quanto pesi? Quanto sei alto? Che percentuale di grassi hai? Ti senti in perfetta salute?
Mi fa un po' male la mano dissi, cos mi fecero una radiografia.
Venne fuori che la mano era fratturata, fratturata! Era assurdo. Una delle cose pi importanti, quando arrivi in una nuova squadra,  partecipare al precampionato, per iniziare a conoscere i compagni e i meccanismi di gioco. Ma a quel punto appariva impossibile, ed eravamo costretti a prendere una decisione veloce. Ne parlai con l'allenatore, Guardiola. Mi sembr simpatico: si scus per non esserci stato ad accogliermi, era a Londra con la squadra, e proprio come tutti gli altri disse che dovevo tornare in perfetta forma il pi in fretta possibile. Non si potevano correre rischi e perci si decise che sarei stato immediatamente operato.
Un chirurgo della mano mi mise due chiodi d'acciaio per fissare la frattura e favorire una guarigione pi rapida. Il giorno stesso feci ritorno a Los Angeles con il Barcellona, anche loro avevano una tappa laggi come parte del precampionato. C'era qualcosa di assurdo, ero appena stato l con l'Inter! A distanza di poche settimane ci tornavo con il Barcellona e con una grossa ingessatura intorno alla mano, e dovevano passare almeno tre settimane prima che guarissi del tutto.
24
Dovevamo incontrare il Real Madrid in casa al Camp Nou. Era il novembre 2009. Ero stato di nuovo lontano dal campo per due settimane per un fastidio alla coscia, quindi avrei cominciato in panchina. Poche cose al mondo sono come El Clsico, la supersfida Barcellona-Real. La pressione  enorme e i giornali stampano supplementi di tipo sessanta pagine. La gente non parla d'altro. Sono le due pi grandi squadre, i due eterni nemici uno contro l'altro.
Nonostante la frattura alla mano e tutti i cambiamenti, avevo avuto un buon inizio di stagione, con cinque gol nelle mie prime cinque partite di campionato, ed ero stato acclamato da tutti.
In quel momento la Liga era il posto ideale dove giocare. Real e Bara avevano investito quasi due miliardi e mezzo per tre giocatori, Kak, Cristiano e me. Serie A e Premier League si erano impoverite, mentre la Liga era diventata il campionato di gran lunga pi interessante, e tutto sarebbe stato fantastico, ne ero convinto.
Gi nel precampionato, a Los Angeles, mentre correvo con gesso e chiodi nella mano, ero entrato nel gruppo. Non era facile per via della lingua,  chiaro, e stavo molto con i ragazzi che parlavano inglese, Thierry Henry e Maxwell. Ma funzionava bene con tutti. Messi, Xavi e Iniesta sono bravi ragazzi, semplici, fortissimi in campo ma molto tranquilli fuori, nessun: eccomi qui, sono il pi bravo e il pi bello, nessuna traccia di atteggiamenti del genere e nessuna passerella quando compaiono negli spogliatoi, non come molti giocatori in Italia che arrivano firmati dalla testa ai piedi. Messi e gli altri ragazzi arrivavano in tuta e mantenevano un basso profilo.
E poi c'era Guardiola, ovviamente. Veniva da me dopo ogni allenamento a chiacchierare, sembrava contento di avermi e davvero ansioso di inserirmi nella squadra. S,  vero, l'impostazione del club era speciale, me n'ero accorto immediatamente: sembrava una scuola, mi ricordava un po' l'Ajax, per alcune cose. Eppure era il Bara, la squadra pi forte del mondo! Mi ero aspettato atteggiamenti un po' pi grintosi, invece erano tutti silenziosi e gentili, come ho gi detto, ognuno al suo posto nel gruppo, e certe volte mi capitava di pensare: Questi ragazzi sono superstar. Eppure si comportano come scolaretti, e va bene essere educati, perch fare per forza i fighi? Ma a volte non potevo fare a meno di pensare: Come sarebbero stati trattati questi ragazzi in Italia? Sarebbero stati degli dei!.
E invece stavano l tutti in fila come scolaretti davanti a Pep Guardiola. Guardiola  catalano ed  un uomo del club: da giocatore aveva vinto la Liga cinque o sei volte con il Barcellona e ne era diventato capitano nel 1997. Quando arrivai allenava il Bara da due anni e aveva gi ottenuto grandi successi, meritava tutto il rispetto e sembrava sinceramente interessato a me. Ovviamente stava a me inserirmi, ma non era niente di nuovo: avevo gi cambiato squadra molte volte e conosco piuttosto bene queste cose, e non sono mai entrato in uno spogliatoio pretendendo subito di comandare. Io studio la situazione. Chi  forte? Chi debole? Come girano le voci e quali sono i gruppi?
Ma certamente ero consapevole delle mie qualit. Avevo visto nel concreto che cosa potevo portare a una squadra con la mia mentalit vincente, e di solito riuscivo comunque a prendere il mio posto abbastanza in fretta, e a scherzare parecchio. Non molto tempo fa, durante un allenamento con la Nazionale, tirai un calcio a Chippen per gioco, e quando il giorno dopo aprii il giornale non riuscivo a capire. L'episodio veniva trattato come un gesto di chiss che violenza, ma non avevano capito niente!  cos che viviamo: gioco e seriet mortale al tempo stesso. I calciatori sono ragazzi che si vedono tutti i giorni, e che fanno qualche cazzata per tenersi allegri. Tutto normale. Scherziamo. Ma al Bara diventai noioso. Ero troppo gentile, non osavo pi gridare, n strigliare gli altri in campo, come ho bisogno di fare.
Il fatto che i giornali scrivessero che ero un bad boy, un tipo difficile e questo e quest'altro certamente contribu al cambiamento. Mi misi in testa di dimostrare il contrario e di sicuro esagerai. Invece di essere me stesso, cercai di dimostrare di essere il perfetto bravo ragazzo, e fu un grosso errore. Non devi mai permettere che le chiacchiere dei media ti schiaccino.
Ma non era neppure quello il grosso problema. Il grosso problema era quella famosa frase: Qui abbiamo i piedi per terra. Siamo fabricantes. Qui lavoriamo. Siamo ragazzi normali!. Forse non era poi un concetto cos straordinario, ma in quelle parole c'era comunque qualcosa di strano. Cominciai a domandarmi: Perch Guardiola viene a dirlo proprio a me? Crede che io sia diverso? Che abbia bisogno di sentirmelo ripetere di continuo?. Non riuscivo a capire, almeno all'inizio, ma non era una bella sensazione. Certe volte mi pareva di essere tornato alle giovanili del Malm: avevo di nuovo un allenatore che mi vedeva come il ragazzo che veniva dal sobborgo sbagliato?
Eppure non avevo fatto niente! Non avevo preso a testate un compagno, non avevo rubato una bicicletta, niente. Non ero mai stato tanto buono, gentile e accomodante in tutta la mia vita. Ero il contrario di quello che scrivevano i giornali. Mi muovevo in punta di piedi e riflettevo tutto il tempo prima di fare le cose. Il vecchio Zlatan non c'era pi! Sparito! Finii nella mia stessa ombra.
Non mi era mai successo, e all'inizio mi dicevo: Tranquillo, si sistemer. Pensavo: Presto sar nuovamente me stesso. Torner tutto a posto, forse sono solo immaginazione e paranoie. Guardiola in realt non era affatto scostante, per niente, sembrava credere in me. Vedeva quanto segnavo e quant'ero importante per la squadra, ma in ogni caso... quella sensazione non voleva abbandonarmi.
In che modo mi vedeva diverso?
Qui abbiamo i piedi per terra.
Io ero quello che non li aveva, secondo Guardiola? Non capivo, e cercavo di dimenticarlo. Mi dicevo: Concentrati, invece!. Ma le vibrazioni non se ne andavano, e mi chiedevo sempre pi spesso: Devono essere tutti uguali, in questo club?.
Non era sano. Nessuno  uguale a un altro. Le persone a volte fingono di esserlo, si capisce. Guardiola aveva avuto successo e il club aveva gi vinto molto sotto la sua guida. Applausi, le vittorie sono vittorie. Ma credo che tutto questo abbia avuto un prezzo, cio che le grandi personalit venivano fatte scappare. Non  un caso che Guardiola abbia avuto problemi con tipi come Ronaldinho, Deco, Eto'o, Henry, e me. Noi non siamo ragazzi normali, noi abbiamo minacciato la sua autorit e allora lui ci ha mandati via,  semplice, e io odio queste cose. Noi siamo tutti diversi. Se non sei un ragazzo normale non sei nemmeno obbligato a diventarlo, alla lunga non ci guadagna nessuno. Se io ai tempi del Malm avessi cercato di diventare come i ragazzi svedesi della squadra, oggi non sarei qui. Ascolta/non ascoltare: ecco il fondamento del mio successo. 
Non ho detto che vale per tutti, ma di certo vale per me, e Guardiola non cap nulla, di questo. Credeva che sarebbe stato capace di plasmarmi. Nel suo Bara tutti dovevano essere come Xavi, Iniesta e Messi. Niente che non andasse in loro, assolutamente, semmai il contrario: era meraviglioso stare nella stessa squadra. I bravi giocatori mi stimolano sempre e guardavo a loro come ho sempre fatto con i grandi talenti: posso imparare qualcosa? Posso migliorare ancora?
Ma consideriamo il loro background. Xavi  arrivato al club quando aveva undici anni. Iniesta ne aveva dodici, Messi tredici. Sono stati formati dal club. Non conoscevano nient'altro e di sicuro per loro fu un bene trovarsi l. Era il loro mondo, ma non il mio. Io venivo da fuori, arrivavo con tutta la mia personalit per la quale non sembrava esserci posto, non nel piccolo mondo di Guardiola. Ma come dicevo, in novembre questa era soltanto una percezione. Fino a quel momento il problema era semplice: avrei giocato e sarei stato incisivo dopo la pausa?
La pressione era alta in vista del Clsico al Camp Nou. In quel periodo l'allenatore del Real era il cileno Manuel Pellegrini, e girava voce che se non avesse vinto sarebbe stato cacciato. Non si parlava soltanto di Kak, Cristiano, Messi e me ma anche di Pellegrini e Guardiola. Era tutta una serie di testa a testa. La citt ribolliva d'attesa, e io raggiunsi lo stadio con l'Audi del club ed entrai negli spogliatoi. Guardiola avrebbe iniziato con Thierry Henry punta, Messi sulla destra e Iniesta sulla sinistra. Fuori era gi buio, ovunque lampeggiavano i flash dei fotografi.
Inizi il match e si vide subito che il Real girava meglio, la squadra creava pi occasioni: al ventesimo minuto Kak part con straordinaria eleganza e velocit e diede un assist d'oro a Cristiano, completamente libero. Tiro a botta sicura e miracolo col piede di Victor Valdes. Solo un minuto pi tardi Higuain sfior nuovamente il gol. Noi eravamo troppo lenti e avevamo problemi a far circolare la palla. Nella squadra si andava diffondendo il nervosismo, mentre il pubblico di casa se la prendeva con Casillas, che ritardava tutte le rimesse in gioco. Ma il Real continuava a dominare e noi fummo fortunati a concludere il primo tempo sullo zero a zero. 
All'inizio del secondo tempo Guardiola mi chiese di riscaldarmi e fu una bella sensazione, lo devo ammettere. Il pubblico gridava il mio nome, voleva vedermi in campo e io applaudii di rimando per ringraziare. Al cinquantunesimo minuto entrai al posto di Henry e avevo una gran voglia di giocare. Non ero stato lontano per molto dal campo ma mi era sembrato un tempo lunghissimo, forse anche perch mi ero perso la partita contro la mia vecchia Inter nel girone di Champions. Ma finalmente ero tornato. Dopo pochi minuti Daniel Alves ricevette la palla sulla fascia destra: ha una lettura molto veloce del gioco e fu rapido. La difesa del Real non era messa benissimo e in simili occasioni non mi soffermo tanto a pensare, mi butto dentro e basta. Arriv la palla dalla destra, riuscii a liberarmi e sparai al volo di sinistro, bum, in rete, e lo stadio si svegli come un vulcano: fu come se qualcuno avesse all'improvviso alzato il volume al massimo, e io sentii quella botta in tutto il corpo. Niente poteva fermarmi adesso. Vincemmo la partita per uno a zero. Il vero vincitore ero io, e fui acclamato dappertutto. Nessuno in quel momento critic il fatto che fossi costato settecento milioni di corone. Ero in primo piano. Poi venne la pausa natalizia.
Ce ne andammo in vacanza ad re, come vi ho gi raccontato, e mi divertii sulla mia motoslitta. Ma quello fu anche il momento di rottura. Con il nuovo anno, ci che era stato pesante peggior ulteriormente, e io non ero pi me stesso. Questa era la sensazione. Ero diventato uno Zlatan diverso, pi insicuro, e ogni volta che Mino aveva degli incontri con la dirigenza del Bara gli domandavo: Cosa pensano di me?.
Che sei l'attaccante migliore del mondo!
Voglio dire in privato. Come persona.
Prima non me n'era mai fregato niente. Non mi interessava saperlo. Io volevo giocare bene, poi dicessero pure quello che volevano. Ma d'un tratto era diventato importante, a dimostrazione del fatto che non stavo bene. La mia autostima si stava incrinando, mi sentivo inibito. Quando segnavo quasi non esultavo. E non osavo cazziare nessuno, e neppure questo  un bene. Mi tenevo dentro tutto. Non si pu certo dire che io sia ipersensibile: sono un duro, ne ho passate tante. Ma ricevere giorno dopo giorno occhiate e commenti come se non fossi adatto oppure fossi diverso mi faceva male. Era come essere gettato indietro nel tempo, anche se a ferirmi adesso erano occhiate, commenti, silenzi, piccole cose di cui prima non mi ero mai curato. Io ero abituato ai toni duri. Ma avevo la sensazione di essere diventato la pecora nera della famiglia, l'intruso. E quanto non era morboso tutto ci?
Insomma, per una volta in vita mia che cercavo veramente di inserirmi venivo respinto, e come se non bastasse arriv quella faccenda con Messi. La ricorderete dal primo capitolo. Messi era la grande stella, in un certo senso la squadra era sua. Era timido e gentile, mi piaceva. Ma adesso ero arrivato io e avevo anche dominato sul campo, suscitando un clamore pazzesco.
Era un po' come se io mi fossi presentato a casa sua e stravaccato sul suo divano. Disse a Guardiola che non voleva pi giocare largo ma al centro: cos da quel momento io non ricevetti pi molti palloni e la situazione si ribalt rispetto all'autunno. Non ero pi io a fare i gol, era Messi, e cos ebbi quella conversazione con Guardiola. 
I dirigenti mi avevano spinto al confronto: Parla con lui. Risolvi la cosa!. Ma come and? And che fu l'inizio della guerra, del gelo totale. Lui smise di parlarmi. Smise anche di guardarmi. Diceva buongiorno a tutti gli altri e a me niente. Avrei detto volentieri: Che m'importa di uno che porta avanti questo genere di mobbing?. In condizioni diverse l'avrei sicuramente fatto. Ma allora non ero abbastanza forte.
La situazione mi aveva abbattuto, e non era facile. Avere un capo che ti ignora di proposito  una sensazione che alla fine ti si insinua sotto la pelle, e adesso non ero pi solo io a notare la cosa. Tutti gli altri vedevano, e si domandavano: Che succede? Di cosa si tratta?. E mi dicevano: Devi parlare con lui. Questa situazione  insostenibile.
Ma avevo parlato abbastanza con quell'uomo. Non avevo intenzione di strisciare e stringevo i denti: ricominciai a giocare bene, nonostante la mia posizione in campo e l'atmosfera nello spogliatoio. Segnai cinque, sei reti a ripetizione, ma Guardiola rimaneva sempre gelido e adesso capisco che non c'era nulla di strano.
Non si era mai trattato del mio modo di giocare, in realt, ma del mio carattere, e giorno e notte mi ronzavano dentro pensieri del tipo:  per qualcosa che ho detto o che ho fatto? Sono sgradevole fisicamente? Ripassavo mentalmente tutto quanto, ogni incontro o avvenimento, senza trovare nulla. Insistevo a farmi domande - sar stato questo, o questo, o quest'altro? - per cui no, non reagivo solamente con rabbia. Ma la guerra psicologica di quell'individuo continuava e non era solo fastidiosa, era poco professionale. Tutta la squadra ne soffriva e la dirigenza si innervosiva sempre di pi: Guardiola stava sabotando il pi grosso investimento del club.
Intanto in Champions ci aspettavano partite importanti. Dovevamo incontrare l'Arsenal all'Emirates Stadium in trasferta e Guardiola di sicuro avrebbe voluto escludermi del tutto, ma probabilmente non voleva spingersi troppo in l: cos partii titolare con Messi. Ma ricevetti qualche direttiva? Niente! Non rimaneva che arrangiarsi per conto proprio. Come succedeva sempre in Inghilterra, avevo pubblico e giornalisti contro, e alla vigilia si faceva un gran parlare: Quello non fa mai gol contro squadre inglesi eccetera eccetera. Alla vigilia dell'incontro tenni una conferenza stampa e, nonostante tutto, cercai di essere me stesso. Aspettate e vedrete dissi pi o meno. Ne riparliamo dopo la partita.
In campo l'inizio fu duro, ma il ritmo indiavolato fece sparire Guardiola dai miei pensieri. Era un'atmosfera magica, semplicemente: credo di non aver mai giocato una partita altrettanto bella.  vero, sprecai delle occasioni tirando sul portiere o fuori, e arrivammo alla fine del primo tempo sullo zero a zero. Di sicuro Guardiola mi far uscire pensai. Invece mi lasci giocare, e il secondo tempo era iniziato da pochissimo quando ricevetti una palla lunga da Piqu e scattai in profondit: avevo un difensore addosso, arrivai davanti al portiere indeciso se uscire definitivamente dalla porta o no e lo superai con un pallonetto. Uno a zero. Solo dieci minuti dopo, o gi di l, ricevetti un bel passaggio da Xavi e partii nuovamente da solo. Stavolta niente pallonetto, tirai una cannonata d'esterno destro e fu il due a zero per noi. La partita sembrava decisa. Ero stato fantastico. Ma che cosa fece Guardiola? Applaud? No, mi sostitu. Davvero una gran mossa! Da quel momento in poi la squadra si afflosci e l'Arsenal riusc persino a raggiungere il due a due negli ultimi minuti. 
Durante la partita non mi ero accorto di niente, ma dopo avevo un male al polpaccio che peggior rapidamente. Era davvero una sfiga enorme, ora che avevo ritrovato la forma. Cos avrei dovuto rinunciare sia alla partita di ritorno contro l'Arsenal in casa sia al Clsico di primavera. Da Guardiola non ebbi nessun incoraggiamento, ma altra guerra psicologica. Se entravo in una stanza, lui usciva. Non voleva nemmeno trovarsi nelle mie vicinanze, e adesso, quando ci penso, mi sembra veramente una stronzata. Nessuno capiva che cosa stesse succedendo: n la dirigenza, n i giocatori, nessuno. Certo che quell'uomo  strano. Come dicevo, non voglio togliergli i suoi meriti o dire che non  bravo come allenatore sotto altri aspetti. Ma deve avere dei seri problemi con alcune cose. Sembra incapace di gestire ragazzi come me. Forse molto semplicemente ha paura di perdere la sua autorit. Ci sta. Ci sono capi che certamente possiedono molte qualit, ma che non riescono a gestire le personalit forti e non vedono altra via d'uscita che congelarle. Leader conigli, in altre parole!
Comunque sia, lui non mi chiedeva mai del mio infortunio. Probabilmente non osava. Anzi, no, una volta me ne parl, in vista della semifinale d'andata di Champions contro l'Inter. Quella volta lui era ancora pi strano, e poi and tutto a puttane, come sapete. Mourinho aveva ragione: non fummo noi a vincere la Champions ma l'Inter, e dopo l'eliminazione Guardiola mi tratt come se fosse tutta colpa mia. Nell'aria cominci a vibrare l'esplosione.
In un certo senso era orribile la sensazione che tutto quello che mi ero tenuto dentro a breve sarebbe uscito, e io ero felice di avere un compagno come Thierry Henry. Lui mi capiva, e ci scherzavamo su, come ho gi raccontato. Mi aiutava ad allentare la tensione, e un po' cominciai a fregarmene di tutta la faccenda. Che altro potevo fare? Per la prima volta il calcio non mi sembrava pi tanto importante. Mi concentrai invece su Maxi, Vincent ed Helena, passai pi tempo con loro in quel periodo. Di questa cosa sono grato. I figli sono tutto, questa  la verit. Ma in ogni caso, la tensione non potevo scuotermela di dosso e quella famosa esplosione che avevo covato finalmente arriv. Negli spogliatoi dopo il match contro il Villarreal urlai a Guardiola tutto quello che mi rodeva dentro. Gli gridai in faccia quella cosa sulle sue palle e sul fatto che se la faceva addosso di fronte a Mourinho, e potete immaginare. 
Fu la guerra. Da una parte lui, il vigliacco meditabondo che non osava incrociare il mio sguardo e nemmeno dire buongiorno; dall'altra io che avevo mandato gi tutto, ma che ora ero esploso diventando di nuovo me stesso. Non era uno scherzo. In un'altra situazione e con una persona diversa non ci sarebbe stato nessun problema. Le esplosioni di rabbia non sono un grosso problema per me, n averle n subirle. Ci sono cresciuto in mezzo, per me sono pura routine, e spesso sono state perfino utili. Sono sfoghi che ripuliscono l'aria, con Vieira, per esempio, siamo diventati amici dopo una lite furiosa. Ma con Pep... fu subito chiaro.
Lui non riusciva a gestire la situazione, mi evitava del tutto. Spesso la notte restavo sveglio a pensare: Quale sar il prossimo passo? E che cosa devo fare?. Una cosa ormai era certa. La situazione era la stessa delle giovanili del Malm: ero il diverso. Perci dovevo diventare ancora pi importante come giocatore, cos forte che nemmeno Guardiola avrebbe osato mettermi in panchina. Di certo non avevo nessuna intenzione di cambiare come persona. Al diavolo tutti i suoi: Noi qui siamo cos e cos, qui siamo ragazzi normali.... Mi rendevo sempre pi conto di quanto fosse immaturo. Un vero allenatore sa gestire personalit differenti, dovrebbe far parte del suo lavoro. In una squadra ci sono diversi tipi di ragazzi,  utile che sia cos. Alcuni sono pi duri, altri sono come Maxwell o come Messi e il suo gruppetto.
Ma Guardiola non ne fu capace, e capii che si sarebbe vendicato. Era nell'aria, e chiaramente non gli importava se al club sarebbe costato centinaia di milioni. Dovevamo giocare l'ultima di campionato e lui mi mise in panchina. Me lo aspettavo. Ma pochi giorni dopo, improvvisamente, volle parlare con me. Una mattina mi convoc nel suo ufficio allo stadio, dov'erano appese maglie e fotografie dei tempi in cui giocava e questo genere di cose. L'atmosfera era glaciale. Era dal mio scatto d'ira che non ci parlavamo. Ma lui era anche nervoso, aveva lo sguardo irrequieto.
Quell'uomo manca di autorit naturale, non ha nessun vero carisma. Se uno non sapesse che  l'allenatore di una squadra importante, non si accorgerebbe di lui entrando in una stanza, e adesso era l che si contorceva. Di sicuro aspettava che fossi io a dire qualcosa, ma io non dicevo niente. Aspettavo.
S, dunque attacc.
Non mi guardava negli occhi.
Per la prossima stagione non so cosa voglio fare di te.
Ok.
Sta a te e Mino decidere quel che sar. Voglio dire, tu sei Ibrahimovic. Non sei uno che gioca una partita s e due no, giusto?
Voleva che rispondessi, chiaro. Ma io non sono scemo e so molto bene che quello che parla di pi, in situazioni del genere, perde. Perci tacevo. Non battevo ciglio. Stavo seduto immobile. Ovviamente capivo che stava cercando di dirmi qualcosa, ma non era chiaro cosa. Sembrava che volesse liberarsi di me, e non era proprio come dirlo, io ero il pi grande investimento della storia del club. Eppure me ne stavo l zitto. Non facevo niente. Allora lui si ripet: Non so che cosa voglio fare di te. Tu che cosa ne dici? Qual  il tuo commento?.
Non avevo nessun commento.
 tutto? risposi soltanto.
S.
Allora grazie dissi, e me ne andai.
Immagino di essere sembrato duro, e figo. Questo almeno era ci che speravo. Ma dentro ribollivo, e appena uscito di l telefonai a Mino.
25
Certe volte forse ci vado gi un po' duro. Non so.  una cosa che ho sempre fatto. Mio padre andava fuori di testa quando beveva, e tutti in famiglia avevano paura, sparivano. Ma io lo affrontavo, da uomo a uomo, e gli urlavo in faccia. Gridavo cose come: Devi smettere di bere!. E lui si infuriava: Porca miseria, questa  casa mia. Io faccio quello che voglio. Ti sbatter fuori!. Poteva scoppiare un casino pazzesco, tutto l'appartamento rimbombava delle nostre urla. Ma non alzavamo mai le mani. Lui aveva un cuore grande, sarebbe stato capace di morire per me. Ma questo non vuol dire che non fossi pronto alla rissa. Mi buttavo. Raccoglievo la sfida, e non lo dico per vantarmi, tipo che io ero il duro della famiglia. Dico solo la verit, e la verit  che mi facevo avanti. Non scappavo, e non succedeva soltanto con pap, ma dappertutto. Per tutta l'infanzia e l'adolescenza ho incontrato tipi che si accendevano come micce: mamma, le mie sorelle, i ragazzi nei campetti, e da allora ce l'ho dentro di me, quel tratto: Be', che succede? Qualcuno cerca guai?. Il corpo  sempre pronto alla rissa.
Fu quella la strada che scelsi. Ognuno aveva un ruolo, in famiglia. Da Sanela, per esempio, si andava per le questioni sentimentali. Io ero quello che combatteva. Se qualcuno rompeva le palle, io rispondevo facendo altrettanto. Era il mio modo di sopravvivere, e imparai a non girare intorno alle cose, perch senn la gente non ci capiva nulla. Io dicevo le cose senza mezzi termini, non c'era nessun: Tu sei fantastico, meraviglioso, per..., piuttosto un diretto: Tu devi darti una regolata. Poi ne accettavo le conseguenze. Cos era. Cos ero cresciuto, e ovvio, quando arrivai a Barcellona ero gi molto cambiato. Avevo incontrato Helena e avuto dei figli e mi ero calmato, perci magari dicevo: Potresti essere cos gentile da passami il burro?. Ma dentro di me c'era ancora molto del vecchio Zlatan. Dopo il colloquio nell'ufficio di Guardiola strinsi i pugni e mi preparai a lottare per la mia causa. Era l'inizio estate del 2010. Ci sarebbero stati i Mondiali in Sudafrica, e al Bara Joan Laporta lasci il suo incarico.
Si doveva scegliere un nuovo presidente del club, e sono cose che creano sempre turbolenza e insicurezza fra i tifosi. Fu scelto un tale che si chiamava Sandro Rosell, che era stato vicepresidente fino al 2005 e amico di Laporta. Ma poi era successo qualcosa e si diceva che fossero diventati nemici. Perci  ovvio, nell'ambiente c'era preoccupazione: Rosell avrebbe fatto piazza pulita del gruppo di Laporta? Nessuno sapeva dirlo. Il direttore sportivo, Txiki Begiristain, se ne and prima che Rosell lo cacciasse, e io naturalmente mi domandavo: Che peso pu avere tutto questo sulla mia vicenda?.
Era stato Laporta ad acquistarmi per cifre record e non era cos assurdo pensare che Rosell volesse colpirlo dimostrando che era stato un investimento stupido. Molti giornali scrissero persino che il primo compito di Rosell era vendermi, e i giornalisti non avevano la pi pallida idea di che cosa fosse successo fra me e Guardiola e... be', in un certo senso non l'avevo neppure io. Ma avevano intuito che qualcosa non andava, e non c'era neppure bisogno di essere esperti di calcio per capirlo. Ero poco reattivo e in campo non reagivo come al solito, Guardiola mi aveva sabotato. Ricordo che Mino telefon al nuovo presidente e gli rifer ci che aveva detto Guardiola in quel famoso incontro.
Che cosa intendeva? domand. Vuole mandare via Zlatan?
No, no, rispose Rosell. Guardiola crede in lui.
E allora perch parla a quel modo?
Rosell non seppe rispondere. Era nuovo e nessuno intorno a lui sembrava saperlo. La situazione era incerta. 
Dopo la vittoria in campionato arrivarono le vacanze, ed era da tanto che non ne avevo cos bisogno, sentivo la necessit di allontanarmi da Barcellona. Io ed Helena facemmo un viaggio negli Usa, e nel frattempo erano in corso i Mondiali. Quasi non li guardai. Ero troppo deluso. Non eravamo riusciti a qualificarci, e poi francamente non mi andava di pensare al calcio in generale e a tutto il casino del Bara in particolare. Ma alla lunga naturalmente non funzion. Il momento del ritorno arriv, e, per quanto volessi allontanarle, tutte le questioni ritornarono a galla. Che cosa succeder? Che cosa far? Era un pensiero costante. Lo capivo che c'era una soluzione ovvia, cercare di andare via, ma non volevo abbandonare il mio sogno cos presto. Mai e poi mai. Decisi di lavorare sodo agli allenamenti e diventare ancora pi forte.
Nessuno avrebbe potuto abbattermi, mi sarei preso una nuova rivincita. Ma che cosa credete che successe? Non feci in tempo a dimostrare nulla. Non mi ero nemmeno infilato le scarpette il primo giorno che Guardiola mi chiam nuovamente. Era il 19 luglio, mi pare, i big non erano ancora rientrati dai Mondiali. Intorno a noi era tutto molto tranquillo, e Pep cerc di farle sembrare due chiacchiere cos. Ma era evidente che aveva uno scopo. Era nervoso e a disagio, come sempre, ma fece un po' il gentile all'inizio, per preparare il terreno.
Come sono andate le vacanze?
Bene, bene!
E come ti senti in vista della nuova stagione?
Bene anche l. Sono carico. Dar il massimo.
Senti...
S?
Devi prepararti a stare in panchina disse. Era il primo giorno della stagione. Non era ancora cominciato il precampionato. Guardiola non mi aveva visto giocare nemmeno un minuto. Le sue parole non si potevano interpretare che come un attacco personale.
Ok risposi soltanto. Capisco.
E come saprai abbiamo preso David Villa dal Valencia.
David Villa era in ascesa, su questo non c'era dubbio. Era stato una delle stelle della Spagna ai Mondiali, ma in ogni caso era un attaccante che partiva largo, io giocavo al centro. Non aveva niente a che fare con il mio ruolo in campo.
E tu cosa ne dici? continu.
Niente pensai all'inizio, se non congratulazioni', tipo. Ma poi mi dissi: Perch non mettere alla prova Guardiola? Perch non verificare se c'era dietro una motivazione tecnica, oppure se non si trattava soltanto di farmi fuori?.
Che cosa ne dico io? attaccai.
S.
Ecco, che lavorer ancora pi duro. Che sputer sangue per avere un posto in squadra. Ti convincer che sono bravo abbastanza. Onestamente, per, credevo poco di poterci riuscire.
Non mi era mai capitato di leccare il culo in quel modo a un allenatore. La mia filosofia  sempre stata quella di lasciar parlare il campo.  ridicolo andare in giro a sbandierare che ce la metterai tutta. Ti pagano, per mettercela tutta. Ma l volevo sentire che cosa avrebbe risposto. Se avesse detto: Ok, vedremo se sarai all'altezza allora avrebbe avuto un senso. Invece lui si limit a guardarmi.
Lo so. Ma come andremo avanti? mi chiese.
Esattamente cos continuai. Io ce la metter tutta, e se tu giudicherai che vado bene, giocher nella posizione che deciderai tu, dietro o davanti o largo. Ovunque vorrai. Sei tu a decidere.
Lo so. Ma come andremo avanti?
Ripeteva tutto il tempo la stessa frase, e non c'era una volta che parlasse chiaro. Proprio non gli riesce. Eppure non ce n'era bisogno, era tutto chiarissimo! Non si trattava di dimostrarsi all'altezza oppure no: quella era una faccenda personale. E invece di dirmi in faccia che non riusciva a gestirmi cercava di mascherare la cosa dietro quell'unica frase sibillina.
Come andremo avanti?
Far come tutti gli altri, giocher per Messi dissi.
Lo so. Ma come andremo avanti?
Era ridicolo, e immagino che volesse che alla fine dessi di matto urlando: Questo non l'accetto, lascio il club!. Allora avrebbe potuto dire tranquillamente:  stato Zlatan stesso a volersene andare, non  una mia decisione. Solo che io sar forse un selvaggio, uno che cerca lo scontro troppo spesso, ma so anche quando devo controllarmi: non avevo niente da guadagnare a dichiararmi in vendita, per cui lo ringraziai con tutta calma per la conversazione e me ne andai.
Ovviamente ero incazzato nero. Ribollivo di rabbia. Ma l'incontro era stato comunque proficuo. A quel punto era chiara la gravit della situazione, Guardiola non mi avrebbe fatto giocare neppure se avessi imparato a volare, e la vera domanda diventava: sarei riuscito a sopportarlo, ad andare giorno dopo giorno all'allenamento e trovarmi davanti quel tipo? Ne dubitavo. Forse dovevo cambiare tattica. Ci pensavo. Ci pensavo tutto il tempo.
Partimmo alla volta di Corea del Sud e Cina per una tourne precampionato, e l potei giocare qualche partita. Non significava nulla, Messi e soci non erano ancora rientrati dai Mondiali. Io ero ancora la pecora nera e Guardiola si teneva a distanza. Se voleva qualcosa, mi mandava qualcun altro, e intanto i media erano come impazziti, era tutta l'estate che andavano avanti con i loro: Quale sar il destino di Zlatan?, Verr venduto?, Rimarr?. Mi stavano addosso senza tregua, e lo stesso era per Guardiola. Riceveva continuamente domande al proposito, e come credete che rispondesse? In modo schietto, tipo: Zlatan non mi piace e quindi voglio mandarlo via? No, figuriamoci. Era a disagio e tirava fuori le sue robe insulse.
Zlatan decide da s il suo futuro.
Che stronzate! Cominciavo a ticchettare come una bomba: mi sentivo preso di mira e infuriato e volevo davvero esplodere. Ma, come dire, mi si mise anche in moto qualcosa dentro, capii che la faccenda era entrata in una nuova fase. Non si trattava pi solo di guerra, cominciava la lotta sul mercato dei trasferimenti e quello  un gioco che mi piace, lo sapete, e al mio fianco avevo il migliore: Mino. Ne discutemmo a lungo e alla fine decidemmo di giocare duro e d'astuzia: Guardiola non si meritava nient'altro.
In Corea del Sud ebbi un incontro con Josep Maria Bartomeu, il nuovo vicepresidente del club. Facemmo una chiacchierata in albergo, e almeno lui fu chiaro: Zlatan, se hai delle offerte ti conviene valutarle disse.
Io non vado da nessuna parte risposi. Sono un giocatore del Barcellona. Io rimango al Bara.
Lui assunse un'aria stupita.
Ma come la risolviamo questa cosa?
Un'idea ce l'avrei risposi.
Davvero?
Potete telefonare al Real Madrid.
E perch dovremmo?
Perch se davvero devo lasciare il Bara, voglio andare al Real. Potete fare in modo che venga venduto a loro.
Josep Maria Bartomeu si spavent. 
Stai scherzando?
Niente affatto.
No?
Abbiamo un problema continuai. Abbiamo un allenatore che non  abbastanza uomo per dire che qui non mi vuole. Io voglio restare. Ma se lui vuole vendermi, che lo dica, chiaro e tondo. E l'unico club dove voglio andare  il Real, tanto perch lo sappiate.
Lasciai la stanza. Si era veramente messo in moto tutto. Real, avevo detto. Ma ovviamente era solo una mossa, una provocazione. In realt avevamo in ballo il Manchester City e il Milan, e certo, ero a conoscenza di tutte le cose incredibili che erano successe al City, di tutti i soldi che sembravano esserci da quando erano subentrati gli sceicchi. Il City poteva sicuramente diventare un grande club nel giro di poche stagioni. Ma io stavo per compiere ventinove anni, non avevo tempo per piani a lungo termine, e i soldi non sono mai stati la cosa pi importante. Volevo andare in una squadra che potesse diventare forte subito, e nessun club in Europa aveva la tradizione del Milan.
Puntiamo sul Milan dissi.
Quando ci penso adesso, a posteriori,  abbastanza incredibile. A partire dal giorno in cui Guardiola mi aveva convocato e detto che avrei dovuto stare in panchina mettemmo in campo un gioco durissimo, e ovviamente ce ne accorgemmo subito: stavamo mettendo sotto scacco sia Guardiola sia la dirigenza. Secondo i nostri piani sarebbero stati sottoposti a una pressione psicologica tale da essere costretti a mollarmi per poco, e questo avrebbe creato anche i presupposti per un buon ingaggio altrove. Ci fu un incontro con Sandro Rosell, il nuovo presidente, e notammo subito che aveva le mani legate.
Non aveva nemmeno afferrato dove stesse il problema fra me e Guardiola. Aveva capito soltanto che la situazione era insostenibile, e che era costretto a vendermi a qualsiasi prezzo se non voleva mettere alla porta l'allenatore - cosa che naturalmente non poteva fare, non dopo tutti i successi che aveva ottenuto il club. Rosell non aveva scelta. Che mi amasse o mi odiasse, doveva liberarsi di me.
Mi dispiace per questa cosa disse, ma la situazione  quella che . C' qualche club in particolare dove vorresti andare?
Mino e io eravamo preparati a quella domanda.
In effetti s dissi, uno ci sarebbe.
Bene, molto bene si illumin. E quale sarebbe?
Il Real Madrid dissi io.
Sandro Rosell impallid. Cedere una stella del Bara al Real era alto tradimento...
Impossibile rispose. Qualsiasi squadra, ma non il Real.
In quel momento, sia io sia Mino lo pensammo: adesso dettavamo noi il gioco. Io continuai tutto tranquillo: Tu hai chiesto e io ho risposto, e te lo ripeto volentieri: il Real Madrid  l'unico club che riesco a immaginarmi. Mourinho mi piace, si sa. Ma in questo caso dovete essere voi a telefonare e a parlare con loro.  ok?.
Non era ok. Niente al mondo poteva essere meno ok, e noi ovviamente lo sapevamo, mentre Rosell cominci ad andare nel panico. Il Barcellona mi aveva preso per settantasei milioni di euro. Ora gli facevano pressione perch riportasse a casa quei soldi, ma se mi avesse venduto al Real, che era diventato il nuovo club di Mourinho, i tifosi l'avrebbero pi o meno fucilato. Non si pu dire che si trovasse in una situazione facile: non poteva tenermi per via dell'allenatore e non poteva vendermi al nemico mortale. Aveva perso l'iniziativa, e noi continuammo a martellare pesante.
Ma pensa a come potrebbe andare via liscia. Mourinho stesso ha dichiarato di volermi!
Di questo non sapevamo nulla, bluffavamo.
No disse lui.
Che peccato. Davvero! Il Real  proprio l'unico club che potremmo prendere in considerazione.
Uscimmo con il sorriso sulle labbra. Real, Real avevamo detto. Ma avevamo il Milan in ballo, e lavoravamo per loro. Se Rosell era disperato non era una buona cosa per il Bara, ma lo era per il Milan. Pi Rosell era costretto a vendere, pi sarebbe stato economico acquistarmi, e questo tornava a nostro vantaggio. Era un gioco che si svolgeva su piani diversi, uno alla luce e uno dietro le quinte, ma intanto era cominciato il countdown. 
Il mercato si chiudeva il 31 agosto, e il 25 avremmo giocato un'amichevole proprio contro il Milan al Camp Nou. Non c'era ancora niente di definito, ma la notizia della trattativa era comunque uscita sui giornali. Se ne parlava dappertutto, e Galliani, il vicepresidente del Milan, dichiar solennemente che non sarebbe ripartito da Barcellona senza di me.
Nello stadio c'erano striscioni tipo: Ibra, rimani! e gli occhi di tutti erano puntati su di me, ovvio. Ma quello fu soprattutto il match di Ronaldinho, che a Barcellona  un idolo. Era passato al Milan, ma era stato un simbolo del Bara e all'epoca era stato eletto miglior giocatore del mondo per due anni di fila. Prima della partita avrebbero fatto vedere sul grande schermo dello stadio un filmato con le sue giocate pi belle, e poi avrebbe fatto un giro d'onore. Ma lui , come dire... lui fa quello che vuole.
Eravamo seduti negli spogliatoi aspettando di entrare in campo. Era una sensazione strana. Fuori si sentiva il frastuono del pubblico, Guardiola ovviamente non mi guardava e io non potevo fare a meno di chiedermi: Sar questa la mia ultima partita con la squadra? E cosa succeder poi?. Non ne avevo la pi pallida idea. A un certo punto tutti trasalirono: Ronaldinho aveva infilato la testa nello spogliatoio.
Ibra grid, e sogghign.
S? risposi.
Hai fatto le valigie? Sono venuto per portarti con me a Milano! continu, e allora tutti scoppiarono a ridere; diavolo d'un Ronaldinho, infilarsi da noi a quel modo! Tutti guardarono me. Ovviamente avevano intuito cosa stava succedendo, ma nessuno l'aveva ancora sentito dire cos apertamente.
In partita avrei giocato titolare, ma il match in realt non aveva nessuna importanza, e subito prima del calcio d'inizio io e Ronaldinho continuammo a scherzarci su: Ma sei pazzo a venire a dire quella cosa? tipo. Le immagini di noi due che ridiamo in campo fecero poi il giro del mondo. Ma il peggio successe nel tunnel dei giocatori, mentre uscivamo per il secondo tempo. Allora tutti i big del Milan, Pirlo, Gattuso, Nesta e Ambrosini, mi gridarono: Devi venire, Ibra! Abbiamo bisogno di te!.
Il Milan non aveva avuto grandi soddisfazioni ultimamente. Da anni l'Inter dominava il campionato italiano, e al Milan tutti sognavano di iniziare presto un nuovo ciclo vincente. Adesso so che molti dei giocatori, Gattuso in testa, avevano fatto pressione sulla dirigenza: Prendete Ibra! In squadra abbiamo bisogno di uno con la sua mentalit vincente!.
Ma non era cos semplice. Il Milan non aveva pi il budget di un tempo e, per quanto Sandro Rosell potesse essere disperato, cerc fino all'ultimo di ricavare il pi possibile da me. Voleva cinquanta, poi quaranta milioni di euro. Ma Mino continu con il suo abile gioco.
Non otterrete niente. Ibra andr al Real. Noi il Milan non lo vogliamo.
Trenta, allora?
Pi passava il tempo, pi Rosell abbassava il prezzo. La situazione si metteva sempre meglio e Galliani venne a trovarmi a casa, in collina. Galliani  veramente un peso massimo e a trattare  un demonio: avevo avuto a che fare con lui gi in passato, quando stavo per lasciare la Juventus, e quella volta aveva detto: Io ti offro questo, se no niente!. Allora la Juventus era in crisi e lui era in posizione di vantaggio; adesso invece la situazione era opposta, era lui a essere incalzato: non poteva tornare a casa senza di me, non dopo le promesse che aveva fatto e le pressioni dei giocatori e dei tifosi milanisti. Inoltre l'avevamo aiutato, avevamo fatto in modo di abbassare il prezzo del cartellino, avrebbe potuto prendermi praticamente in saldo.
Queste sono le mie condizioni dissi. Sono queste, o niente, e vidi lui che rifletteva e sudava.
Non erano pretese eccessive. 
Ok disse.
Ok.
Ci stringemmo la mano e poi continuarono le trattative con il Bara. Era una cosa fra i club e io non me ne curai, ma fu un dramma e ci furono diversi fattori che ebbero il loro peso: per prima cosa il tempo, che stringeva sempre pi. Poi la preoccupazione del Barcellona, infine l'incapacit dell'allenatore a gestirmi. Tutte queste cose tornavano a vantaggio di Galliani. Ogni ora che passava Sandro Rosell diventava sempre pi nervoso, e il mio prezzo continuava a scendere. 
Alla fine fui venduto per venti milioni di euro. Venti milioni! Grazie a una sola persona, il mio prezzo era sceso di cinquanta milioni. A causa dei problemi di Guardiola il club era stato costretto a fare il peggior affare di tutti i tempi, era pazzesco, e tutto questo lo dissi anche a Rosell. Non che ce ne fosse proprio bisogno, lui lo sapeva benissimo. Di sicuro era rimasto sveglio qualche notte a maledire quel casino. Avevo fatto ventidue reti e quindici assist durante la mia prima stagione al Barcellona, eppure il mio valore era calato di circa il settanta per cento. Di chi era la colpa? Sandro Rosell lo sapeva molto bene, e ricordo che stavamo l tutti quanti, lui, Mino, io, Galliani, il mio avvocato e Josep Maria Bartomeu nell'ufficio del presidente al Camp Nou. Davanti a noi c'era il contratto. Rimaneva solo da firmarlo, e poi grazie e arrivederci.
Voglio che sappiate... attacc Rosell.
S.
Che sto facendo l'affare peggiore della mia vita continu. Ti sto svendendo, Ibra!
Vedi quanto pu costare una cattiva gestione?
So che questa cosa non  stata gestita bene ammise, e firm.
Poi venne il mio turno. Ero l con quella penna in mano, tutti mi guardavano e io sentii che era il momento di dire qualcosa. O meglio, forse avrei dovuto starmene zitto, ma volevo sottolineare alcuni punti a livello personale. 
Ho un messaggio per Guardiola cominciai, e allora tutti si fecero nervosi. Che cosa salter fuori adesso? Non ce ne sono stati abbastanza, di casini? Non potrebbe semplicemente firmare?
 proprio necessario?
Voglio che riferiate questo a Guardiola.
Che cosa?
Ecco. Voglio che gli diciate... cominciai, e poi dissi esattamente cosa volevo che gli riferissero.
Poi firmai, e sicuramente qualcuno pens: Poteva risparmiarsela!, Perch tirare fuori questa cosa proprio adesso?, Ma credetemi, ne avevo bisogno. Qualcosa mi era scattato dentro in quel momento. Mi era tornata la motivazione: il solo pensiero di potermi prendere la rivincita mi dava la carica, ecco la verit.
Quando misi la mia firma sul contratto e dissi quelle cose, tornai a essere me stesso. Mi svegliai come da un brutto sogno e, per la prima volta da molto tempo, sentii un gran desiderio di giocare a calcio. Tutti quei pensieri di smettere che avevano avvelenato la mia estate erano spariti, ed entrai finalmente in un periodo in cui giocavo per pura gioia. O, per meglio dire, giocavo per pura gioia e pura rabbia: gioia per essere riuscito a scappare dal Bara e rabbia perch una persona era riuscita da sola a distruggere il mio sogno.
Fu come una liberazione, e cominciai anche ad avere una visione pi chiara dell'intera faccenda. Quando c'ero stato in mezzo avevo cercato pi che altro di darmi coraggio: non  poi cos grave, ritorner grande, vedranno! Andavo avanti cos tutto il tempo. Ma poi, quando tutto fin, mi resi conto che era stata tosta! La persona che avrebbe dovuto significare pi di tutto per me come giocatore mi aveva completamente messo da parte, e questo era peggio di quasi tutto ci che avevo dovuto passare. 
Dal giorno del mio arrivo ero stato sottoposto a una pressione spaventosa, e in quelle circostanze hai bisogno del tuo allenatore. Che cosa avevo avuto invece? Uno che mi evitava. Un uomo che mi trattava come se non esistessi. Io, che dovevo essere la pi grande delle stelle, laggi mi ero sentito una presenza sgradita. Andiamo, avevo avuto Mourinho e Capello, i due allenatori pi severi del mondo, e mai un problema con loro. E poi era arrivato quel Guardiola... Dentro di me ribollivo di rabbia, a pensarci, e non dimentico quando dissi a Mino: Lui ha rovinato tutto.
Zlatan mi rispose.
S.
I sogni possono avverarsi, e renderti felice.
Certo.
Ma possono anche realizzarsi e ucciderti. Ed era vero, lo capii subito. 
Al Bara un sogno si era avverato e anche infranto, e io continuai gi per le scale verso il mare di giornalisti che aspettavano l fuori dall'ufficio, e fu allora che pensai: Non voglio pi chiamare quell'individuo con il suo vero nome. Mi tornarono in mente tutte le chiacchiere che aveva tirato fuori in quei mesi e mi venne fuori in un lampo: il Filosofo!
L'avrei chiamato il Filosofo.
Chiedetelo al Filosofo, qual era il problema dissi, con tutto l'orgoglio e la rabbia che sentivo.
26
Il clamore fu veramente pazzesco, e ricordo una cosa che disse Maxi, anzi, due cose in realt. La prima era solo divertente. Mi chiese: Perch tutti ti guardano, pap? e io cercai di spiegargli: Pap gioca a calcio. La gente mi vede alla tv e pensa che sia bravo e dopo mi sentivo orgoglioso, tipo Pap non  poi cos male. Ma poi la faccenda prese un'altra piega. Fu la nostra babysitter a raccontarcelo. Maxi le aveva chiesto per quale motivo tutti guardassero lui, perch  chiaro, avere gli occhi addosso era una cosa che anche lui aveva sperimentato in quei giorni, specialmente quando eravamo arrivati a Milano. Ma la cosa peggiore era che aveva aggiunto: Non mi piace quando mi guardano cos. 
Sapete, io sono molto sensibile a queste cose. Non star mica cominciando a sentirsi diverso anche lui, adesso? Non sopporto quando i bambini si sentono presi di mira, mi ritornano in mente tante cose della mia stessa infanzia: Zlatan qui  fuori posto,  cos,  cos... Cercai di passare molto tempo con Maxi e Vincent in quel periodo, sono due bambini meravigliosi, vivacissimi. Ma non fu facile, era scoppiato il delirio. Dopo aver parlato con i giornalisti davanti al Camp Nou, me ne andai a casa da Helena.
Forse non aveva calcolato di dover traslocare cos in fretta di nuovo, e probabilmente sarebbe rimasta volentieri a Barcellona. Eppure lei lo sa meglio di chiunque altro: se non mi trovo bene in campo, divento come un fiore appassito. E questo si riversa su tutta la famiglia. Ricordo che dissi a Galliani: Voglio venire a Milano con tutta la banda: Helena, i bambini, il cane e Mino. Galliani annu, tipo: S, s, venite pure tutti quanti!. Aveva sicuramente preparato qualcosa di speciale. Cos salimmo tutti a bordo di uno degli aerei privati del club e lasciammo Barcellona. Quando atterrammo a Linate era come se fosse dovuto arrivare tipo Obama: c'erano otto Audi allineate davanti a noi e fu steso un tappeto rosso, e io uscii con Vincent in braccio. 
Indossavo una camicia nera aderente e gli occhiali da sole, e per qualche minuto fui intervistato da alcuni giornalisti selezionati, gente di Milan Channel, Sky..., mentre dall'altra parte della recinzione c'erano centinaia di tifosi in delirio. Era grandioso. Si sentiva nell'aria che il club aveva atteso a lungo questo momento. Cinque anni prima, quando Berlusconi aveva prenotato un tavolo per noi al ristorante Giannino, avevano creduto che tutto fosse gi fatto e si erano preparati per i festeggiamenti. Fra l'altro avevano pensato a una homepage speciale per il sito ufficiale del club, che da tutta nera s'illuminava gradualmente a partire dal centro con in sottofondo bum, bum, un effetto sonoro da brivido; dopo di che compariva il mio nome, Ibrahimovic, seguito dalle parole: Finalmente nostro.
Finalmente poterono mettere tutto online. In breve la pagina fu presa d'assalto e and in tilt, si spense come una lampadina che salta. Ricordo anche che quando passai davanti a quella barriera dietro cui c'erano i tifosi il casino era pazzesco, e mentre la gente gridava il mio nome, Ibra, Ibra, io salii su una delle Audi. Uscimmo dall'aeroporto, attraversammo la citt verso il centro e c'era il delirio, giuro, c'erano macchine e motociclette e telecamere a inseguirci.
Quell'accoglienza mi caric. L'adrenalina pompava e capii ancora di pi in quale buco nero fossi vissuto al Bara. Mi sembrava di essere uscito da una prigione e di aver trovato ad accogliermi una grande festa. Quando vidi i ragazzi del club provai la stessa cosa: mi aspettavano tutti e tutti volevano una cosa: che mi assumessi delle responsabilit, che li guidassi nuovamente alla vittoria. Mi piacque subito, ovviamente. Non c'era pi nessun Gioca per Messi, ma Vieni qui e prendi il comando!.
La via davanti all'Hotel Boscolo, dove avremmo alloggiato, era sbarrata. Tutt'intorno i tifosi gridavano e applaudivano, e dentro la direzione dell'albergo era schierata e quasi s'inchinava. In Italia, si sa, i giocatori di calcio sono come dei: ci fu assegnata la suite pi grande e notammo immediatamente che tutto era organizzato alla perfezione.
Il club aveva forza e tradizione e davvero non vedevo l'ora di giocare. Quella sera il Milan avrebbe incontrato il Lecce nella prima partita di campionato e io chiesi a Galliani di poter scendere in campo subito, ma non fu possibile perch non erano ancora pronti i documenti. Per andai comunque allo stadio. Sarei stato presentato durante l'intervallo, e non dimenticher mai quella sensazione. Prima della partita non volevo entrare negli spogliatoi e disturbare la concentrazione della squadra, ma proprio l accanto c' una sala d'attesa e l mi sedetti con Galliani, Berlusconi e altri pezzi grossi del club. 
Tu mi ricordi un giocatore che ho avuto disse Berlusconi.
Chi?
Un ragazzo che sapeva gestire le situazioni per conto suo.
Era ovviamente Van Basten. Mi diede il benvenuto nel club e poi salimmo insieme in tribuna per seguire il primo tempo. Io avrei dovuto sedermi due posti pi in l rispetto a lui per un qualche motivo politico. C'era sempre un gran casino intorno a quell'uomo, ovviamente, eppure allora era tutto piuttosto tranquillo, almeno rispetto a quello che sarebbe successo poi, quando vennero fuori le voci su quelle ragazze, i processi e via dicendo. Ma allora Berlusconi era seduto l e sembrava soddisfatto, mentre io cominciavo a sentire le vibrazioni.
All'intervallo scesi sul campo, dove avevano srotolato un tappeto rosso e allestito un piccolo palco, e rimasi a lungo, o almeno cos mi parve, in attesa accanto all'uscita del tunnel. San Siro ribolliva, era pieno zeppo nonostante fosse agosto e ancora periodo di vacanze. Finalmente uscii e intorno fu tutto un boato, e io tornai di nuovo come un bambino. Avanzai in mezzo a quel frastuono assordante, ai lati del tappeto c'erano un sacco di bambini e battei il cinque a tutti loro prima di salire sul palco: Quest'anno vinciamo tutto dissi in italiano, e ci fu un altro boato fortissimo, lo stadio trem.
Sulla maglia che mi avevano passato c'era il nome Ibrahimovic ma non il numero, perch non ne avevo ancora uno: ce n'erano un po' fra cui scegliere ma nessuno mi piaceva e poi forse avrei potuto avere l'undici, dato che Huntelaar era sulla lista dei partenti. Siccome ancora non era stato venduto, per, dovevo aspettare.
Ma per il resto era tutto pronto, e avrei fatto in modo che il Milan vincesse di nuovo lo scudetto dopo sette anni. Un nuovo periodo di gloria stava per iniziare, l'avevo promesso. 
Sia a me sia a Helena fu assegnata una guardia del corpo e forse qualcuno pu pensare: Che razza di lusso sarebbe?. Non  un lusso. In Italia i calciatori sono circondati da una vera e propria isteria, c' una pressione tremenda e, detto sinceramente, erano gi successe diverse cose sgradevoli, non solo il famoso incendio davanti al nostro portone a Torino.
Una volta, quando ancora ero all'Inter, c'era da noi Sanela. Lei ed Helena si recarono allo stadio sulla nostra nuova Mercedes di grossa cilindrata, e una volta l trovarono caos e macchine in coda. Helena poteva avanzare solo a passo d'uomo, cos la gente l intorno ebbe tutto il tempo di osservarla e di riconoscerla. A un certo punto un ragazzo in sella a una Vespa pass cos vicino alla macchina che urt lo specchietto. Helena non avrebbe saputo dire se fosse stato o meno intenzionale, cos abbass semplicemente il finestrino per sistemare lo specchietto e colse qualcosa con la coda dell'occhio: un nuovo ragazzo con un casco da motociclista si stava precipitando verso di lei e allora cap che era una trappola. Cerc di richiudere il finestrino ma la macchina era nuova e non era pratica dei pulsanti, perci non fece in tempo: il ragazzo le piomb addosso e la colp sul viso.
Cominciarono ad azzuffarsi e intanto la Mercedes tampon la macchina davanti mentre il ragazzo cercava di tirare fuori dall'auto Helena attraverso il finestrino. Ma per fortuna c'era Sanela: si aggrapp ad Helena e la trattenne. Furono attimi di panico, l'impressione era che fosse una questione di vita o di morte. Alla fine Sanela riusc a tirare di nuovo dentro Helena, lei in qualche modo riusc a girarsi sul sedile e, da una posizione impossibile, piazz un calcio in faccia a quell'idiota. Aveva tipo undici centimetri di tacchi, dovette fare parecchio male, e il ragazzo scapp via correndo. A quel punto intorno alla macchina si era radunata una piccola folla: c'era il caos pi totale ed Helena era piena di lividi.
Sarebbe potuta finire male, e purtroppo cose di questo tipo ne succedono.  la verit. Ecco perch avevamo bisogno di protezione. Comunque sia, la mia guardia del corpo, un ragazzo simpatico, il primo giorno mi port a Milanello per gli esami medici di rito e ovviamente gi vicino ai cancelli verdi erano in attesa tanti tifosi. Sentivo tutto il peso della tradizione del Milan e salutai tutti i big della squadra: Zambrotta, Nesta, Ambrosini, Gattuso, Pirlo, Abbiati, Seedorf, Inzaghi, il giovane brasiliano Pato e, all'allenamento, Allegri, che era appena arrivato da Cagliari e, pur non avendo molta esperienza, mi sembrava in gamba. Certe volte, quando sei nuovo, vieni messo in discussione, tipo: Credi di venire qui a fare la star?. Ma l ottenni subito rispetto da parte di tutti e in realt forse non dovrei neanche scriverlo, ma molti giocatori pi avanti mi dissero: Ci siamo alzati del venti per cento quando sei arrivato tu. Ci hai tirato fuori come da un buco nero. Il fatto era non solo che il Milan non vinceva il campionato da anni, ma che a vincere erano stati sempre i cugini dell'Inter.
L'Inter aveva dominato fin da quando ero arrivato io, nel 2006, con l'atteggiamento vincente che avevo portato con me dalla scuola di Capello e con una regola fondamentale: l'allenamento  importante come le partite. Non puoi allenarti in modo blando e giocare in modo aggressivo, devi dare il massimo in ogni momento, altrimenti te la vedrai con me. Al Milan incoraggiavo tutti e scherzavo con tutti, facevo le cose che per me erano state naturali ovunque, fino a quel momento, tranne che a Barcellona. In un certo senso l'ambiente mi ricordava quello dei miei primi tempi all'Inter: Guidaci, guidaci sembravano dire i ragazzi, e io pensavo: Adesso gli equilibri subiranno una bella scossa. Andavo a tutti gli allenamenti carico in un modo pazzesco, e, proprio come prima del periodaccio a Barcellona, avevo ricominciato a sgridare i compagni. Facevo casino e urlavo, prendevo in giro quelli che perdevano e la gente mi diceva: Ma cos' che succede? Non vedevamo i ragazzi cos carichi da un'eternit.
C'era un altro nuovo giocatore in squadra, Robson de Souza, per tutti Robinho. Ero stato coinvolto anche io in quell'acquisto, dato che gi a Barcellona Galliani mi aveva chiesto: Che ne pensi di Robinho? Credi di poter giocare con lui?.
 uno splendido giocatore! Prendilo, prendilo, poi vedremo come giocare dissi, e cos fu.
Il Milan lo pag diciotto milioni di euro, una cifra ritenuta modesta, e il prestigio di Galliani ne guadagn doppiamente: era riuscito ad acquistare sia me sia Robinho a prezzo di saldo. Non molto tempo prima il Manchester City aveva sborsato ben pi del doppio per Robinho, eppure il suo acquisto da parte del Milan era ritenuto un po' un azzardo: Robinho, infatti, era stato un enfant prodige al quale in seguito era andata un po' storta. Negli anni Novanta Pel era il responsabile del vivaio del Santos, il club della sua vita, da molti anni nell'ombra. La gente sperava che sarebbe riuscito a scovare un nuovo supertalento, anche se non erano in molti a crederci sul serio. Un nuovo Pel, un nuovo Ronaldo, facile a dirsi, ma di giocatori cos non ne nascono molti neanche in un secolo. Eppure, gi al primo allenamento, Pel era rimasto di stucco. Si dice che addirittura avesse interrotto il gioco per avvicinarsi a un ragazzino magro sul campo.
Mi viene quasi da piangere gli disse, mi ricordi me stesso.
Quel ragazzino era Robinho, e crescendo divent la grande stella che tutti si erano aspettati, almeno all'inizio. Fu venduto al Real Madrid e pi tardi al Manchester City, ma si fece anche la fama di bad boy festaiolo che menava le mani in allenamento e cose del genere. Ma Santo Iddio, glien'erano anche capitate tante, a quel ragazzo. Nel 2004 era persino stata rapita sua madre: portata via nel bagagliaio di una macchina e tenuta prigioniera per quarantuno giorni, fu un dramma spaventoso che lo colp duramente.
Io e Robinho diventammo subito amici al Milan. Eravamo tutti e due cresciuti in condizioni difficili, e c'erano delle somiglianze nelle nostre storie. A entrambi, poi, era stato sempre rimproverato di dribblare troppo, e io adoravo la sua tecnica. Ma lui era poco concreto in campo, spesso faceva troppi numeri per conto suo.
Gli stavo addosso parecchio, per questo. Stavo addosso a tutti, nella squadra, e in vista del mio esordio contro il Cesena, in trasferta, bruciavo d'energia. Potete immaginarvi le aspettative che accompagnavano quella partita.
Davanti partimmo titolari io, Pato e Ronaldinho, con Robinho in panchina. Ma fu un disastro. Io ero troppo su di giri, proprio come nel mio primo periodo all'Ajax: volevo spaccare il mondo, cos ottenevo poco. Il primo tempo si chiuse sul due a zero per il Cesena. Per il Cesena! E noi eravamo il Milan! Era pazzesco, io ero fuori di me: ci davo dentro, ma andava tutto storto. Verso la fine ottenemmo un rigore e chiss, magari potevamo ancora ribaltare il risultato. Calciai io e la palla fin dritta sul palo. Perdemmo, e come credete che mi sentissi? Dopo la partita dovevo fare il test antidoping, ed entrai nella stanza talmente infuriato che spaccai un tavolo, un intero tavolo. L'addetto al test era letteralmente terrorizzato.
Calma, calma disse.
Ascolta replicai, tu non mi vieni a dire cosa devo fare, perch finisci gi insieme al tavolo.
Non fui simpatico, e poi contro un povero addetto al controllo del doping forse esagerai. Ma ero entrato nel Milan con un certo atteggiamento, e quando perdevamo vedevo nero, e quando vedo nero non potete venire l a chiedermi di pisciare in un barattolo: dovete lasciarmi sfasciare delle cose in santa pace. Bollivo di rabbia e fui solo felice quando i giornali il giorno dopo si scatenarono contro di me, dandomi il voto pi basso tra i giocatori in campo. Me lo meritavo, e strinsi i pugni pensando gi alla mia rivincita.
Le cose non si sbloccarono n nella partita successiva n alla quarta giornata, contro la Lazio, nonostante il mio primo gol. Quella volta non dovetti fare il controllo antidoping. Andai direttamente negli spogliatoi e l dentro c'era la lavagna che usano gli allenatori per gli schemi, sapete, e io le tirai un calcio con tutte le mie forze. Vol via come un proiettile e sfior Sokratis Papastathopoulos, che ovviamente non la prese bene. Scatt e url: Che cazzo fai?.
Non giocare col fuoco.  pericoloso ruggii, e allora nella stanza scese il silenzio perch immagino che tutti capirono perfettamente a cosa mi riferissi: dovevamo vincere quella partita, non era proprio il caso di prendere gol a pochi minuti dalla fine. Cos non potevamo andare avanti.
Dopo quattro partite avevamo solo cinque punti mentre l'Inter era in testa alla classifica, proprio come al solito, e io sentivo sempre pi la pressione sulle mie spalle.
In quei primi mesi abitavamo ancora all'Hotel Boscolo, e avevamo un certo ordine nella nostra routine. Helena, che si era sempre tenuta lontana dai media, concesse la sua prima intervista. Fu per la rivista Elle, e diede origine a un casino. Ogni nostra parola riusciva a creare dei titoli. Io potevo dire cose senza senso, tipo: Nel mio piatto ci sono meno polpettine e spaghetti da quando ho incontrato Helena e sui giornali questa diventava la grande dichiarazione d'amore di Zlatan a Helena. Sentivo sempre di pi che stavo cambiando. Io, che avevo sempre ricevuto uno stimolo dalla notoriet, cominciavo a diventare misantropo, e se dovevo fare qualcosa, per esempio andare a caccia, m'informavo sempre: In quanti saremo? E chi verr?.
Non mi andava di avere troppe persone intorno, facevamo una vita piuttosto tranquilla, la sera di solito rimanevo in casa. Dopo un paio di mesi ci trasferimmo nell'appartamento che il club ci aveva procurato in centro: era una casa stupenda, ovviamente, ma non c'erano i nostri mobili e le nostre cose, era bella ma impersonale. La mattina la mia guardia del corpo mi aspettava gi nell'atrio e andavamo a Milanello: ci davano la colazione prima dell'allenamento e il pranzo dopo, e spesso c'erano degli obblighi con i media, fotografie, interviste e questo genere di cose. Come sempre, in Italia, ero spesso lontano dalla famiglia: stavamo in albergo prima delle partite fuori casa e in ritiro a Milanello prima degli incontri in casa, e cominciavo a risentirne.
Mi mancava molto la famiglia: Vincent cresceva e cominciava a parlare sempre di pi, Maxi stava diventando grande... In effetti era pazzesco. Maxi e Vincent avevano girato cos tanto che parlavano tranquillamente tre lingue: svedese, italiano e inglese. La vita era entrata in una nuova fase, e spesso mi capitava di pensare: Che cosa far quando la mia carriera sar finita, e Helena comincer di nuovo la sua?. Facevo spesso questi ragionamenti. Certe volte desideravo una vita senza pi calcio, certe altre invece no.
Ma non per questo ero meno carico, e ben presto le cose cominciarono a girare anche in campo. Decisi sette, otto partite di fila e la vecchia Zlatanmania ricominci. Era di nuovo un Ibra, Ibra dappertutto. Un giornale fece un fotomontaggio in cui io tenevo sopra di me la squadra, come se portassi tutto il Milan sulle mie spalle. Ero pi che mai al centro dell'attenzione. Ma una cosa avevo imparato meglio di quasi tutti: nel calcio puoi essere un dio un giorno e quello dopo non valere niente. 
Passo dopo passo, intanto, si stava avvicinando il match pi importante di quello scorcio di campionato: il derby contro l'Inter a San Siro. Non c'erano dubbi, i miei vecchi tifosi mi avrebbero preparato un'accoglienza caldissima. La pressione sarebbe stata ancora pi forte. Inoltre, in quei giorni, ebbi dei seri problemi con un compagno di squadra. Oguchi Onyewu era americano e grande come una casa, e io dissi a Prince Boateng: Finir per succedere qualcosa di serio. Me lo sento.
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Si diceva che fosse il ragazzo pi buono del mondo. Oguchi Onyewu aveva l'aspetto di un pugile categoria pesi massimi: alto circa due metri, pesava quasi cento chili. Anche se al Milan non era all'altezza, era stato eletto miglior giocatore straniero del campionato belga nel 2005, e miglior calciatore americano nel 2006. Ma con me non ingranava. Mi dava contro.
Io non sono come gli altri difensori mi disse.
Ok, va bene!
Non mi lascio condizionare dalle tue chiacchiere. Da quella bocca che non sta mai chiusa.
Di che cosa stai parlando?
Guarda che ti ho visto in partita, tu non fai che martellare e martellare continu, e questo mi fece innervosire.
Non soltanto perch ero stanco di tutti i difensori che vogliono provocare, ma anche perch non sono io quello che continua a parlare. In campo io parlo un'altra lingua. Ne ho dovute sentire cos tante nel corso degli anni, Maledetto zingaro, cose su mia madre e via dicendo... La peggiore : Ci vediamo dopo la partita!. Ma che discorsi sono? Dobbiamo picchiarci fuori nel parcheggio o che cosa? Sono tutte stronzate. Ricordo Giorgio Chiellini, per esempio, con cui eravamo stati compagni alla Juve. Quando io ero all'Inter ci trovammo a giocare da avversari e allora lui mi stava sempre addosso: Avanti, su, non  pi come prima, o no?. Cercava continuamente di provocarmi, e a un certo punto mi fece un tackle da dietro, la cosa pi vigliacca, perch non puoi vedere l'avversario che arriva. Caddi e mi feci male, molto male. Ma non dissi niente. In situazioni del genere non parlo. Penso: Al prossimo scontro, gliela rendo... E dopo non star in piedi per un pezzo.  cos che mi comporto, per cui no, no, io non sono il tipo che parla a vuoto, piuttosto esplodo come una bomba nel corpo a corpo. Ma quella volta con Chiellini non si cre pi nessuna occasione durante la partita, e cos dopo il fischio di chiusura lo raggiunsi, lo presi per la testa e me lo trascinai dietro come un cane disobbediente. Lui si spavent, glielo lessi in faccia.
Volevi la rissa, allora perch adesso te la fai addosso? sibilai, e poi mi avviai tranquillo verso gli spogliatoi.
Io non mi vendico con le parole ma con il corpo, e lo dissi anche a Onyewu. Ma lui continuava come se niente fosse, giorno dopo giorno: Tu e la tua cazzo di bocca diceva. Un giorno, durante una partitella, gridai: Quello non era fallo e lui mi fece segno con il dito di stare zitto, tipo: Vedi, dici solo stronzate. L pensai: Adesso basta, adesso la misura  colma.
Sta' attento gli dissi.
Lui mi fece di nuovo segno col dito e allora vidi rosso. Ma non dissi nulla, non una parola, Quel bastardo vedr come parlo in certe situazioni pensai, e appena ebbe di nuovo la palla entrai su di lui a piedi uniti. Ma lui mi vide, fece in tempo a spostarsi di lato e finimmo a terra entrambi. Pensai: Merda, l'ho mancato. Lo beccher la prossima volta. Ma quando mi alzai per andarmene ricevetti un pugno sulla spalla, e non fu davvero una buona idea, Oguchi Onyewu. 
Gli risposi con una testata e scoppi la rissa, e non sto parlando di una piccola zuffa qualsiasi. Volevamo farci a pezzi. Fu uno scontro durissimo, eravamo due ragazzi di pi di novanta chili e rotolavamo tirandoci ginocchiate e pugni, e naturalmente tutta la squadra si precipit per cercare di dividerci. Ma non era facile, eravamo furiosi, impazziti di rabbia, e ok, in campo devi avere adrenalina, devi combattere, ma quello superava i limiti. Era come una questione di vita o di morte. Ma la cosa pi brutta successe dopo: Onyewu si mise in ginocchio sul campo a pregare Dio con le lacrime agli occhi, si fece il segno della croce. Io pensai: Ma che sta facendo? e mi sal ancora di pi la rabbia. La vedevo come una provocazione, e a quel punto mi si avvicin Allegri: Calmati, Ibra. Ma non serv. Lo spinsi da parte e corsi di nuovo verso Oguchi, ma venni fermato dai compagni e probabilmente fu un bene: sarebbe potuta finire molto male. Pi tardi Allegri ci convoc tutti e due, ci stringemmo la mano e ci scusammo. Ma Oguchi era freddo come un pesce. Se lui  freddo, sar freddo anch'io, nessun problema pensai, e poco dopo mi riaccompagnarono a casa. Allora telefonai a Galliani, e dovete saperlo, non mi piace dare la colpa agli altri. Non  da uomo.  meschino, soprattutto in una squadra dove ti sei assunto il ruolo di leader.
Ascolta dissi a Galliani,  successa una brutta cosa in allenamento.  stata colpa mia e me ne assumo la responsabilit. Voglio chiedere scusa e puoi darmi la punizione che ti pare.
Ibra fece lui, questo  il Milan. Noi non lavoriamo cos. Tu hai gi chiesto scusa. Adesso guardiamo avanti.
Ma non era ancora finita. All'allenamento c'erano dei tifosi e la storia arriv ai giornali. Nessuno conosceva i retroscena, ma si seppe della rissa. C'erano volute dieci persone per separarci, scrivevano, e si parl di preoccupazione nella squadra, di Ibra bad boy e tutta la solita solfa. Non me ne fregava niente, scrivessero pure quel che volevano! Ma sentivo un dolore fortissimo al torace, facemmo un controllo e venne fuori che nello scontro mi ero rotto una costola. Per le costole rotte non c' rimedio, e i medici poterono soltanto farmi una fasciatura. Non era esattamente la cosa migliore che potesse succedere in quel momento. 
Cominci la preparazione in vista del derby. Avevamo Pato e Inzaghi infortunati e i giornali scrivevano pagine e pagine in particolare sul probabile duello fra me e Materazzi. Sarebbe stato particolarmente teso, si diceva. Non soltanto perch Materazzi era un duro, ma anche perch ci eravamo gi scontrati in precedenza, in pi ultimamente mi aveva anche preso in giro per via di quel famoso bacio sul distintivo del Bara al Camp Nou. Insomma, tutto questo genere di cose. Stronzate, per la gran parte, ma una cosa era sicura: Materazzi mi avrebbe marcato duramente perch quello era il suo lavoro. In situazioni del genere esiste un solo modo di rispondere: con altrettanta durezza. Altrimenti perdi, e rischi di farti male. 
Non esistono tifosi peggiori degli ultras dell'Inter. Non sono tipi cui piace perdonare, e per loro io ero il nemico numero uno. Nessuno aveva dimenticato il nostro scontro in occasione della partita con la Lazio, e ovviamente sapevo che ci sarebbero stati fischi e ogni genere di attacco psicologico. Ma sono cose che fanno parte del gioco.
Non ero nemmeno il primo giocatore dell'Inter a essere passato al Milan, anzi, ero in buona compagnia: Ronaldo, per esempio, era andato al Milan nel 2007 e i tifosi dell'Inter, in occasione del derby, avevano distribuito fischietti per disturbarlo non appena toccava il pallone.
Il match fra Inter e Milan, il derby della Madonnina, scalda sempre gli animi, e c' anche di mezzo della politica e altre storie. C' una rivalit enorme,  come Real-Bara in Spagna. Noi arrivavamo al derby in testa alla classifica e una vittoria avrebbe significato parecchio: il Milan non vinceva il derby da quattro anni, l'Inter l'anno prima si era portata a casa anche la Champions... erano stati loro a dominare. Se avessimo vinto ci sarebbe stata la sensazione di un passaggio di potere. Dagli spogliatoi si sentivano i cori dei tifosi e la musica assordante che usciva dagli altoparlanti. Nell'aria c'era un'atmosfera da festa popolare e per al tempo stesso carica di odio, ma io non ero nervoso. Ero solamente carico. Stavo l seduto vibrando d'impazienza per poter correre fuori e combattere. Ma avere l'adrenalina a mille non  di per s un bene, puoi anche non riuscire a entrare veramente in partita e non combinare niente.
Ricordo molto bene l'inizio del match e la bolgia di San Siro. Non ci fai mai veramente l'abitudine. Dopo pochi minuti Seedorf colp alto di testa sopra la traversa. Al quinto ricevetti un pallone sulla fascia destra. Avanzai ed entrai in area di rigore, con Materazzi che mi inseguiva. Voleva ovviamente mettere le cose in chiaro, tipo: Dove credi di andare?. Ma sbagli il tempo della scivolata e mi tir giu. Pensai subito:  rigore?  rigore?. 
A me era sembrato netto, ma ancora non avevo capito. C'era un casino spaventoso e tutti i giocatori dell'Inter allargavano le braccia verso l'arbitro, gesticolavano... Ma l'arbitro corse verso il dischetto e tirai un respiro profondo. Ero io a dover battere il rigore e vi lascio immaginare la tensione.
Dietro c'era tutta la mia squadra: facevano affidamento su di me, non potevo sbagliare! Davanti invece avevo il portiere e alle sue spalle la curva degli ultras dell'Inter. Erano come impazziti: urlavano, fischiavano, facevano di tutto per condizionarmi, alcuni di loro cercavano di accecarmi con i laser e mi arrivavano luci verdi su tutta la faccia. Zambrotta s'infuri e and dall'arbitro: Come fa a tirare cos?.
Ma che cosa si poteva fare? Andare a frugare in giro per gli spalti? Certo che no, e poi io ero perfettamente concentrato. Avrei potuto avere addosso anche dei fari abbaglianti o dei riflettori. Volevo solo prendere la rincorsa e tirare, sapevo esattamente dove: la palla sarebbe entrata alla destra del portiere. Rimasi immobile per un paio di secondi e certo, sentivo di non poter fallire, ero obbligato a mettere in rete. Avevo cominciato la mia stagione sbagliando un rigore, non poteva succedere di nuovo. Ma non dovevo pensarci. Non bisogna mai pensare troppo, in campo. Finalmente arriv il fischio dell'arbitro, presi la rincorsa e tirai.
Successe esattamente come avevo previsto, la palla and in rete e io alzai le braccia e guardai gli ultras dritto negli occhi, tipo: I vostri trucchi del cazzo non funzionano, io sono pi forte!. Devo dirlo, quando vidi sul tabellone Inter-Milan zero a uno, Ibrahimovic provai una bella sensazione. Ero finalmente tornato in Italia. 
Ma la partita era cominciata solo da pochi minuti, e la lotta si fece via via dura. Al quindicesimo del secondo tempo perdemmo Abate per espulsione, e non  uno scherzo giocare in dieci contro l'Inter. Facevamo una gran fatica. Materazzi non mi mollava un secondo. In un contrasto di gioco ci scontrammo violentemente e lui fin a terra. Il mio colpo fu del tutto involontario, ovviamente, ma lui rimase gi e arrivarono di corsa il medico e tutti gli altri giocatori dell'Inter. L'odio degli ultras aument ancora quando Materazzi venne portato fuori in barella.
Negli ultimi venti minuti il forcing dell'Inter fu spaventoso, e io ero distrutto, mi veniva da vomitare per la fatica. Ma ce la facemmo. Mantenemmo l'uno a zero e vincemmo il derby.
Il giorno dopo dovevo ritirare il mio quinto Pallone d'Oro svedese a Stoccolma, avevo avuto una soffiata sulla vittoria, e avrei voluto andare a letto presto - per quanto  possibile quando hai le emozioni di una partita del genere che ti picchiano in testa. Ma decidemmo che saremmo usciti a festeggiare al Just Cavalli e venne anche Helena. Ce ne rimanemmo seduti tranquilli in un angolo insieme a Gattuso, mentre Pirlo e Ambrosini e tutti gli altri si scatenavano. C'era una tale, indescrivibile sensazione di sollievo, una gioia pazza e senza freni, che non tornammo a casa prima delle quattro del mattino.
In dicembre il Milan acquist Antonio Cassano.
Cassano ha un po' la fama del bad boy come me, gli piace mettersi in mostra e parlare di s come di un giocatore fantastico. Il ragazzo ne ha passate parecchie, e spesso ha avuto problemi con compagni e allenatori, fra l'altro con Capello ai tempi della Roma. Capello invent perfino un'espressione - Cassanata - che significa grossomodo stronzata. Ma Antonio ha una meravigliosa qualit nel suo gioco. Mi piace davvero, e con lui siamo diventati una squadra ancora migliore.
C'era per un problema che venne fuori poco a poco: cominciavo a sentirmi esaurito. Avevo dato tutto, in ogni partita, e non credo di aver mai avuto addosso uno stress simile. Pu suonare strano, considerando tutto quello che avevo passato: arrivare al Bara era stato tosto e nemmeno con l'Inter era stato facile. Ma ora, al Milan, sentivo pi che mai che dovevamo vincere il campionato e che dovevo essere io a guidare la squadra. Avevo giocato ogni partita come se fosse una finale di Coppa del Mondo, e stava arrivando il conto: ero logorato.
Fin che non trovavo pi sbocco per le mie idee e le mie giocate in campo. Arrivavo sul pallone sempre un attimo in ritardo, di sicuro avrei dovuto riposare per una o due partite. Ma Allegri era nuovo, voleva vincere a qualsiasi costo anche lui. Aveva bisogno del suo Zlatan e mi spremeva fino all'ultima goccia. Non me la prendevo con lui per questo, lui faceva il suo lavoro, e poi io volevo giocare. Avevo voluto giocare anche con una costola rotta, Allegri mi dava gli stimoli giusti, avevamo rispetto l'uno per l'altro. Ma io pagavo un prezzo per quegli sforzi, non ero pi cos tanto giovane. Fisicamente ero un colosso, ma non come nella seconda stagione con la Juventus, stavo attento a quello che mangiavo e non ero in sovrappeso. Ero tutto muscoli, ma anche pi vecchio, e un giocatore diverso rispetto all'inizio della carriera. Non ero pi un amante del dribbling, come ai tempi dell'Ajax. Ero un attaccante pesante ed esplosivo costretto a giocare con pi astuzia per poter reggere un'intera partita, e in febbraio cominciai a sentirmi stanco.
Doveva essere un segreto all'interno del club, ma trapel sulla stampa e se ne fece un gran parlare: Terr duro?, Ce la far? si chiedevano tutti. Cominciammo anche a mollare verso la fine di diversi incontri. Non reggevamo come a inizio campionato, e prendemmo una serie di gol su contropiedi evitabilissimi. In un mese non segnai neanche un gol. In Champions fummo eliminati dal Tottenham, in campionato eravamo in calo mentre l'Inter aveva ricominciato a giocare alla grande.
Ci avrebbero superati in classifica? Avremmo perso di mano il campionato? Si cominciava a parlarne. Se ne scrivevano di tutti i colori, e le cose non migliorarono certo in seguito alle mie espulsioni. La prima fu durante la partita contro il Bari, che era a fondo classifica. Eravamo sotto per uno a zero e io mi trovavo in area di rigore quando un difensore, Marco Rossi, mi trattenne e io mi sentii bloccato. Reagii d'istinto e lo colpii a mano aperta sullo stomaco. Fu una vera stronzata, lo ammetto. Per fu un riflesso, nient'altro, vorrei avere una spiegazione migliore, ma non ce l'ho. Il calcio  una lotta. Vieni attaccato e rispondi, e a volte ti spingi troppo in l senza sapere perch. Io l'ho fatto pi volte. Nel corso degli anni ho imparato molte cose. Non sono pi il pazzoide del Malm, ma quell'impronta non si  mai cancellata del tutto. La mia mentalit vincente ha un rovescio della medaglia: a volte perdo il controllo. Quella volta contro il Bari l'arbitro mi espulse, e il cartellino rosso pu mandare in bestia chiunque, invece uscii subito dal campo senza protestare con una sola parola. Poco dopo, per fortuna, Cassano pareggi, ma io venni squalificato per due giornate, quindi niente derby di ritorno contro l'Inter.
La societ fece ricorso, ma non serv, e ovviamente era un bel casino. Eppure non la presi male come avrei fatto negli anni passati.  proprio vero che in questi casi la famiglia aiuta: non puoi lasciarti andare gi, ci sono di mezzo i bambini.
Ma la maledizione continu. Rientrai contro la Fiorentina e sembrava andare tutto per il meglio, stavamo vincendo e mancavano solo pochi minuti alla fine. Poi per l'arbitro ci fischi un fallo laterale contro. Mi saltarono i nervi e gridai Vaffanculo al guardalinee. Ok, potevo evitarlo, soprattutto considerato quello che era successo contro il Bari. Ma andiamo, siete mai stati in campo? I giocatori dicono vaffanculo e merda di continuo, e non vengono mica espulsi per quello, o peggio squalificati. Gli arbitri lasciano correre, almeno la maggior parte delle volte.
Ma io ero Ibra. Il Milan era il Milan. Eravamo in testa alla classifica. Divent una questione politica, si vide un'occasione per punirci. Cos credo. Stavolta mi squalificarono per tre turni. Sembr che quella maledetta storia potesse costarci lo scudetto, e il club fece di tutto per salvare la situazione. Trovammo una linea di difesa e facemmo ricorso, dicemmo che avevo imprecato contro me stesso...
Ma, a essere onesti, erano cazzate, mi spiace dirlo! D'altro canto la punizione era ridicolmente severa. Il Vaffanculo? Ok, ero stato un idiota. Ma comunque non avevo fatto niente, come insulto non  particolarmente pesante e sa Dio quanti ne ho sentiti di pi gravi. Eppure cos stavano le cose. Dovetti accettarlo, e beccarmi come presa in giro anche il premio di un programma televisivo.* Cos  il gioco: un giorno ti osannano, quello dopo ti affondano. Ormai c'ero abituato.
In classifica, intanto, il Napoli era salito in seconda posizione. Noi avevamo ancora tre punti di vantaggio, ma mancavano sei gare, e per tre io ero squalificato. Era un disastro, l'unica cosa buona era che avevo la possibilit di riposare e di pensare alla mia vita. Ho avuto il tempo di lavorare a questo libro. Sono stato costretto a ricordare e mi ha colpito il pensiero che, be', d'accordo, non sono stato esattamente il migliore dei ragazzi. Non ho detto sempre le cose giuste, e naturalmente mi assumo la responsabilit per tutto quello che ho fatto. Non voglio dare colpe a nessun altro.
Ma ce ne sono tanti come me l fuori, ragazzi e ragazze, a cui vengono fatte delle strigliate perch non sono come tutti gli altri, e certe volte ci pu stare. Io credo nella disciplina. Ma mi mandano in bestia tutti questi allenatori che, pur non essendo mai arrivati ai vertici, sono cos fermamente sicuri:  cos che dobbiamo fare e in nessun altro modo!.  talmente triste, e stupido!
Esistono mille vie percorribili, e quella speciale e un po' tortuosa  spesso la migliore. Non sopporto che quelli che non si allineano vengano schiacciati e umiliati. Se io non fossi stato diverso adesso non sarei qui, e con questo non voglio dire: cercate di diventare come Zlatan! Parlo di andare per la propria strada, qualunque sia. E che non si facciano raccolte di firme, o non si venga isolati in modo umiliante solo perch si  diversi dagli altri.
Ma  chiaro, non  una buona cosa andare a complicare la vittoria dello scudetto alla tua squadra, proprio tu che l'hai promessa il primo giorno, solo perch hai un brutto carattere.
* Il Tapiro d'Oro di Striscia la notizia.
28
Adriano Galliani era seduto su in tribuna allo stadio Olimpico di Roma con gli occhi chiusi e pregava: Fa' che vinciamo, fa' che vinciamo. Lo capisco bene. Era il 7 maggio del 2011. Erano le dieci e mezza di sera e i minuti passavano, anche se troppo lenti, e sulla panchina Allegri e i ragazzi si contorcevano per il nervoso. Che si credesse in Dio o no, era tempo di pregare: giocavamo contro la Roma, e ci bastava un punto per vincere lo scudetto, il primo dopo sette anni di attesa.
Io rientravo dalla seconda squalifica ed era bellissimo poterci essere, nella partita che decideva il campionato.
Sapevo che non sarebbe stato un match semplice, fra Roma e Milan c' una certa rivalit, e poi quei punti servivano anche a loro: noi lottavamo per il titolo e la Roma per il quarto posto, l'ultimo disponibile per la Champions.
Nel calcio italiano non si dimentica cos facilmente, certe cose rimangono impresse nella mente di tutti, rimangono nell'aria, ad esempio tutti si ricordano del famoso rigore non dato a Ronaldo in quel famoso Juve-Inter. E ci sono anche fatti ben pi gravi dei calci di rigore. Nel 1989 un giovane tifoso della Roma, Antonio De Falchi, era andato a Milano per vedere la partita contro il Milan. Sua mamma era inquieta: Non metterti addosso niente di giallorosso. Non far vedere che sei un tifoso della Roma e lui aveva obbedito. Si era vestito in maniera anonima. Avrebbe potuto tifare per qualsiasi squadra, ma quando un ultr del Milan gli si era avvicinato e gli aveva chiesto una sigaretta, il ragazzo era stato tradito dal suo accento, e subito circondato. Fu preso a calci e pugni e mor, una tragedia spaventosa, e prima della nostra partita di quella sera ci fu una commemorazione. I tifosi gli resero omaggio dagli spalti, la curva della Roma fece una coreografia con il nome De Falchi scritto in rosso su fondo giallo: fu un bel gesto, ovvio, ma influenz anche l'atmosfera dello stadio. 
Nella Roma la grande stella  Totti, gioca l da quando ha tredici anni e in citt  come un dio: ha vinto i Mondiali, la classifica cannonieri, la Scarpa d'Oro, tutto quanto, e, anche se non era pi tanto giovane, negli ultimi tempi aveva dimostrato un'ottima forma. C'erano striscioni e cartelli con il nome di Totti dappertutto, ma si vedevano anche moltissimi striscioni per il Milan e per me. Eravamo stati seguiti da molti tifosi che speravano di poter festeggiare la vittoria del campionato, e sugli spalti c'erano fumo e scoppi di petardi.
In attacco partimmo titolari io e Robinho, con Cassano e Pato in panchina, e cominciammo bene. Ma al quattordicesimo minuto Vucinic riusc a liberarsi per il tiro e sembrava fatta per la Roma, invece Abbiati fece una parata grandiosa.
Ci aveva salvato un suo riflesso, e cominci a serpeggiare la preoccupazione, anche perch la Roma gi ci aveva battuti all'andata. Noi davanti andavamo a caccia del gol: io ebbi diverse occasioni, Robinho colp un palo, anche Prince Boateng ebbe una buona chance... ma non riuscivamo a segnare, e il tempo passava. Lo zero a zero comunque ci bastava, e quando arriv il novantesimo sembrava fatta, finita. Ma l'arbitro diede cinque minuti di recupero. Cinque minuti! Perci si and avanti ancora e, detto in tutta sincerit, non era solo Galliani a pregare. Sette anni senza uno scudetto  un tempo molto lungo per un club come il Milan, a quel punto eravamo cos vicini e... ve lo ricordate? Io avevo promesso che saremmo tornati a vincere. Era stata la prima cosa che avevo detto al momento della mia presentazione a San Siro, e ok, gli sportivi ne dicono tante: promettono sempre ori e titoli, e poi magari va tutto in fumo. Ma alcuni, come Muhammad Ali, mantengono ci che promettono, e io volevo veramente fare come loro. Volevo parlare e realizzare: ero venuto al Milan con tutta la mia pazza mentalit vincente, avevo promesso e giurato e lottato e lavorato duro e adesso... adesso si faceva il conto alla rovescia dei secondi, dieci, nove, otto, sette e finalmente!
L'arbitro fischi la fine dell'incontro, avevamo vinto. Tutta la panchina si rivers in campo e lo stadio si riemp di fumogeni. La gente urlava e cantava per noi, c'era un'atmosfera bella e folle. Era fantastico. Allegri fu lanciato in aria da tutti, mentre Gattuso correva in giro con una magnum di champagne ad annaffiare tutti. Cassano era intervistato dalla tv e tutti intorno a me erano come impazziti. Ci furono molti: Grazie, Ibra, hai mantenuto la promessa, ma anche cazzate tipo: Fai qualcosa a Cassano laggi!.
Tipo cosa?
Tiragli un calcio, tu sei quello del kung fu, no? e certamente, lo ero, fin da quando io e pap guardavamo i film di Bruce Lee in tv, quindi perch no?
Eravamo tutti su di giri, e Cassano era un bel tipo. Poteva aver bisogno di un calcio. Passai accanto a lui e al giornalista che lo stava intervistando e colpii con un piede la testa di Cassano: non forte, ma nemmeno troppo piano.
Che sta facendo? disse il giornalista.
Quello  matto fece Cassano.
L'hai detto tu!
Ma i giocatori che ci aiutano a vincere il campionato sono autorizzati a comportarsi cos disse Cassano, e rise.
Per si era fatto male, dopo andava in giro con una borsa del ghiaccio sulla testa. Era stato un gesto d'affetto un po' pesante, forse, ma in ogni caso poi cominci la festa vera. Non mi addormentai in una vasca da bagno, ma fu comunque una gran festa. A pensarci, era fantastico: in sei anni in Italia avevo sempre vinto lo scudetto. Qualcun altro ha fatto qualcosa di simile? Ne dubito. E poi non vincemmo soltanto il campionato ma anche la Supercoppa Italiana contro l'Inter, in Cina. La Zlatanmania era arrivata anche laggi: segnai, giocai una gran partita e ottenni il diciottesimo trofeo della mia carriera. Ed ero felice.
Ma nel frattempo mi era anche successo qualcosa. Il calcio non era pi tutto. Volevo stare di pi con la mia famiglia, e avevo detto di no alla Nazionale. Lars Lagerbck mi piaceva, eppure non avevo dimenticato quella vecchia faccenda di Gteborg, sapete che non dimentico facilmente. E poi volevo avere pi tempo per Helena e i bambini. Perci da un po' di tempo non giocavo pi in Nazionale. Ma quell'estate, prima di venire al Milan, era stata dura e io mi ero sentito di nuovo come il ragazzo diverso e difficile di Rosengrd, quello che non sa stare in gruppo.
Molti dei miei compagni di squadra del Barcellona avevano giocato nella Spagna vincitrice dei Mondiali, e io pensavo sempre pi spesso: Questa cosa mi manca ma non  che pensassi di tornare in Nazionale. Era un impegno che portava via troppo tempo. Gi non ero quasi mai a casa con i bambini, mi perdevo cos tante cose! Ma in quel periodo Lasse Lagerbck lasci il suo posto. Erik Hamrn divent il nuovo CT della Nazionale - Sven-Gran Eriksson aveva rifiutato l'offerta - e mi telefon: Ciao Zlatan, sono Erik.
Devo dirtelo subito risposi, non ho intenzione di ritornare.
Come?
Non so cosa ti abbiano detto. Magari hai avuto delle false promesse da qualcuno, ma io non gioco.
Zlatan, cosa stai dicendo? Non avevo la pi pallida idea di questa cosa.
Ma Erik  un maledetto testardo. E a me i maledetti testardi piacciono. Continu a spiegare: Sar dura. Sar fantastico e tutto questo genere di cose. Lo invitai a casa nostra a Malm e me ne accorsi subito, quell'uomo era in gamba. Andavamo d'accordo. Non era il tipico allenatore svedese, lui osava andare oltre certe regole, e per me questo genere di individui sono sempre i migliori. Non credo nei paladini dell'ordine. Certe volte devi infrangere le regole,  allora che avanzi. Voglio dire: che cosa ne  stato dei bravi ragazzi del Malm sempre cos diligenti? Si scrivono forse libri, su di loro?
In ogni caso, alla fine gli dissi di s, e stabilimmo che avrei portato la fascia di capitano e che sarei diventato un leader anche in Nazionale. La cosa mi piaceva. Mi piaceva anche che sarei stato io a metterci la faccia con i media, se avessimo perso. Era il genere di cose che mi dava la carica. Quando al primo raduno feci la mia comparsa con i ragazzi della squadra, glielo lessi in faccia. Stavano pensando: Che cavolo succede?. Normalmente agli allenamenti c' un piccolo gruppo di tifosi ma l a Malm per un piccolo raduno ne erano arrivati seimila, e io dissi con tutta calma: Benvenuti nel mio mondo!.
Tornare a Malm  sempre speciale.  vero, ci andavo spesso, Malm  la nostra citt. Ma di solito con Helena ce ne stiamo in pace nella nostra casa. Giocarci  qualcosa di diverso,  allora che tornano a galla tutti i ricordi. Nell'estate successiva allo scudetto e alla conquista della Supercoppa, con il Milan giocammo un'amichevole contro il Malm. Le trattative per organizzare l'incontro si erano protratte a lungo, ma quando si apr la vendita dei biglietti la gente prese d'assalto lo stadio. Mi hanno raccontato che quel giorno pioveva e la gente stava in lunghe file sotto gli ombrelli e i biglietti finirono in men che non si dica. Era semplicemente pazzesco.
Ho detto molte cose brutte sul Malm nel corso degli anni. Non ho dimenticato quello che mi hanno fatto Hasse Borg e Bengt Madsen, ma io amo quel club, e non dimenticher neppure il giorno in cui sbarcammo a Malm con il Milan. Tutta la citt mi abbracci. Sembrava di essere a carnevale. C'era casino ovunque, sbarramenti e un'isteria collettiva. La gente saltava e agitava le braccia e gridava quando mi vedeva. Molti erano stati l in piedi per ore solo per vedermi di sfuggita. Tutta la citt era in festa. Tutti aspettavano Zlatan, e io sono entrato di corsa in molti stadi che ribollivano, ma quella volta era speciale: era come vivere contemporaneamente passato e presente. Era la mia vita che tornava indietro e tutto lo stadio cantava e gridava il mio nome.
In quel famoso vecchio documentario, Bldrar, io sto seduto su un treno e parlo a ruota libera. Ho deciso una cosa dico. Che un giorno avr una Diablo color lilla, sapete, una Lamborghini. E che sulla targa ci sar scritto: Toys, giocattoli...
 un tantino infantile. Ero giovane. Avevo diciott'anni, e avere una macchina grintosa era il massimo della vita per un ragazzo come me, il mondo mi si era aperto davanti. Ma quelle parole fecero il giro della Svezia: Hai sentito cos'ha detto quello Zlatan, quel ragazzetto? Una Diablo color lilla!. Era passato molto tempo. Era una cosa lontana eppure in qualche modo anche vicina, e quella sera, allo stadio di Malm, i tifosi srotolarono un enorme striscione. Io lo fissai, e mi ci volle un secondo per capire: c'era sopra un mio ritratto e accanto un'automobile con la targa Toys. 
Zlatan torna a casa. Alla macchina dei tuoi sogni ci pensiamo noi c'era scritto. Mi and dritto al cuore.
Come disse una volta uno dei miei amici, la mia storia  tutta una fiaba.  un viaggio dai sobborghi verso un sogno. Non molto tempo fa mi fu inviata una fotografia, un'immagine del ponte di Annelund, che si trova ai confini di Rosengrd. Su quel ponte qualcuno aveva attaccato uno striscione: Puoi togliere il ragazzo da Rosengrd. Ma mai Rosengrd dal ragazzo, c'era scritto, ed era firmato Zlatan.
Io neppure lo sapevo e, siccome allora ero infortunato ed ero a casa, andai a vederlo di persona con il mio fisioterapista. Era verso la met della giornata. Era estate e faceva caldo e io scesi dalla macchina e guardai quelle parole che in realt non sono esattamente mie.  una variante di una vecchia citazione sui ragazzi del ghetto in generale, ma mi successe qualcosa dentro quando lo vidi. Sapete, quel posto per me  speciale. Sotto quel ponte mio padre fu rapinato e si ritrov con un polmone perforato. Non molto distante da l si trova il tunnel in cui correvo terrorizzato nel buio verso casa di mamma in Cronmans vg, tenendo i due lampioni come punti di riferimento. Era il quartiere della mia infanzia. Erano le strade dove tutto era iniziato, e mi sentivo, come dire? grande e piccolo al tempo stesso! 
Ero l'eroe che ritornava. Ero la stella del calcio, ma anche il ragazzino spaventato sotto il tunnel, quello che credeva che se la sarebbe cavata correndo forte. Ero tutto insieme nello stesso tempo e giuro, mi affiorarono cento ricordi.
Rividi pap con i suoi auricolari e la sua tuta da lavoro, e i frigoriferi vuoti e le lattine di birra, ma anche il giorno in cui aveva portato il mio letto in spalla per chilometri e chilometri e quello in cui mi aveva vegliato all'ospedale. Rividi il volto di mamma quando tornava a casa dal lavoro e il suo abbraccio quand'ero partito per i Mondiali in Giappone. Rividi le mie prime scarpette da calcio, quelle che avevo comperato all'Ekohallen per cinquantanove corone e novanta centesimi e che stavano a fianco di pomodori e verdure; e ricordai i miei sogni di diventare un giocatore il pi completo possibile. Allora pensai: Ho realizzato quel sogno, e non ce l'avrei fatta senza tutti i grandi calciatori e allenatori con cui ho giocato e che ho avuto, e provai un enorme senso di gratitudine. 
L c'era Rosengrd. L c'era il tunnel. In lontananza si sentiva il rumore di un treno che passava sul ponte. Qualcuno poco lontano mi stava indicando. Una donna col velo mi si avvicin, voleva una foto di noi due insieme e io le sorrisi. Intorno a me cominciava a radunarsi una piccola folla. Era una fiaba, e io ero Zlatan Ibrahimovic.
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FINE.
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La CARRIERA.
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1999.  incluso in prima squadra nel Malm. Debutta nella Prima Divisione svedese, segna una rete. Il Malm retrocede in Seconda Divisione.
2000-2001. Segna dodici reti con il Malm in Seconda Divisione. Debutta in Nazionale. Viene acquistato dall'Ajax. Ritorna in Prima Divisione con il Malm, segna tre reti.
2001-2002. Debutta nell'Ajax, segna sei reti in campionato. Segna due reti in Coppa Uefa. Segna una rete nella Coppa d'Olanda. Vince il campionato olandese. Vince la Coppa d'Olanda.
Ottavi di finale ai Mondiali con la Svezia.
2002-2003. Vince la Supercoppa d'Olanda con l'Ajax.
Segna tredici reti in campionato.
Segna tre reti in Champions League.
Segna tre reti nella Coppa d'Olanda.
2003-2004. Segna tredici reti con l'Ajax in campionato. Segna una rete nei preliminari di Champions League. Segna una rete in Champions League. Vince il campionato. Quarti di finale agli Europei con la Svezia.
2004-2005. Segna tre reti con l'Ajax in campionato.
Segna il gol dell'anno secondo gli spettatori di Eurosport.
Viene acquistato dalla Juventus.
Segna sedici reti con la Juventus in campionato.
Vince lo scudetto.
Viene nominato miglior giocatore della Juventus.
Viene nominato miglior giocatore straniero 
della Serie A.
Viene nominato miglior attaccante in Svezia.
Riceve il Pallone d'Oro svedese.
2005-2006
Segna sette reti con la Juventus in campionato.
Vince lo scudetto.
Segna tre reti in Champions League.
Ottavi di finale ai Mondiali con la Svezia.
2006-2007
Viene acquistato dall'Inter.
Segna quindici reti con l'Inter in campionato.
Vince lo scudetto. 
Vince la Supercoppa Italiana. 
Viene nominato miglior attaccante in Svezia.
Riceve il Pallone d'Oro svedese.
2007-2008
Segna diciassette reti con l'Inter in campionato.
Vince lo scudetto.
Segna cinque reti in Champions League.
Viene incluso dalla Uefa nella squadra ideale dell'anno.
Viene eletto miglior giocatore straniero del campionato italiano.
Viene eletto miglior giocatore in assoluto del campionato italiano.
Viene eletto miglior attaccante in Svezia.
Viene eletto miglior sportivo in Svezia.
Riceve il Premio Jerring.
Viene nominato miglior attaccante in Svezia.
Riceve il Pallone d'Oro svedese.
2008-2009
Vince la Supercoppa Italiana con l'Inter.
Segna venticinque reti in campionato.
Segna una rete in Champions League.
Segna tre reti in Coppa Italia.
Vince lo scudetto.
Vince la classifica marcatori della Serie A.
Segna il Gol dell'Anno del campionato italiano.
Viene eletto miglior giocatore straniero del campionato italiano.
Viene eletto miglior giocatore in assoluto del campionato italiano.
Viene eletto miglior attaccante in Svezia.
Riceve il Pallone d'Oro svedese.
2009-2010
Viene acquistato dal Barcellona.
Vince la Supercoppa di Spagna con il Barcellona.
Vince la Supercoppa Europea.
Vince il Campionato Mondiale per Club.
Segna sedici reti in campionato.
Segna quattro reti in Champions League.
Segna una rete in Coppa di Spagna.
Vince il campionato spagnolo.
Viene incluso dalla Uefa nella squadra ideale dell'anno.
Viene eletto miglior attaccante in Svezia.
Viene eletto miglior sportivo in Svezia.
Riceve il Pallone d'Oro svedese.
2010-2011
Segna una rete e vince la Supercoppa di Spagna con 
il Barcellona.
Viene acquistato dal Milan. 
Segna quattordici reti con il Milan in campionato.
Segna quattro reti in Champions League.
Segna tre reti in Coppa Italia.
Vince lo scudetto.
Segna una rete e vince la Supercoppa Italiana nell'agosto del 2011.
NAZIONALE
Sessantanove partite e ventotto reti.
Continua...
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LE MIE FOTO.
Io e Sanela sulla Opel di pap.
Il mio quartiere mi d il bentornato a casa.
Con pap, Maxi e Vincent nell'appartamento di pap.
L'inaugurazione di Zlatan Court a Rosengrd.
Puoi togliere il ragazzo da Rosengrd, ma mai Rosengrd dal ragazzo.
Nelle giovanili del Malm.
Nelle giovanili dell'MBI.
Foto a sinistra: con Ronaldinho. A destra: con Gattuso al Milan.
Scudetto con l'Inter.
Festeggio con Maxwell all'Ajax.
Con Messi al Barcellona.
Io e Patrick Vieira.
Dopo aver vinto il titolo di capocannoniere in Serie A.
Con Thierry Henry al Barcellona.
Con Pel.
Con Moggi e Maxi.
Con Moratti.
In tribuna con Berlusconi, Galliani e Mino al mio ritorno a San Siro.
Con il fisioterapista Rickard Dahan nella Nazionale svedese.
Con Jos Mourinho.
Mourinho compare improvvisamente dietro me e Guardiola durante la semifinale di Champions League 2009-2010.
Con Erik Hamrn, il CT della Nazionale svedese.
Zlatan Camp, scuola di calcio per ragazze e ragazzi.
Gli ultras dell'Inter danno il benvenuto a Maxi.
Il dottor Ibrahimovic alla nascita di Maxi
Io, Maxi e Helena; Helena, dal servizio fotografico su Elle.
A casa a Malm.
Il ritorno a Milano. Mino, io, Maxi e Vincent.
Nella casa a schiera a Diemen.
Le mie famose battute di caccia e di pesca.
A casa a Malm con Trustor.
Hoffa mangia la pizza.
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FINE.